The Odyssey: l’anti-epos di Christopher Nolan

6 agosto 2026

Il posto migliore per scrivere dell’Odissea è la riva del mare.

In questo momento mi trovo sulla spiaggia di Costa Rei, nella Sardegna sud-orientale. Un refolo di brezza stempera il caldo torrido che ha attanagliato il paese nelle ultime settimane. Tra la battigia e l’orizzonte si alternano una decina di sfumature differenti di azzurro. Lo sciabordio delle onde sospinte a riva dalle correnti e il vociare dei bagnanti accompagnano i pensieri che cerco di tradurre nelle parole giuste per iniziare questo articolo.

Ho visto The Odyssey da più di una settimana e non riesco a togliermelo dalla testa, nemmeno sotto l’ombrellone.

Mi è successa una cosa strana con questo film. Subito dopo la visione in sala ero galvanizzato. La recitazione è ottima, la messa in scena è sontuosa, la colonna sonora di Ludwig Göransson fa venire i brividi da quanto è ben orchestrata, e certe immagini (penso per esempio all’ingresso di Agamennone dentro le mura di Troia, alle ombre dell’Ade o alla trasformazione dei compagni di Odisseo in maiali per mano della maga Circe) sprigionano una magnitudo visiva impressionante. Quando però nei giorni successivi ho cominciato a scavare più a fondo, ascoltando altri pareri e riflettendo sul film partendo dal suo significato più che dalla sua componente tecnica, ho maturato una riflessione che ha influito non poco sul mio giudizio iniziale.

Che sarebbe stato un film controverso già lo sapevamo. I circa 150 milioni spesi da Nolan e soci per la campagna marketing hanno dato i loro frutti: sui social ne ha parlato chiunque, soprattutto prima dell’uscita. Il mio feed, come penso quello di molti di voi, era intasato di reaction ai trailer, meme su Zendaya, screenshot di “Batmanennone”, lodi, critiche e soprattutto polemiche. Un’opera in grado di scatenare un putiferio simile prima ancora di approdare nelle sale, una volta uscita non può che spaccare in due l’opinione del pubblico, costringendo gli spettatori a decidere se schierarsi (manco fosse la guerra di Troia) dalla parte di chi la considera un capolavoro, o di coloro che invece la ritengono un clamoroso fallimento.

A me non interessa dimostrare chi tra i due abbia ragione. Vorrei andare oltre il mero gradimento personale per provare ad esplorare insieme a voi il significato intrinseco che The Odyssey porta con sé, approfittando dello spazio del mio blog, lontano dal frastuono dell’hype e del ragebait, per raccontarvi la mia esperienza e ascoltare le vostre, da grande amante del cinema, dell’epica e soprattutto delle storie narrate come si deve.

Che ne dite, cominciamo?

Musa, quell’uom di moltiforme ingegno
Dimmi, che molto errò, poich’ebbe a terra
Gittate d’Iliòn le sacre torri;
Che città vide molte, e delle genti
L’indol conobbe; che sovr’esso il mare
Molti dentro del cor sofferse affanni,
Mentre a guardar la cara vita intende,
E i suoi compagni a ricondur: ma indarno
Ricondur desiava i suoi compagni,
Che delle colpe lor tutti periro.

(Traduzione del proemio dal greco, Ippolito Pindemonte, 1822)

DA MIO NONNO A NOLAN

Ho conosciuto gli eroi omerici che ero molto piccolo. Facevo le elementari e dormivo ancora insieme a mia gemella Irene. Prima di addormentarci nostro nonno ci raccontava spesso le loro imprese, in particolare quelle di Achille, Ulisse ed Enea. Grazie ai suoi racconti, il buio delle nostre notti bambine si popolava di guerrieri e creature mitiche, e la nostra stanza si trasformava in un palcoscenico che di volta in volta assumeva i contorni delle mura di Troia, dell’isola di Ogigia, della grotta di Polifemo. Il mio amore per l’epica – e per la letteratura in generale – è nato lì, ascoltando le meraviglie che il nostro aedo personale ci cantava per farci dormire. Da allora, di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia, ma non ho mai smesso di frequentare Omero, prima da studente e poi da professore.

