Ho cominciato la mia prima campagna di Dungeons and Dragons (5e) a novembre 2024, insieme a un gruppo di amici, tutti neofiti del GDR. La storia che, in qualità di Dungeon Master, ho deciso di raccontare insieme a loro si intitola “Draghi dell’Isola delle Tempeste” ed è contenuta nel set introduttivo alla Quinta Edizione uscito nel 2022. Quello che segue è il prologo all’avventura vera e propria, che ho deciso di riscrivere nel mio stile, raccontando ciò che è successo al tavolo in quella primissima, indimenticabile, sessione. Ho cercato di limitare il più possibile le alterazioni al reale corso degli eventi: tutto ciò che leggerete è stato giocato e vissuto dai giocatori, fatta eccezione per l’adattamento dei dialoghi e qualche lieve modifica ai fini della narrazione. A causa della lunghezza del testo ho ritenuto doveroso dividerlo in due parti per facilitarne la fruizione. La seconda uscirà sabato prossimo. Che siate veterani del gioco di ruolo, amanti del fantasy o semplici curiosi, vi auguro buona lettura!
1494 CV, Anno dei Dodici Avvertimenti
Undicesimo giorno di Tarsakh
Porto di Neverwinter
Le ombre della sera erano appena calate sul porto di Neverwinter. Il disco infuocato del sole si era tuffato dall’altra parte del Mare delle Spade e, una dopo l’altra, lungo i moli già si accendevano le luci delle osterie, simili a fuochi fatui che avrebbero guidato i naviganti di rientro da una lunga giornata in mare verso una bevuta, un pasto caldo e chissà, forse persino le grazie di una cameriera, se era una serata particolarmente fortunata. Tra tutte, la Locanda del Leviatano era senza dubbio la più frequentata. Orde di marinai si riversavano intorno ai suoi tavoli dopo ogni tramonto, per affogare i problemi nei grossi boccali di quella birra scura di cui Xarro, il dragonide proprietario del locale, andava assai fiero, e cercare di attirare le attenzioni di Malice Dolcevespro, una prostituta tiefling dagli occhi di brace e i fianchi ipnotici.
Quella sera, la ragazza ancheggiava come suo solito in mezzo ai tavoli sparsi per la sala rumorosa, con le labbra increspate da un sorriso compiaciuto nel vedere così tanti occhi fissi su di lei. Era piuttosto esile, ma secondo il parere della clientela maschile “aveva curve più morbide delle anse del Nethlur” e con loro somma gioia non faceva nulla per nasconderle. I capelli neri acconciati intorno alle corna scendevano a coprirle una parte del viso e sotto gli abiti succinti la sua pelle rossa era liscia come seta. La luce delle lanterne appese ai muri faceva luccicare il piccolo anello d’acciaio che le impreziosiva le narici, dandole un’aria sbarazzina che avrebbe fatto breccia nel cuore di chiunque.
La tiefling scansò con grazia decisa la mano rugosa di uno gnomo dallo sguardo lascivo che si era proteso verso di lei per pizzicarle una natica. «Non pensarci nemmeno, Zibben. Non saprei cosa farmene di quel vermicello che hai in mezzo alle gambe» lo liquidò la ragazza, passando oltre senza prestare la minima attenzione alle proteste del vecchio.
I suoi occhi si posarono invece sull’avventore solitario seduto a qualche tavolo di distanza. Era un elfo alto dalle lunghe orecchie a punta, con i capelli lucenti come le giornate di Solealto e un viso dai tratti eterei tipici della sua razza. Era avvolto da una tunica verde smeraldo e tra le dita affusolate stringeva una lettera. Quello che però colpì Malice fino a farle stringere il cuore, cosa rara per chi faceva il suo mestiere, fu il suo sguardo: aveva gli occhi di un azzurro ceruleo che ricordava le onde del mare, adombrati da un velo di dolore così cupo da essere quasi tangibile. La tiefling seppe con certezza che quell’individuo non avrebbe mai potuto essere un suo cliente. Era molto abile a leggere le persone e sapeva bene che il dolore di un elfo è qualcosa di profondo e misterioso, che non si sarebbe certo cancellato dopo una notte d’amore con una puttana. Perciò, anche in questo caso decise di passare oltre, ma non prima di aver rivolto all’elfo un breve sguardo di compassione.
Qualche tavolo più avanti, sull’altro lato della sala, era seduto un altro viaggiatore: una figura di bassa statura avvolta da uno scuro mantello da viaggio, con il volto coperto da un cappuccio scucito. Malice si avvicinò con un lieve sogghigno. Aveva un’attrazione particolare per gli individui misteriosi, motivo per cui quando vide quel cappuccio calato, non seppe resistere alla tentazione di scoprire chi nascondesse. Si allungò sul tavolo, inarcando la schiena in una delle pose preferite dai suoi clienti, e appoggiò i gomiti sul legno. L’incappucciato era a pochi centimetri da lei.
«Beh, non dici nulla, zuccherino? Non vuoi farmi vedere cosa nascondi lì sotto?»
