Cinque sconosciuti al Leviatano (Parte II)


Ho cominciato la mia prima campagna di Dungeons and Dragons (5e) a novembre 2024, insieme a un gruppo di amici, tutti neofiti del GDR. La storia che, in qualità di Dungeon Master, ho deciso di raccontare insieme a loro si intitola “Draghi dell’Isola delle Tempeste” ed è contenuta nel set introduttivo alla Quinta Edizione uscito nel 2022. Quello che segue è il prologo all’avventura vera e propria, che ho deciso di riscrivere nel mio stile, raccontando ciò che è successo al tavolo in quella primissima, indimenticabile, sessione. Ho cercato di limitare il più possibile le alterazioni al reale corso degli eventi: tutto ciò che leggerete è stato giocato e vissuto dai giocatori, fatta eccezione per l’adattamento dei dialoghi e qualche lieve modifica ai fini della narrazione. A causa della lunghezza del testo ho ritenuto doveroso dividerlo in due parti per facilitarne la fruizione. Se non avete ancora letto la prima, vi consiglio di farlo. La trovate qui. Che siate veterani del gioco di ruolo, amanti del fantasy o semplici curiosi, vi auguro buona lettura!

Yalear fu il primo ad avvicinarsi al gruppo di marinai intorno al fuoco. Erano una mezza dozzina, tutti ubriachi. Ridevano sguaiatamente e tra un boccale di birra e l’altro si raccontavano storiacce da taverna.
«Dico sul serio gente, quel furbacchione del mozzo si è scopato tutte e tre le sacerdotesse di Sharess in una notte sola! Non si fermava più!» biascicava un nano dai baffi spioventi.
«Non dire cazzate, Harbek» lo rimbeccò un mezzelfo dai capelli rossicci. «Lo sanno tutti che fottere una delle sacre figlie di Sharess è vietato, figurati tre! Ti stai inventando tutto!»
«Eryk, si può sapere che cazzo hai in quel cervello bacato? È soltanto una storia, amico, perché diavolo non ti fai una risata e la smetti di rompere le palle?» intervenne un mezzorco dalla pelle grigiastra, ingollando mezzo boccale di birra come se niente fosse. Gli spettatori che si erano radunati nel frattempo risero in coro. Yalear alzò gli occhi al cielo. Come diavolo faceva la gente a trovare divertenti tutte quelle stupidaggini?
Sirris fece capolino al suo fianco.
«Beh, pare che se la stiano spassando. Tu che fai, brutto ceffo, non ridi?»
L’elfo stava per ribattere con parole taglienti come suo solito, ma non fece in tempo.
«Fate silenzio» ordinò una voce, così profonda che sembrava provenire da dentro una tomba. I presenti, fra cui anche Kalin e Dave, che nel frattempo avevano raggiunto il bancone al piano di sotto e stavano bevendo insieme, raggelarono. A parlare era stato un individuo seduto nell’ombra accanto al camino, appena fuori dal cono di luce proiettato dalle fiamme. Nessuno si era accorto della sua presenza fino a quel momento, ma appena pronunciate quelle parole il silenzio scese sulla sala come un sudario e persino la luce delle lanterne sembrò affievolirsi.
Un braccio emerse dal buio e gli ubriachi si ritrassero terrorizzati: la manica che lo copriva era sudicia e strappata, la mano che ora puntava un lungo dito sugli spettatori sembrava essersi decomposta da secoli. Gli squarci nel tessuto del lasciavano intravedere al di sotto brandelli di pelle rinsecchita.
Kalin percepì immediatamente la minaccia e si defilò al piano di sopra per recuperare le armi, mentre Dave cercò di concentrarsi sull’uomo immerso nel buio. Percepiva una strana energia malvagia in lui, ma c’era anche altro…qualcosa che sul momento non riuscì a identificare con precisione.
«Queste storie» stava dicendo il lugubre figuro con il dito puntato, «non sono la verità. Nessuno di voi è qui per ascoltare stronzate. Volete una storia di mare? Ve la racconto io. E quando arriveremo alla fine, vedremo se avrete ancora tutta questa voglia di ridere.»
Nessuno osò controbattere. Yalear fissava quel poco che si vedeva dello sconosciuto con attenzione, Sirris invece si sentiva quasi attratta da quella voce così oscura. L’uomo fece scricchiolare le ossa, si schiarì la voce con un gorgoglio e cominciò il suo racconto.