Il mio rapporto con Sir Christopher Edward Nolan, invece, è più recente, ed è sempre stato un po’… altalenante. Ho gridato al capolavoro per Memento e la trilogia del Cavaliere Oscuro. Ho amato quasi tutto di The Prestige, sopravvalutato Inception e pianto in sala per la prima volta per Interstellar. Non ho provato quasi nulla per Dunkirk, ho vomitato per Tenet e sbadigliato per Oppenheimer (tranne per la sequenza del Trinity Test, quella è…beh, una bomba). Tutto sommato posso dire di conoscere abbastanza bene il cinema del buon Chris, ma certo non di considerarlo un messo divino inviato da Hollywood per salvare la Settima Arte. È innegabile: i suoi sono film con la F maiuscola, che portano in sala anche gente che non ci entra da anni, spostano gli equilibri dell’industria e si aggiudicano sempre una caterva di premi. Tuttavia, nonostante in trent’anni di onorata carriera abbia raggiunto quasi sette miliardi di incassi, il cineasta di Westminster sembra incapace di sfuggire alle sue stesse logiche. Le storie che racconta fanno sempre una splendida figura sul grande schermo, ma spesso risultano prive di anima. In molti dei suoi film il “come” è talmente tanto cervellotico da oscurare il “cosa”, e si arriva ai titoli di coda con le sinapsi in fiamme, sentendosi stupidi per non aver capito e incapaci di ricordare persino il nome del protagonista (quello di Tenet, per dire, un nome manco ce l’ha).

Stavolta tutto questo accade in misura minore. The Odyssey, nonostante il montaggio serrato e i flashback molto frequenti, mantiene comunque una sua linearità. Non male come traguardo, eh?

Tuttavia, se quei pochi di voi che ancora non l’hanno visto si aspettano una trasposizione fedele del poema omerico, è giusto che sappiate che rimarrete delusi.

IL GRANDE PROBLEMA

Comincia tutto con quella manciata di parole che compare a schermo appena prima dell’entrata in scena di Travis Scott nei panni dell’aedo: “In a time of apparent magic”. Basta quell’aggettivo – “apparent” – per subodorare la direzione in cui Nolan farà muovere la trama.

Nell’Iliade e nell’Odissea la magia è tutt’altro che apparente. Per un uomo del mondo antico essa era legata alla manifestazione del divino nella realtà, una forza ultraterrena e inspiegabile, capace di sottrarre gli uomini alla morte, infondergli forza durante la battaglia, scatenare epidemie e tempeste. Che fosse per desiderio, capriccio o punizione, il volere degli dei poteva sovvertire il corso degli eventi e cambiare per sempre l’esito delle imprese dei mortali. La magia è la linfa dell’èpos, una dimensione sacra, intoccabile, su cui si regge l’intera struttura narrativa dei poemi. Suggerire allo spettatore che essa potrebbe essere solo “apparente” fin dal primo fotogramma significa mettere nero su bianco una pericolosa dichiarazione di intenti: Nolan ci sta dicendo che nella sua Odissea non ci sarà spazio per il mito.

E infatti il mito non c’è.

Per spiegare questa mia affermazione voglio prendere in esame il modo in cui Nolan sceglie di raccontarci le tre colonne portanti che sorreggono l’Odisseo omerico: mètis, hybris e nostos, ovvero l’astuzia, la tracotanza e il viaggio del ritorno.

LA MENTE DALLE MOLTE VIE – LA MÈTIS

L’Odisseo di Omero non è un uomo comune. Viene definito con l’epiteto di polýtropos o polýmētis, “dall’intelligenza multiforme”, un guerriero in grado di superare le sfide della battaglia con mente affilata e capacità di adattamento, piuttosto che con la forza bruta. Il fatto stesso che invece di una spada utilizzi un arco per sterminare i Proci che hanno occupato il suo palazzo è indice di un eroe astuto, avvezzo ad utilizzare l’inganno per far fronte a minacce che prese di petto lo annienterebbero. La stessa logica si applica al più grande prodotto della sua intelligenza, ovvero il cavallo di legno che permetterà agli achei di superare le mura di Troia e scrivere la parola fine dopo un decennio di guerra.