L’altro la ignorò.
«Fai il difficile, a quanto vedo. Ti piace farti desiderare?» rincarò la tiefling.
Un occhio verde spento la fissò da sotto il cappuccio. Malice riuscì a scorgere un viso tondo circondato da fini capelli bianchi, una spruzzata di lentiggini e un paio di labbra sottili.
«Faccio la difficile» la corresse la halfling, con una punta di fastidio nella voce. «Non mi interessa quello che offri, fila via.»
Lo stupore sul volto della prostituta durò pochi istanti. Non erano molte le donne che frequentavano i moli, con alcune di loro si era divertita persino più che con certi uomini, ma una halfling era una novità assoluta anche per lei. Decise di cogliere al volo l’opportunità e sfoderò il suo sorriso più seducente.
«Sicura che non vuoi venire di sopra con me? Ti assicuro che sono piuttosto brava anche con…»
«Ho detto di no» si spazientì l’altra. «Non farmelo ripetere.»
La tiefling fece una smorfia di finto dispiacere.
«Oh beh, come vuoi. In questo caso…»
Sussurrò una parola in una lingua sconosciuta, i suoi occhi di brace si fissarono in quelli della viaggiatrice e cominciarono a vorticare. La sclera completamente nera divenne un pozzo di oscurità e l’incappucciata dovette fare uno sforzo di volontà enorme per non farsi risucchiare dentro quella tenebra. Finse di stare al gioco e si protese fin quasi a sfiorare le labbra della sua interlocutrice. Nel mentre, fece scivolare una mano tra le pieghe dei suoi abiti e le sfilò un borsellino dalla cinta. Ci sapeva fare con quel genere di cose: era cresciuta in mezzo ai vicoli della città fortificata di Daggerford, circondata da straccioni, orfani come lei e bande di reietti e tagliaborse. A quei tempi nessuno aveva pietà per nessuno: se non imparavi in fretta le regole della strada, qualcuno più forte di te ti avrebbe derubato di tutto ciò che possedevi e il tuo cadavere sarebbe finito sul fondo di uno scolo fognario con la gola tagliata.
In quel preciso momento, una voce poco distante tuonò: «Malice, cosa cazzo stai facendo? Quante volte te lo devo ripetere di non usare i tuoi dannati trucchetti con i clienti?»
Gli occhi della tiefling smisero di vorticare di colpo e lei si ritrasse con uno scatto. La halfling le rivolse un sorrisetto e si sistemò sulla sedia, nascondendo il borsellino sotto il mantello senza farsi notare. A interpellare la prostituta era stato il locandiere in piedi dietro il bancone, un possente dragonide dalle scaglie verde foresta scolorite dall’età. Il suo occhio destro era tondo e dorato, ma sull’altro lato del muso, deturpato da una cicatrice profonda, lasciata probabilmente dal morso di qualche mostro marino, l’orbita sinistra era cava.
«Accidenti a te, Xarro, quanto sei noioso. Mi spieghi perché devi sempre rovinarmi la parte più divertente?» protestò Malice con uno sbuffo stizzito e un guizzo della coda.
«Lascia in pace la piccoletta, non è roba per te. Prova con quel mezzelfo laggiù: non ti ha staccato gli occhi dal culo neanche per un secondo, sono sicuro che con lui avrai più fortuna».
«Io li odio i mezzelfi, lo sai benissimo» brontolò Malice. «Fammi sapere se cambi idea, zuccherino» disse in tono soave, rivolta alla halfling. «Nel caso, sai dove trovarmi». Lei la osservò allontanarsi in mezzo ai tavoli, dove venne accolta da una pioggia di fischi e proposte indecenti.
«Devi perdonarla, piccoletta» disse Xarro. «Non è cattiva, ma non è abituata a essere respinta. Lo detesta.»
«Non è un mio problema» commentò la halfling, pungente. «Ma grazie per essere intervenuto» aggiunse, con voce più morbida.
«Te la stavi cavando piuttosto bene anche da sola» ribatté Xarro. «La tua faccia mi è nuova. Qui al nord quelli della tua razza sono rari come l’igiene dopo una settimana di navigazione. Ti va di dirmi chi sei davanti a una birra? Offre la casa.»
«Perché no? Dicono sia la migliore dei moli.»
«Dell’intera Costa» la corresse il locandiere scoprendo le zanne in un largo sorriso. Fece un cenno per invitare la sconosciuta a sedersi sopra uno degli sgabelli, poi spillò un boccale e glielo mise davanti sbattendolo sul bancone. Un rivolo di schiuma strabordò e colò lungo il legno, ma lei non ci fece caso e bevve una lunga sorsata.
«Niente male» commentò, pulendosi le labbra con la manica.
«Puoi dirlo forte. Produco personalmente questa delizia e mi occupo di tutte le fasi, dalla macinatura alla maturazione. A proposito, sono Xarro.»
«Piacere, Sirris» rispose la halfling, stringendo come poteva la gigantesca zampa che il dragonide le porgeva.