«Questa storia racconta di una nave, il più splendido veliero pirata che abbia mai solcato il Mare delle Spade: la Rosa dei Venti. Un albero maestro possente, vele nere come la notte e uno scafo costruito con il legno d’argento delle foreste degli elfi. Si narra che sfrecciasse sulle onde con una grazia tale che persino Umberlee emergeva dal suo palazzo di conchiglie nei fondali per assistere al suo passaggio. La Rosa dei Venti non aveva rivali, nessuna nave poteva sperare di eguagliarla. Tuttavia, esattamente come succede alle donne più belle, tutti la invidiavano e tutti bramavano i suoi tesori. Così, i suoi nemici si coalizzarono per depredarla. I capitani di diverse ciurme di pirati strinsero un’alleanza e giurarono che una volta sterminato l’equipaggio e razziate le stive si sarebbero divisi equamente il bottino. Le diedero la caccia per settimane, ma la preda riusciva sempre a sfuggire ai loro agguati. Stavano quasi per rinunciare quando, una notte, uno dei rifugi segreti in cui l’equipaggio della Rosa aveva l’abitudine di approdare venne attaccato.»
L’uomo fece una pausa. Tutti avevano il fiato sospeso e gli occhi puntati su di lui, persino Malice si era lasciata stregare. Xarro osservava la scena con la zampa posata sulla vecchia ascia da guerra che teneva sotto il bancone, pronto a intervenire al primo segnale di pericolo. L’unico suono che si udiva era il crepitio dei ciocchi di legno nel camino. Quando riprese a raccontare, la voce del narratore trasudava dolore a ogni parola.
«Non si seppe mai chi fu a rivelare al nemico l’ubicazione del covo, ma non avrebbe fatto differenza. La battaglia nella baia fu terribile: montagne di fumo si alzavano dalle onde rosse di sangue e le fiammate dei cannoni squarciavano le tenebre con lampi di fuoco. Ovunque riecheggiavano urla e stridore di spade. Vedendosi ormai perduti, Octavius O’Connell, detto “Denti di Ferro”, il capitano della Rosa, decise di provare un’ultima follia: rompere l’accerchiamento. E ci riuscì, quel maledetto pazzo ci riuscì per davvero! La nave, ormai ridotta a poco più di un rottame, riuscì a sfondare le linee nemiche e uscire in mare aperto. Fuggirono, ma andarono poco lontano. Qualche ora dopo, sul Mare delle Spade si rovesciò una terribile tempesta. Si narra che ciò che restava della flotta nemica venne disperso o affondato, ma purtroppo anche la Rosa dei Venti subì la stessa sorte: venne trascinata dal vento e dalle correnti, finché le scogliere acuminate di un’isola non la trafissero a morte. Quella fu la sua fine. Da quel giorno in poi, il suo nome è diventato leggenda.»

L’uomo smise di parlare e si appoggiò allo schienale. La brace di un sigaro per un attimo illuminò parte del suo volto scarnificato. Quando la sua voce si spense fu come se un incantesimo si spezzasse: la tensione che pervadeva l’aria scemò, i suoni di sempre riempirono di nuovo l’ambiente e le lampade riacquistarono la loro consueta luminosità. Alcuni degli avventori uscirono impauriti dalla locanda, ma la maggior parte di loro tornò ai tavoli piuttosto impressionata da quello che avevano appena ascoltato.
Dave della casata Geon scansò Yalear e Sirris e si fece avanti per primo. Aveva in mano un boccale di birra, che mise sul tavolo accanto allo sconosciuto.
«Tieni, offro io. Per la storia.»
L’altro emise una risata che fece venire al paladino i brividi lungo la schiena.
«Non è che ci hai sputato dentro, vero? Sai… sono piuttosto schizzinoso.»
Quando si protese per afferrare il boccale, la luce del camino lo illuminò e finalmente lo videro: era un marinaio dai sudici capelli neri lunghi fino alle spalle, con il volto consumato dalle intemperie e gli occhi neri incassati nelle orbite. Indossava un cappotto, una giubba di cuoio, pantaloni scuri e un paio di stivali consunti. Ma la cosa che fece inorridire i presenti, fu che metà del suo corpo era completamente putrefatta: la carne decomposta sui muscoli fibrosi, le ossa esposte sotto gli abiti marci e cadenti, i denti giallastri e ciocche di capelli sbiaditi dal trascorrere di chissà quanti anni. L’aria attorno a lui era intrisa dell’odore di salsedine e carne in putrefazione.