L’Ulisse interpretato da Matt Damon, invece, è un soldato moderno. Un veterano afflitto dal disturbo da stress post-traumatico, che ha passato gli ultimi sette anni sull’isola di Ogigia in compagnia della ninfa Calypso a inghiottire foglie di loto nel tentativo di ottenebrare il ricordo delle vite spezzate durante l’assedio. In questo caso la mètis non è fonte di gloria, ma di tormento. Lo stratagemma che ha permesso agli Achei di vincere e tornare a casa viene visto dal suo stesso ideatore come uno sporco trucco, un modo per approfittarsi della xenia, la legge dell’ospitalità, che per gli antichi era sacra. Ulisse dunque si pente di aver ideato il macchinario, perché a causa del suo inganno hanno trovato la morte migliaia di uomini, donne e bambini. L’uccisione dei propri nemici, che nell’epica classica viene celebrata ed esaltata, diventa una colpa da espiare, che pesa sulle spalle del protagonista e non lo abbandona mai.

Il tormento dell’eroe si manifesta attraverso l’immagine ricorrente di una ragazza, una sacerdotessa di Atena che Ulisse ha visto decapitare durante il saccheggio della città, e il cui ricordo ancora lo ossessiona. Anche lei come Sinone, il giovane acheo che viene lasciato sulla spiaggia per offrire il cavallo in dono ai troiani, è un simbolo del sangue innocente, uno spettro che affligge i passi di colui che ne ha causato la morte. Un’idea anche interessante, ma che non c’entra nulla con la vera essenza di Odisseo, il quale, come detto, è prima di tutto un guerriero che saccheggia, incendia e uccide senza alcuna remora, ingannando i suoi nemici pur di prevalere. Per quanto la nostra moralità faccia fatica ad accettarlo, per la mentalità greca tutto questo non fa di lui un malvagio, ma soltanto un uomo che compie il proprio destino di soldato.

SFIDARE GLI DEI – LA HYBRIS

La seconda delle sue caratteristiche rappresenta il desiderio di andare oltre i limiti che separano l’umano e il divino. All’inizio del suo viaggio Odisseo rifiuta la propria “finitezza” mortale e ritiene di essere in grado di sfidare persino gli dei. L’atto fondativo della sua tracotanza avviene nel nono libro del poema, quando l’eroe fuggendo dalla spelonca di Polifemo – anche in questo caso sfruttando la sua mètis – non riesce a trattenersi e urla a gran voce la propria vera identità al gigante inferocito. Il suo gesto non nasce da un impulso infantile, ma dalla convinzione di essere talmente superiore ai comuni mortali da potersi permettere di accecare e deridere uno dei figli di Poseidone senza pagarne le conseguenze. Come ben sappiamo, la sua tracotanza verrà punita con il peggiore dei destini: il dio del mare condannerà l’intera flotta di Odisseo all’annientamento, costringendo l’eroe a veder morire tutti i suoi compagni e a vagare tra i flutti per dieci anni prima di poter fare ritorno.

Il buon Nolan tutto questo lo rimuove dalla pellicola. Non c’è alcun dialogo con Polifemo, alcun riferimento al nome “Nessuno”. La hybris dell’eroe si riduce al gesto stizzoso e insensato di scagliare una freccia contro il gigante durante la fuga, alimentando ancora di più la sua ira. Poseidone, così come Zeus, Atena, Ade e le altre divinità, viene relegato ai margini del racconto, un nome pronunciato di tanto in tanto, ma che non ha un reale impatto sulla vicenda. Polifemo stesso, seppur rappresentato con grande maestria registica, viene svuotato di gran parte della sua valenza simbolica. Non è un orrore che terrorizza e allo stesso tempo attira l’eroe, una macchina di morte spietata che non lascia scampo, come viene descritta nel poema. Sembra più un uomo primitivo poco intelligente, il cui unico scopo è divorare i malcapitati per liberare spazio sulle navi. Lo stesso destino viene riservato a Scilla, Cariddi e ai Lestrigoni…tutti incontri mostruosi che avevano grande potenziale, ma che Nolan riduce a meri “incidenti di percorso”, risolvendoli nel giro di qualche inquadratura suggestiva.