«Cosa porta uno scricciolo come te in una città come Neverwinter?»
«Sono solo di passaggio. Ho bisogno di una nave.»
«Beh, il mio Leviatano è il posto giusto in cui cercare qualcuno che ne abbia una. Dove sei diretta?»
Sirris esitò, indecisa su quanto fosse saggio fidarsi del locandiere. Tuttavia, il dragonide sembrava averla presa in simpatia. Inoltre, nonostante l’aspetto truce, le ispirava fiducia, perciò bevve un altro sorso.
«All’Isola delle Tempeste» rispose.
° ° °
Yalear era arrivato alla Locanda del Leviatano dopo un lungo viaggio. Candelkeep, la sua città natale, distava parecchie decimane di cammino, che aveva tentato di accorciare muovendosi grazie alla magia. Molto presto, tuttavia, aveva dovuto rinunciare: per quanto agli inizi della sua vita fosse stato uno degli allievi più promettenti del Circolo dei Maghi della città e in seguito avesse passato diversi anni a studiare in solitudine, la sua conoscenza delle arti arcane era ancora troppo superficiale per potergli permettere certe cose. E poi era un elfo alto, perciò i lunghi viaggi, specialmente quelli vicini al mare, esercitavano su di lui un’attrazione profonda, quasi atavica. Si era fermato molte volte lungo la strada a fissare le onde del Mare delle Spade che luccicavano all’orizzonte, nel tentativo di lenire il dolore che gli attanagliava il cuore da giorni.
Pensava a Liräel.
L’immagine della sua più cara amica sfigurata, con le carni lacerate e i capelli intrisi del suo stesso sangue, lo tormentava fin da quando l’aveva vista nella torre. La stanza intorno al suo cadavere era stata devastata: il letto squarciato, la scrivania rovesciata, i cassetti svuotati, libri e pergamene scagliati con violenza sul pavimento da qualcuno che cercava… qualcosa. Yalear sapeva di cosa si trattasse: la lettera che l’amica era riuscita a inviargli prima di morire parlava di un tomo antichissimo e molto potente, il Manoscritto del Cuore di Drago. La maga lo aveva implorato di raggiungere l’Isola delle Tempeste per trovarlo e impedire che cadesse nelle mani sbagliate, le stesse che l’avevano assassinata poche ore dopo l’invio di quelle parole.
Yalear si era seduto a uno dei tavoli del Leviatano incurante degli sguardi diffidenti degli avventori. Tutti avevano notato le sue orecchie a punta e la tunica da incantatore che indossava, ma nessuno aveva osato disturbarlo, nemmeno la prostituta tiefling che si muoveva tra i tavoli e civettava con chiunque. L’elfo aveva estratto la lettera e si era voltato per leggerla alla luce di una lanterna. Per l’ennesima volta, i suoi occhi scorsero lungo le righe soffermandosi su ciascuno di quei caratteri così aggraziati. Poteva quasi vedere le dita di Liräel, le sue unghie curatissime e gli anelli che indossava, mentre intingeva la penna d’oca nell’inchiostro e cominciava a scrivere, mossa dall’urgenza di raccontargli del Manoscritto prima dell’arrivo dei suoi assassini. «Davvero sei stata uccisa a causa di un libro, dolce sorella mia?» si chiese il mago. «E soprattutto… da chi?»
Aveva visto morire diverse persone care prima di lei, ma mai si era trovato di fronte a un’esecuzione così efferata. Il dolore gli corrodeva il cuore come una ferita velenosa e ovattava tutto. Yalear percepiva il vociare dei marinai ubriachi, il cozzare dei boccali, i tonfi degli stivali sulle assi del pavimento… ma provenivano dai margini del suo campo percettivo, come se lui si trovasse sotto la neve e tutto fosse molto lontano da lui. All’improvviso però, qualcosa attirò la sua attenzione e lo fece riemergere da quella coltre ovattata. Un nome, che risuonò alle sue orecchie come lo schiocco di un ramo spezzato in una foresta silenziosa: Isola delle Tempeste.
Alzò gli occhi e si accorse che a pronunciarlo era stata una giovane halfling dai capelli bianchi che stava conversando con il proprietario del locale davanti a un boccale di birra. Yalear attese qualche minuto, indeciso sul da farsi, poi ripose con cura la lettera e si alzò stancamente, diretto al bancone. Alle spalle del dragonide, la parete era occupata da un gigantesco leviatano imbalsamato. Lo sguardo minaccioso della creatura era fisso sulla sala e a guardarlo abbastanza a lungo faceva un effetto… inquietante. Fra le spire dei suoi tentacoli, il locandiere aveva infilato diverse bottiglie di liquori dai colori sgargianti.
«Ehi, perché quel muso lungo?» chiese la halfling all’elfo quando lo vide avvicinarsi. Yalear non rispose.
«Ti osservavo da parecchio, elfo» intervenne Xarro. «Mi chiedevo quando ti saresti alzato da quella sedia. Hai l’aria di uno che ha passato serate migliori. Posso offrire una birra anche a te?»