Dave sgranò gli occhi inorridito, Yalear inarcò un sopracciglio, Sirris sibilò un’imprecazione e Kalin, sceso dai piani superiori poco prima della fine del racconto, mise mano all’ascia. Il marinaio osservò compiaciuto la reazione di orrore che la sua apparizione aveva suscitato, poi afferrò il boccale con la mano scheletrica e tracannò una lunga sorsata. Rivoli di birra colarono dagli squarci nella sua gola, si infilarono nelle cavità del suo corpo e finirono sul pavimento con uno sgocciolio rivoltante.
«C-cosa sei tu?», mormorò Dave.
«La risposta a questa domanda non ti piacerebbe, ragazzo, e credo che non la capiresti nemmeno.»
Il paladino rispose d’istinto, in un impeto di fierezza.
«M-mettimi alla prova… Octavius.»
Gli occhi del marinaio fiammeggiarono. Si protese verso il suo interlocutore con uno scricchiolio. Il fetore che emanava per poco non costrinse Dave a vomitare.
«Non pronunciare quel nome» sibilò l’uomo a denti stretti. «Non osare pronunciare mai più il nome… del mio capitano.»
«C’eri a-anche t-tu, vero?» lo incalzò Dave, inghiottendo saliva. «Sulla Rosa dei Venti, quella notte.»
Il marinaio si rabbuiò. Appoggiò di nuovo la schiena alla sedia e sfilò la sciabola dalla cintura: la lama, spezzata a pochi pollici dall’elsa, era incrostata di sangue e l’impugnatura appariva arrugginita come se non venisse usata da tempo immemore. L’uomo la poggiò sul tavolo con un gesto lento. Il suo sguardo si fissò in un punto che vedeva soltanto nei suoi ricordi.
«C’ero, sì. Ne sono uscito illeso, ancora non so spiegarmi come sia stato possibile. Il ponte della Rosa era diventato un lago di sangue e i miei compagni giacevano dappertutto, morti o moribondi. Ricordo di aver ucciso così tanti uomini che la lama della mia spada a un certo punto si è spezzata. Avrei voluto ripararla, ma quello che è successo dopo, beh…»
La sua voce si spense. L’uomo si acquattò di nuovo nel buio.
«Cos’è successo dopo?» volle sapere Dave.
La risposta non arrivò mai. In quel momento, la porta della locanda alle loro spalle si sfondò di schianto: il corpo massiccio di un mezzorco attraversò l’aria e mandò in frantumi uno dei tavoli di fronte all’ingresso. Sulla soglia, con le nocche arrossate per il pugno che aveva appena sferrato all’avversario, c’era Layton Woodshire.

°  °  °

Non era stato Layton a iniziare. Aveva appena messo una mano sulla porta della Locanda del Leviatano, quando aveva percepito il pericolo: alle sue spalle c’erano tre individui che avevano tutta l’aria di avercela con lui. «Ehi cazzone di un elfo! Dove pensi di andare?» aveva ringhiato il mezzorco, che sembrava il loro capoccia. Gli altri due avevano sfoderato un ghigno. A Layton erano bastati pochissimi secondi per farsi un’idea della situazione: erano marinai muscolosi, con il tatuaggio di un’arpia sulla spalla e lo sguardo annebbiato dall’alcool che probabilmente stavano ingerendo da ore, armati di coltelli e bottiglie che stringevano tra le dita malferme. Nei loro occhi iniettati di sangue, l’elfo lesse un odio feroce verso quelli della propria razza e capì subito quello che stava per succedere. Il mezzorco gli fu addosso e lo sollevò contro il muro afferrandolo per il davanti della casacca. Nessuno dei tre sembrò dare peso alla spilla da guardia cittadina, né alle armi che l’elfo portava addosso. «Peggio per voi» pensò Layton, con le zanne del mezzorco a pochi centimetri dalla faccia. Gli sferrò due gomitate sul lato destro del viso e si liberò dalla stretta, poi lo centrò al mento con un violento montante che lo proiettò all’indietro: il mezzorco sfondò la porta, attraversò la stanza e finì contro uno dei tavolo. Gli avventori cominciarono a urlare e molti fuggirono facendosi largo a spintoni, per niente desiderosi di partecipare alla rissa. Malice si stupì parecchio di non essere lei l’oggetto della contesa, per una volta, e decise di godersi lo spettacolo comodamente seduta sopra un tavolo con le gambe accavallate. Xarro si mise una zampa sugli occhi e mormorò qualcosa che suonava come un: «Dannazione, non di nuovo…». Il sinistro marinaio seduto accanto al camino scoprì i denti in un ghigno e sbuffò una nuvola di fumo verso il soffitto.