IL DESIDERIO DEL RITORNO – IL NOSTOS

La terza e ultima tematica sulla quale voglio soffermarmi è il “viaggio del ritorno”. Questo concetto si lega a quello della “nostalgia”, che invece rappresenta il “dolore del ritorno”, il sentimento dolceamaro dei marinai lontani da casa, dei soli che ripensano ai loro primi amori, dei vivi che ricordano le giornate passate in compagnia di chi non c’è più. Odisseo piange sulle rive di Ogigia per sette anni al pensiero della sua isola e della sua famiglia lontana, rifiutando l’immortalità che Calypso gli promette. Il suo corpo è consumato dalla salsedine, il suo animo stremato dal viaggio, ma il cuore gli batte ancora nel petto e lo spinge al ritorno. Non può accettare di dimenticare Itaca, non dopo tutto quello che ha vissuto fin dal giorno della sua partenza per servire Agamennone.

Nella visione nolaniana, quella di un’“apparente magia” che non ammette la presenza del divino né del mostruoso, il vero motivo per cui Ulisse non torna non è perché forze sovrannaturali glielo impediscono, o perché la prospettiva delle delizie di Ogigia lo tenta, ma perché egli stesso non si sente degno. La distruzione di Troia è una colpa incancellabile, sulle sue mani c’è troppo sangue. Per questo accetta il loto che la ninfa gli offre: perché preferisce dimenticare. Il suo senso di colpa gli ha fatto perdere la rotta, spegnendo il desiderio del nostos. Lo afferma lui stesso, travestito da mendicante, nel dialogo avuto con Penelope poco prima di sterminare i pretendenti.

“What if the Odysseus you knew lost his way? […] What if… when he left the belly of the horse, and opened the gates of Troy, he saw ten years of rage pour into that city in one night? We left them a gift, an offering of peace, that they took into their home. We violated all that’s ever sacred between people. It turned a fight into a hunt. To burn the walls of Troy was to burn the world-entire.”

Quando finalmente recupera il ricordo e decide di tornare a casa affidandosi a Poseidone, legato a una zattera in balia del mare, il dio gli concederà di approdare a Itaca. Tuttavia, anche la fine del suo viaggio cinematografico manca di quel pàthos che invece trabocca dalle pagine del poema. Gli elementi tipici ci sono tutti: il travestimento da mendicante, la morte del cane Argo dopo averlo riconosciuto, la prova dell’arco ideata da Penelope, il massacro dei Proci. Purtroppo, ben poco di tutto questo rimane impresso nella memoria, a causa anche di un combattimento finale confuso, privo di visceralità e a tratti persino ridicolo, che poteva essere una delle sequenze più epiche della pellicola. Anche il tanto atteso ricongiungimento con la moglie, climax assoluto dell’opera originale, mi è sembrato fin troppo sbrigativo e scialbo, privo di una reale tensione amorosa.

Sul finale poi, Nolan ci saluta con un’altra delle sue trovate. Dopo vent’anni di lontananza, viaggi in terre ostili, incontri con mostri di ogni tipo, struggimenti, naufragi e lutti, affrontati solo grazie alla speranza incrollabile di tornare a Itaca, Ulisse rinuncia al trono. Il modo in cui questo eroe “moderno” decide di “fare ammenda” per gli errori commessi è fuggire. Invece di riappropriarsi della propria identità di sovrano e padre, ricostruendo il legame con la sua famiglia e l’isola natia, Ulisse lascia il potere a Telemaco, sale su una nave insieme a Penelope e i due fanno vela verso occidente, in direzione di una terra in cui “onorare i propri caduti”, nella speranza che la distruzione di Troia venga inghiottita dall’oblio e lasci il posto a una presunta epoca di prosperità e pace.

Inutile dire che niente di tutto questo ha a che vedere con quanto si legge nel poema, dove invece re Odisseo, animato dalla brama di proseguire lo sterminio cominciato con i Proci, minaccia di far scoppiare una guerra civile sull’isola, che viene evitata soltanto grazie all’intervento provvidenziale di Atena.