«Credo che gli serva qualcosa di un po’ più forte della birra…»
«Giusta osservazione, halfling» mormorò il nuovo arrivato, rivolgendo un cenno d’assenso al dragonide. Xarro sfilò dalla stretta dei tentacoli una bottiglia ricolma di un liquido color rubino e ne versò tre dita in un bicchiere.
«Prova questo. Rimetterebbe in piedi persino un morto… e con te poco ci manca.»
L’elfo non sorrise alla battuta, ma vuotò il bicchiere in un paio di sorsi.
«Cosa ti ha spinto ad avvicinarti, brutto ceffo?» gli chiese Sirris, inquisitoria. «Stavi forse origliando?»
«Hai pronunciato il nome dell’Isola delle Tempeste» ribatté Yalear, che grazie al liquore aveva riacquistato un minimo di colore. «Si dà il caso che sia la mia stessa meta. Sapete come posso arrivarci?»
«Come stavo dicendo alla piccoletta, tutto mi sarei aspettato tranne che qualcuno mi avrebbe mai chiesto come raggiungere quell’isola maledetta, soprattutto in questa stagione. E per due volte di seguito, per giunta. Credetemi, l’Artiglio delle Tempeste non perdona: qualunque cosa vi spinga in quelle acque, fareste meglio a ignorarla e tornare da dove siete venuti.»
«Non preoccuparti delle mie motivazioni, oste. Dimmi solo se sai dove posso trovare una nave, poi toglierò il disturbo.» Il tono del mago era glaciale, il suo viso una maschera priva di emozioni.
«Mi trovo d’accordo con l’elfo. Come ti ho detto, sono venuta qui in cerca di una nave e non me ne andrò senza» rincarò Sirris. Xarro emise un lungo sospiro rassegnato.
«Dannati avventurieri dalla testa dura… va bene, d’accordo. Se volete una nave, laggiù c’è un gruppo di marinai che potrebbe sapere dove trovarla» disse, indicando con un artiglio in direzione del focolare che ardeva su uno dei lati della locanda. «Non sembrano molto sobri, perciò fate attenzione. Soprattutto tu, piccoletta: so che sai cavartela, ma mi sei simpatica e mi dispiacerebbe se finissi in mezzo a una rissa proprio stasera.»
«Grazie della birra» ammiccò Sirris. «E della storia da “vecchio lupo di mare”» aggiunse, accennando con il capo al leviatano appeso al muro. Il dragonide scoprì le zanne in un sorriso di complicità.
«Oh, non c’è di che.»
° ° °
Kalin era circondato dall’oscurità. La piccola imbarcazione che stava manovrando scricchiolava e l’unico suono che il nano percepiva era il fruscio del remo che entrava nell’acqua e lo sospingeva su quella distesa nero pece. Intorno a lui, il mare era piatto come la lama di una spada e le increspature delle onde brillavano alla luce della luna sospesa nel cielo notturno. Non aveva nessun ricordo di come fosse arrivato su quella barca. Era certo di aver viaggiato fino a Neverwinter e aver chiesto una stanza per la notte alla Locanda del Leviatano, ma la sua memoria si fermava lì, come se un muro invisibile gli impedisse di ricordare oltre. Si tastò i fianchi alla ricerca delle sue fidate armi, ma si accorse di non avere con sé né la mazza, né l’ascia. Smise di remare e si sporse oltre la murata. «Se questo è un incubo, devo svegliarmi» decise. «E il modo migliore per farlo è buttarmi in mare.» L’idea di tuffarsi nell’abbraccio delle acque non era per niente allettante, ma forse era preferibile al remare per chissà quanto tempo senza una meta. Perlomeno, si disse, sarebbe accaduto qualcosa, no?
Stava quasi per agire, quando all’improvviso sentì un boato alle sue spalle e si voltò di scatto. La superficie del mare cominciò a ribollire. Un’onda investì la barca e Kalin si ritrovò a sputare acqua salata, mentre una sagoma gigantesca e frastagliata emergeva con fragore dagli abissi. Il nano vide alte scogliere da cui si riversavano cascate, grovigli di arbusti intrisi d’acqua, spiagge fangose punteggiate di rocce incrostate di alghe e molluschi. Dove poco prima c’era solo il mare, ora svettava un’isola avvolta dalle tenebre.
Il nano non credeva ai suoi occhi, ma allo stesso tempo tutto ciò gli sembrava familiare, come se lo avesse già vissuto. Come era possibile? Si accorse che l’acqua che gli aveva infradiciato le vesti non l’aveva per niente svegliato, perciò, con il cuore in gola, decise di ricominciare a remare e diresse la prua verso un’insenatura tra gli scogli poco distante. Arrivato a un centinaio di metri dalla riva, percepì la chiglia urtare il fondale. Ovunque fosse, era arrivato.