Il mezzorco si rialzò a fatica in mezzo ai resti del tavolo. Un grosso ematoma viola stava già cominciando a formarsi sotto il suo mento. «Sei morto, orecchie a punta di merda» ringhiò, sputando sangue. Poi partì alla carica verso Layton. In quello stesso momento, le vetrate si infransero e i due attaccabrighe rimasti all’esterno piombarono nel locale in una pioggia di vetri.
Dave fu il primo a reagire. Gli avversari erano tre e l’elfo soltanto uno: anche solo per riequilibrare i conti, doveva partecipare. Scagliò un giavellotto verso l’avversario più vicino, ma lo mancò di un soffio e l’asta si conficcò vibrando nella parete. Il paladino non si perse d’animo e sfoderò l’ascia, pronto a colpire di nuovo.
Nel frattempo Kalin, vedendo il soldato in difficoltà, estrasse la mazza e si gettò su uno degli assalitori. Una bottiglia volò nella sua direzione, ma il nano sollevò lo scudo e la sentì frantumarsi contro l’umbone di metallo. Quando arrivò a portata, sferrò una mazzata nelle costole dell’avversario mozzandogli il fiato, poi lo colpì in pieno viso con lo scudo, mandandolo al tappeto con la faccia coperta di sangue.
Sirris, invece, decise che per una come lei era meglio rimanere lontana da certe questioni. Non appena lo scontro ebbe inizio, sgattaiolò all’esterno e cercò di convincere i clienti che Xarro avrebbe dovuto ripagare parecchi danni, visti gli sviluppi della serata, motivo per cui era necessaria una colletta della quale si sarebbe occupata personalmente. Qualunque fossero i trucchetti che utilizzò, funzionarono e la halfling riuscì a raggranellare una quantità considerevole di monete sul fondo del suo cappuccio, mentre l’interno del locale risuonava di colpi, imprecazioni e mobilio fracassato.
Anche Yalear si era unito allo scontro e aveva cominciato a scagliare incantesimi: un fascio di fulmini gli attraversò il braccio e quando premette la mano sul petto di uno dei marinai passandogli accanto, l’uomo fu avvolto da una violenta scarica elettrica che gli carbonizzò i vestiti e lo fece accasciare a terra dal dolore. Dave lo finì colpendolo alla tempia con il manico dell’ascia e fece un cenno di approvazione all’elfo.
Il mezzorco, nel frattempo, era quasi addosso a Layton, che lo aspettava con la mano sull’elsa dello spadone. Quando l’avversario fu a pochi passi da lui, l’elfo sguainò l’arma con un movimento dalla fluidità impressionante. Il sibilo metallico della lama tagliò l’aria di fronte a lui. La testa del mezzorco, staccata di netto da quell’unico fendente, roteò in aria e colpì la parete imbrattandola di sangue. Il resto del corpo esaurì la sua spinta e rotolò goffamente ai piedi di Layton. Una macchia color cremisi si allargò sulle assi, mentre l’adrenalina dello scontro scemava a poco a poco. Euforici, sudati e con il cuore che batteva per lo sforzo, i quattro combattenti si guardarono l’un l’altro. Non si conoscevano, ma poco importava: lungo la Costa della Spada per dimostrare il proprio valore a qualcuno non c’era niente di meglio che una bella rissa in taverna.
«Per le salmastre poppe di Umberlee!» esclamò una voce. I quattro avventurieri (anzi cinque, ora che anche la ladra li aveva raggiunti) si voltarono all’unisono verso la soglia e videro comparire una donna. Aveva un fisico slanciato e un’onda di capelli rossi le pioveva lungo la schiena. Era vestita alla maniera dei pirati: camicetta bianca dalle maniche larghe, corsetto in cuoio, pantaloni aderenti e stivali alti fino al ginocchio. In vita portava un cinturone con fibbia a cui erano appese due eleganti sciabole intarsiate d’argento e sulla sua testa faceva bella mostra di sé un cappello a larga tesa con un paio di piume d’arpia infilate nella fascia. I suoi grandi occhi verdi brillavano per l’eccitazione dello scontro a cui aveva appena assistito.
I cinque le rivolsero un’occhiata interrogativa.
«Era da anni che non mi divertivo così, signori» disse la donna, avanzando in mezzo alla taverna devastata. «Le mie congratulazioni, ho avuto il fiato sospeso fino all’ultimo istante. Posso offrirvi da bere, mentre facciamo le presentazioni?»