LA SCOMODA VERITÀ

Quindi, eccoci qua.

Ci sarebbero molti altri aspetti da analizzare, ma ciò che ho scritto fin qui è sufficiente per mettere in chiaro il punto della questione: l’intento di Christopher Nolan non è mai stato quello di raccontarci l’Odissea, ma di fare un film su una storia che dell’opera di Omero ha soltanto il nome. Sulla carta la forma è quasi la stessa. Tuttavia, con questa mia analisi ho cercato di dimostrare che ciò che cambia è il contenuto, e non di poco.

La nevrosi del colpevole si sostituisce alla mètis, il capriccio alla hybris, l’oblio al nostos. Viene tolta centralità all’elemento divino, al mostruoso e al trascendente, elementi che per l’uomo antico erano la colonna portante dell’esistenza. Non c’è alcuna traccia di eros – un dio alle cui lusinghe Odisseo, che ama sua moglie ma non è certo l’esempio del marito virtuoso, cede più volte –. Anche la violenza cruda presente nel poema viene edulcorata, abbassando parecchio il tono epico dell’insieme. Alla luce di tutto questo, ahimè, The Odyssey si riduce a un peplum in salsa hollywoodiana, tecnicamente potentissimo, ma emotivamente tiepido e culturalmente povero, che spreca l’opportunità di eguagliare la potenza universale dell’opera da cui è tratto.

Il suo merito, però, oltre a rapirci dal mondo reale per tre ore filate, è quello di insegnarci una grande lezione.

IL VERO SENSO DELL’ÈPOS

Demitizzare l’Odissea non la rende più “verosimile” o “umana”. Aveva già provato Alessandro Baricco a fare qualcosa di simile nel 2004, proponendo un adattamento in prosa dell’Iliade dal quale aveva cancellato le figure divine. Operazioni di questo tipo non fanno altro che tentare di modernizzare poemi che non hanno alcun bisogno di essere modernizzati. Il bello dell’epica è proprio la sua capacità di oltrepassare il tempo e parlare a noi uomini di oggi con la stessa intensità con cui parlava ai popoli dell’ottavo secolo. Queste storie vengono cantate da tremila anni, eppure riescono ancora a mandarci in crisi. Perché scardinano le nostre certezze, ci obbligano a fare i conti con i limiti della nostra mortalità, suscitano in noi domande le cui risposte ci spaventano.

E va bene così.

Non dobbiamo sempre incasellare tutto, capire tutto. Ben vengano i racconti ancora capaci di sorprenderci, quelli in cui il mistero dell’ignoto ci atterrisce, in cui i mostri per una volta non siamo noi, ma gli orrori nascosti in terre che non conosciamo. Ben vengano le storie nate da ideologie aliene rispetto alla nostra, con le quali facciamo fatica a confrontarci, e che ci tolgono la serenità delle nostre convinzioni. Ben venga l’Odissea dunque, quella di Omero, difficile da capire e scomoda da accettare: il racconto di un uomo violento, tracotante, ingannatore, infedele, disperato eppure eroico, che ci costringe ad ammettere che non siamo diversi né migliori di lui. Oggi come allora, siamo tutti naufraghi in balia di forze più grandi di noi.

Sul finire di questa lunga analisi, mentre la sera cala sul mare e mi appresto a lasciare la spiaggia, ripenso alla mia infanzia. Forse è questo ciò di cui l’èpos ha sempre avuto bisogno: non di un blockbuster dal budget milionario che riempie le sale scimmiottando un poema, ma della voce autorevole di un vecchio aedo seduto nel buio, che accende nel cuore di un bambino il desiderio di essere un eroe.


Se siete arrivati fin qui, congratulazioni! Spero con tutto il cuore che questa analisi vi sia piaciuta, vi abbia fatto riflettere e vi abbia suscitato la voglia di condividere le vostre opinioni. Non dimenticate di farmi sapere cosa ne pensate, sapete che vi leggo sempre molto volentieri.

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Grazie a tutti voi per avermi letto, ci vediamo al prossimo articolo!


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