In mancanza di altre armi, decise di arrangiarsi con quello che aveva. Era stato un soldato al servizio dei Mercenari del Tuono per diversi anni e sapeva bene che girare disarmati in situazioni come quelle non era mai una buona idea. Afferrò il remo e lo spezzò in modo da trasformarlo in un’asta appuntita, poi scavalcò la murata e cominciò ad avanzare verso la spiaggia. L’acqua gli arrivava quasi all’altezza del ginocchio e sotto le suole degli stivali il fondo era viscido. La sua mano cercò di riflesso il medaglione che aveva sempre al collo, ma non lo trovò. «Che il Guardiano mi protegga, dove sono finito?» si chiese il chierico, con le orecchie tese e i muscoli pronti a scattare in caso di pericolo.
Senza preavviso, senti qualcosa muoversi sotto di lui e una morsa gli strinse la caviglia. Una stilettata di dolore gli attraversò la gamba e Kalin reagì d’istinto: affondò la punta del remo con tutta la forza che aveva. Il palo penetrò nella carne dell’aggressore con un risucchio, accompagnato dal crepitio delle ossa che si spezzavano e da un orrendo gorgoglio che fece ribollire l’acqua. Quando il nano lo ritrasse, si accorse che la punta era ricoperta da frammenti di pelle marcia e rivoli di sangue nerastro. Cominciò a correre per allontanarsi dalla minaccia, ma altre mani scheletriche emersero dal fondale e tentarono di afferrarlo. Corpi morti si sollevarono dall’acqua intorno a lui, cadaveri di marinai annegati con gli occhi bianchi, il cranio incrostato di molluschi e le budella penzolanti dal ventre squarciato. Kalin abbatté i primi con colpi rapidi e decisi, ma a un certo punto si rese conto di essere circondato. Uno di loro emerse da sotto di lui e lo afferrò per la gola, attirandolo verso di sé. L’alito marcescente del mostro gli diede il voltastomaco, ma il nano non si perse d’animo e tentò di respingerlo con una testata. Con la faccia in frantumi, l’aggressore mollò la presa, ma non servì a nulla. Altri cadaveri accerchiarono il chierico, artigliandogli il viso e le gambe finché non cadde nell’acqua. Erano ovunque sopra di lui, sibilavano e gorgogliavano, bramosi di strappargli l’essenza vitale dalle vene e cibarsi della sua carne. Kalin si dimenò, sferrando pugni a chiunque gli capitasse a tiro, incapace di arrendersi alla morte. Mentre lottava con le ultime forze rimaste, nel ritaglio di cielo che vedeva oltre le sagome dei mostri chini su di lui, vide la luna, alta e pallida. Poi un’ombra la offuscò per un’istante, come una palpebra che si chiude. Nel suo ultimo momento di lucidità, Kalin realizzò che quella che stava guardando non era affatto la luna, ma il gigantesco occhio di un volto demoniaco che il nano vide delinearsi nel cielo qualche istante prima che l’acqua gli annebbiasse la vista e gli riempisse i polmoni. Si sentì affogare. Poco prima che tutto diventasse tenebra sentì una presenza femminile accanto a lui. Percepì una mano gentile sulla spalla e un sussurro vicino all’orecchio: «Kalin, salvami.»
Si svegliò urlando, sollevandosi a sedere di scatto. Il cuore gli rimbombava nel petto a un ritmo forsennato e tutto il suo corpo era fradicio di sudore. Ansimando, cercò di calmarsi e di razionalizzare la situazione: era al sicuro nella sua stanza, al piano di sopra della Locanda del Leviatano. Non c’era nessuna isola, nessun morto vivente assetato di sangue e nessun occhio demoniaco nella luna. «Il solito incubo del cazzo» mormorò, mettendo i piedi sul pavimento. Gli sfuggì un sospiro dalle labbra. Ultimamente faceva sogni simili sempre più spesso, ma era ancora lontano dal capirne il significato. Per quello aveva deciso di lasciare il tempio di Helm in cui prestava servizio e mettersi in viaggio verso Neverwinter. Era sicuro che attraverso quelle visioni il suo dio volesse condurlo da qualche parte e dopo parecchi giorni di meditazione e ricerca si era convinto che la sua meta fosse l’Isola delle Tempeste. Il motivo per cui il Guardiano volesse portarlo proprio lì gli era ancora ignoto, ma Kalin lo serviva da tempo e aveva ormai capito che non faceva mai nulla per caso.
Lanciò un’occhiata alle armi appoggiate al muro e cercò di nuovo il simbolo sacro appeso al collo. Stavolta lo trovò: raffigurava un guanto d’arme con un occhio al centro del palmo. «Portami dove vuoi che vada» mormorò, chiudendo gli occhi per un istante. Stava per recitare un’altra preghiera, quando la porta della sua stanza si spalancò di schianto: sulla soglia c’era un umano mezzo nudo che impugnava un’enorme ascia a due mani.
° ° °
Dave della casata Geon fissava il soffitto della sua stanza e contava le travi per assicurarsi che fossero in numero pari. Il suo era stato un viaggio breve: il villaggio di Acquafonda, il piccolo centro abitato in cui era cresciuto, distava solo poche miglia dalla città e il paladino aveva un buon passo. Era arrivato alla Locanda del Leviatano quel pomeriggio e aveva pagato una stanza per la notte, intenzionato a rimanere il tempo necessario a trovare una nave che lo portasse sull’Isola delle Tempeste, più precisamente al monastero di Sonno del Drago. Non aveva molte informazioni a riguardo, ma non gli servivano: gli bastava sapere che il monastero ospitava un tempio dedicato a Bahamut, il dio drago che da anni aveva giurato di servire. La sua missione era raggiungerlo e mettere la lama della sua ascia al servizio di qualunque impresa il Portatore di Giustizia lo avesse destinato.
Quando si accorse che le travi del soffitto erano dispari soffocò un’imprecazione. Quella fissazione era un residuo del trauma che aveva vissuto da bambino, la notte in cui il Monte Pietrarsa aveva eruttato sommergendo di lava e lapilli le terre intorno a Neverwinter. Entrambi i suoi genitori erano morti e la loro sfarzosa villa a Corlyn Hill era stata arsa fino alle fondamenta. Non era qualcosa da cui un bambino di tre anni e mezzo, estratto quasi incolume dalle macerie, potesse riprendersi facilmente. Nonostante fossero passati molti anni, Dave aveva ricordi ancora molto vividi della tragedia ed era consapevole che il suo cammino di guarigione era ben lontano dal suo compimento. A dare un senso alla sua vita da nobile sopravvissuto ci avevano pensato Harvin e sua moglie Cassandra. I due coniugi erano vecchi amici dei Geon e dopo l’eruzione si erano offerti di accudire il piccolo e crescerlo come fosse loro. Harvin era un fabbro rinomato in tutta la regione, perciò aveva deciso di forgiare un’ascia e insegnare a Dave i rudimenti dell’arte della guerra. Il ragazzo si era innamorato all’istante di quella lama e dopo qualche anno di addestramento aveva deciso di partire per prestare giuramento a Bahamut come suo paladino. Aiutare gli altri dava senso alla sua vita e lo aiutava a lenire il dolore che lo tormentava.
Mentre era immerso in questi pensieri, il paladino sentì un urlo. Scattò in piedi, l’ascia già in pugno: qualcuno aveva bisogno di lui. Uscì nel corridoio deserto, fiancheggiato da una decina di porte chiuse. Sotto alcune di esse filtravano spiragli di luce, ma ci avrebbe messo un’eternità a controllarle tutte, perciò decise di affidarsi alle proprie sensazioni. Chiuse gli occhi ed espanse la propria coscienza tutt’intorno a sé cercando una traccia: se nei dintorni ci fosse stato qualche essere malvagio, lui lo avrebbe saputo. Sulle prime non percepì nulla, ma poi sentì un’eco provenire dalla quinta porta alla sua destra, come se qualcosa di malvagio fosse appena svanito e avesse lasciato nell’aria un’increspatura impercettibile. Senza esitare, il paladino si mosse in quella direzione e sfondò la porta con il manico dell’ascia.
Kalin, colto alla sprovvista, fece un balzo indietro e allungò la mano verso le armi appoggiate alla parete. Il paladino lo fissò. «Scusa un attimo» bofonchiò, poi uscì richiudendo la porta. Il nano aprì la bocca per dire qualcosa, ma non fece in tempo. La porta si spalancò di nuovo e il paladino rientrò nella stanza. «Perfetto, ora mi sento meglio» disse, con un sospiro di sollievo. «Scusa, è una cosa mia. A volte non ho proprio idea di cosa mi dica la testa. Ti ho sentito urlare poco fa, va tutto bene?»
Il nano, sempre più interdetto, alzò la mazza con fare minaccioso. «Era solo un incubo, niente che ti riguardi. Ora vattene dalla mia stanza.»
«Ehi calma, non ho cattive intenzioni!» esclamò Dave, posando l’ascia sul pavimento e allargando le braccia in segno di pace. «Ho solo pensato che avessi bisogno di aiuto, tutto qui.»
Il chierico lo squadrò dalla testa ai piedi. In effetti, nonostante gli fosse piombato in camera in piena notte e avesse quasi divelto la porta dai cardini, il nuovo venuto sembrava sincero. Una luce benevola brillava nei suoi occhi grigi e Kalin sapeva bene quanto fossero rari uomini con quello sguardo nei Reami Dimenticati.
«D’accordo» disse, abbassando l’arma. «Ma la mia stanza la paghi tu.»
Dave fece un cenno di assenso. «Aspettami qui» disse, mentre usciva di nuovo dalla camera. Quando tornò, si era infilato la camicia e aveva in mano un sacchetto pieno di monete. Prese quattro pezzi d’argento e li consegnò al nano.
«Ecco. Per la porta e il disturbo.»
Il chierico fece un mezzo sorriso e gli restituì il denaro.
«Tienili. Stavo scherzando: la stanza l’ho già pagata.»
«Beh, allora potrei offrirti una birra, che ne pensi?»
«Questa idea mi piace molto di più. Un nano non rifiuta mai di bere in compagnia. Faccia strada, signor…»
«Dave, della casata Geon. Piacere.»
«Piacere mio, io sono Kalin Hearthguard.»
° ° °
Quando Layton Woodshire mise piede sui moli, poco dopo il tramonto, ebbe la sensazione che anche quella sera avrebbe fatto un buco nell’acqua. Aveva sentito dell’esistenza del drago dalle scaglie di zaffiro annidato sull’Isola delle Tempeste da ormai una decimana e, nei giorni precedenti, ogni volta che il suo lavoro come guardia cittadina gli aveva permesso di avere la serata libera, si era recato al porto in cerca di qualcuno che potesse offrirgli un passaggio via mare. Possibilmente a poco prezzo, vista la scarsità del suo salario. Era entrato in più di metà delle locande ormai, ma ogni volta che pronunciava il nome di quell’isola le reazioni erano sempre di due tipi: qualcuno cominciava a ridere e gli dava del pazzo, altri invece si ritraevano come se fossero stati morsi da una vipera, blaterando di maledizioni, acque insidiose e terremoti, rifiutandosi di continuare la conversazione. Tuttavia, Layton non era tipo da perdersi d’animo. Era un elfo dei boschi dalla tempra d’acciaio, forgiato da decine di battaglie contro le bande di orchi che anni prima avevano assediato i confini di Alta Foresta, la patria del suo popolo. Quando la situazione era peggiorata, lui e la sua famiglia erano stati costretti a fuggire. Avevano attraversato il selvaggio Nord portandosi dietro quel poco che erano riusciti a salvare dalle razzie e si erano infine stabiliti a Neverwinter. Nel cuore di Layton il ricordo di casa era avvolto dalla nostalgia e l’elfo avrebbe dato qualunque cosa per farvi ritorno. Nel frattempo, più per necessità che per reale vocazione a servire gli umani, aveva deciso di prestare servizio come soldato nella guarnigione della città, cosa che gli aveva garantito una paga, un’ottima conoscenza del posto e una certa notorietà fra gli abitanti, soprattutto quelli più lontani dalla legge. Ma Layton aveva ben altri sogni: desiderava tornare a essere un campione come quando combatteva alle pendici delle Montagne Inferiori, agognava una grande impresa che potesse dare un senso alla sua vita da esiliato e permettergli di tornare in patria da eroe. Quando aveva sentito parlare del drago non ci aveva pensato due volte: se davvero quel mostro era sull’isola, lui lo avrebbe ucciso.
Lanciò un’occhiata all’insegna che pendeva sopra la sua testa. La scritta incisa da una mano maldestra su una tavola di legno sgangherata recitava: “Taverna dei Diciassette Coltelli”. Con un sospiro rassegnato, l’elfo mise una mano sulla porta ed entrò.
L’atmosfera del locale era fumosa. Fioche lampade a olio ardevano qua e là e nell’aria aleggiava un forte odore di tabacco scadente e sudore. Intorno ai tavoli erano radunati clienti di ogni genere: umani coperti di tatuaggi, mezzorchi sudici, gnomi incappucciati, straccioni drow e duergar dallo sguardo torvo. Qualcuno giocava a dadi, altri ingollavano sorsi di birra, altri ancora facevano roteare un coltello tra le dita. Non appena l’elfo mise un piede sulla soglia, i sussurri e le risate si interruppero. Decine di occhi si voltarono a fissarlo: si posarono sulle sue orecchie a punta, poi sull’elsa dello spadone e sulla faretra colma di frecce che aveva a tracolla, e infine videro la spilla della milizia cittadina appuntata sul davanti del mantello. Molti distolsero lo sguardo, impauriti. Altri assunsero un’espressione ancora più minacciosa e sputarono per terra in segno di disprezzo. Layton non ci badò e si diresse al bancone di fronte a lui. Se i suoi compagni d’arme avessero fatto una retata in quel momento, avrebbero messo in catene chissà quanti criminali, ma lui non era venuto a cercare rogne. Si appoggiò al piano di legno scheggiato e si rivolse all’oste, un coboldo emaciato con una benda sull’occhio che stava strofinando un boccale con un panno lurido. Decine di coltelli di fogge differenti erano conficcati nella parete alle sue spalle, come se fosse un unico grande bersaglio.
«Tu, ho delle informazioni da chiederti.»
«I-io? Come posso esservi utile, nobile signore?» balbettò il coboldo, mellifluo.
«Risparmiati i convenevoli, coboldo: con me non funzionano. Ho bisogno di sapere dove posso trovare una nave.»
«Una nave? E dove vorreste andare?»
«L’Isola delle Tempeste ti dice niente?»
L’oste fece una smorfia che lo rese ancora più brutto di quanto già non fosse e per poco il sigaro che stava fumando non gli cadde nel boccale.
«M-ma signore, l’Isola delle Tempeste? Ne siete proprio sicuro? Mio fratello Zark ci abita da qualche anno, ma dice sempre che quello scoglio è un vero merdaio!»
«Interessante. Dimmi di più.»
Il coboldo posò il panno e si sfregò le zampette ossute. «Ecco, forse qualche moneta potrebbe aiutarmi a ricordare meglio…»
L’elfo sbuffò e gli allungò un pezzo d’argento tenendolo premuto sul bancone con un dito. L’altro sogghignò, un lampo di avidità si accese nel suo occhio sano: probabilmente non aveva mai visto tutto quel denaro in una volta sola.
«Parla. Poi deciderò se lo meriti.»
«Dunque, vediamo…» cominciò il coboldo, in tono da cospiratore. «Io e mio fratello ci scambiamo qualche lettera ogni tanto. Sapete, Zark lavora per una specie di…sacerdotessa o qualcosa del genere. Non conosco il suo nome, ma so che la pollastra gestisce un monastero. L’unico posto decente di tutta l’isola, secondo mio fratello, ma che non riceve visite da anni, perché di tutti gli idioti che si sono recati laggiù, metà è scappata in preda al panico e l’altra metà nessuno l’ha più rivista. Credetemi signore, quell’isola è un posto schifoso e non troverete nessuno disposto a portarvi là.»
Il coboldo fece una pausa.
«A meno che…» aggiunse.
Layton alzò un sopracciglio. «A meno che?»
«Se mi date un altro piccolo incentivo, potrei…»
La mano dell’elfo si spostò sull’elsa dello spadone.
«Se vuoi che le tue braccia rimangano attaccate al resto del corpo ti conviene parlare, canaglia. Credo che nessuno dei presenti alzerebbe un dito per fermarmi, mi sbaglio?»
Il coboldo sbiancò dalla paura e indietreggiò di qualche passo.
«C-chiedo scusa, n-nobile signore, vi dirò tutto ciò che so! Ho sentito che proprio stasera avrebbe attraccato al porto la famigerata Mirabelle Rossorame, uno dei corsari più rispettati e temuti dell’intera Costa. Si dice che sia una cliente abituale della Locanda del Leviatano, perciò vi consiglio di cercarla laggiù.»
«Visto? Era facile.»
Layton si alzò e fu proprio in quel momento che si accorse di una mano che tentava di infilarsi nella sua scarsella. Con un gesto repentino, afferrò il ladruncolo per un braccio e lo guardò fisso negli occhi: era un bambino tiefling di nemmeno dieci anni, con i capelli spettinati, le corna appena accennate e il viso coperto di sporcizia. Indossava abiti laceri e le ossa del suo braccio erano così sottili che se Layton avesse leggermente rafforzato la presa si sarebbero spezzate tra le sue dita.
«Cosa credevi di fare, ragazzino? Cercavi forse di derubarmi?» ringhiò.
«N-no signore, i-io stavo solo…» singhiozzò il piccolo. «Ho perduto i miei genitori e ho molta fame, signore. Non mangio da giorni. Posso chiedervi qualche moneta?»
L’elfo si lasciò sfuggire un sospiro, mentre la rabbia lasciava il posto alla pietà. Conosceva la miseria e sapeva bene quanto potessero essere dolorosi i morsi della fame, specialmente a quell’età.
«Oste» chiamò. «Ti ordino di usare l’argento che ti ho dato per pagare a questo bambino tutto il cibo che desidera.»
«C-come volete, signore. Mi metto subito all’opera.»
Pochi minuti dopo, il coboldo fece ritorno con un fagotto gonfio di cibarie che consegnò al bambino. Il tiefling era fuori di sé dalla gioia. Si profondeva in inchini teatrali con le guance rigate di lacrime e gridava: «Signore, voi mi avete salvato la vita, sarete sempre il mio eroe! Quando tornerò a casa con tutte queste cose i miei fratelli saranno felicissimi!»
Suo malgrado, Layton si lasciò sfuggire un sorriso.
«Sono lieto di averti aiutato, ragazzino, ma ora vattene da qui: questo non è un posto adatto a te.»
«Vado subito signore, spero di rivederla presto!»
Con un’ultima riverenza, il piccolo attraversò la sala e sparì oltre la soglia. Layton lo seguì poco dopo. Una volta fuori dai Diciassette Coltelli riprese a camminare in direzione della Locanda del Leviatano. Se l’oste aveva detto il vero, forse quella serata si sarebbe conclusa in modo diverso dalle precedenti. Era giunto davanti alla soglia del locale, quando all’improvviso percepì una forte sensazione di pericolo.
«Hei, cazzone di un elfo! Dove pensi di andare?» ringhiò una voce.
Layton si voltò lentamente e vide tre omaccioni avanzare minacciosi verso di lui.
Fine prima parte
Se siete arrivati fin qui, congratulazioni! In effetti stavolta era lunghino. Spero con tutto il cuore che questa prima parte vi sia piaciuta e vi abbia fatto venire voglia di leggere la prossima. Non dimenticate di farmi sapere la vostra, vi leggo sempre molto volentieri.
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Grazie a tutti voi per avermi letto, ci vediamo sabato prossimo!
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Un pensiero riguardo “Cinque sconosciuti al Leviatano (Parte I)”