«Heilà, Rossorame» la salutò Xarro dal fondo della stanza. «Ti trovo in splendida forma. Mi avevano detto che saresti passata dalle mie parti.»
«Ti hanno detto la verità, Drakedandion, e grazie per il complimento. Sono sempre felice di vederti, lo sai. Mi dispiace solo che quei tre ti abbiano rovinato la serata.»
«Purtroppo ormai ci ho fatto l’abitudine. È la quarta rissa in meno di una decimana.»
«Aspetta, tu sei Mirabelle Rossorame? La corsara?» intervenne Layton, rinfoderando lo spadone.
«In carne e ossa, elfo. E tu chi diavolo sei? Anzi, voi chi diavolo siete?» chiese la donna sedendosi al bancone, rivolta verso i cinque avventurieri.
«Layton Woodshire, membro del corpo di guardia della città. Ho bisogno di un passaggio via mare e mi è stato detto che voi potreste aiutarmi.»
«Calma, amico. Anche a me servirebbe una nave» intervenne Dave.
«E guarda caso anche al sottoscritto» gli fece eco Kalin.
«Ehi, un momento» intervenne Sirris, appoggiando il cappuccio pieno di monete sul bancone. «Non può essere un caso. Mi state forse dicendo che abbiamo tutti la stessa meta?»
«Ottima osservazione, halfling» le rispose Yalear, caustico. «Ci sei arrivata ora o lo hai capito mentre te ne stavi fuori ad appropriarti di denaro non tuo, invece di fare la tua parte contro quei tre?»
«Questo sì che è strano» intervenne Mirabelle, spegnendo sul nascere la scintilla del litigio. «Non solo pestate a sangue due dei miei uomini e decapitate il terzo, ma ora mi state anche dicendo di volere andare tutti e cinque nello stesso posto?»
«Cosa? Quelli erano i tuoi uomini?» chiese Dave.
«Hanno avuto quello che si meritavano» sentenziò Kalin. «Hanno iniziato loro.»
«Sono d’accordo con te, nano» disse Mirabelle, sorseggiando il boccale che Xarro le aveva versato. «Erano tre idioti a cui piaceva un po’ troppo alzare il gomito e attaccare briga con gli sconosciuti. Non andavano a genio a quasi nessuno della ciurma. Avete fatto bene a occuparvi di loro.»
«Sì certo, è tutto fantastico, ma tornando alla nave… potete darci un passaggio?» Il tono di voce della halfling, per quanto si sforzasse di apparire disinteressato, tradiva la speranza di una risposta positiva.
«Dipende. Dove siete diretti?»
«Vogliono andare all’Isola delle Tempeste» li anticipò Xarro.
Mirabelle sgranò gli occhi e un sorriso meravigliato le si dipinse sulle labbra.
«Per i Nove Inferi, questa serata si fa sempre più interessante… voi dovete essere pazzi.»
«Sprechi il tuo tempo, Rossorame. Credi che non ci abbia già provato io? Questi qua non vogliono sentire ragioni.»
«Siamo consapevoli dei rischi e forse un po’ avventati» concesse Dave, «ma sono affari nostri. E poi, voi non avete risposto alla domanda, signora. Ci darete un passaggio o no?»
La corsara vuotò gli ultimi residui di birra e scese dallo sgabello con un movimento aggraziato.
«Fin da quando ero bambina mi è stato insegnato che quando si alza il vento bisogna seguirlo e sembra proprio che in questo caso stia soffiando in una direzione molto chiara. Inoltre, i miei uomini hanno tentato di ricamarvi la faccia con i loro coltelli, quindi sono in debito con voi. Per ripagarlo vi offrirò ciò che chiedete.»
Mirabelle si avviò verso l’uscita, le sciabole che tintinnavano a ogni movimento dei fianchi.
«Manderò qualcuno a recuperare i miei e sistemare questo casino, Drakedandion, non preoccuparti» disse, rivolta verso il locandiere. «Quanto a voi… domattina venite al molo e cercate una nave con le vele rosse. Non vi sarà difficile individuarla, ve lo garantisco. Leveremo le ancore al sorgere del sole. Vi auguro una buona notte, signori. Arrivederci.» Fece un lieve inchino, poi si sistemò le piume sul cappello con un gesto e sparì nella notte.

°  °  °

Quando Sirris Merrydale entrò nella sua stanza era quasi mezzanotte. Aveva i sensi annebbiati e si sentiva pervasa da quell’euforia tipica di chi ha bevuto un bicchierino in più del dovuto. Dopo la rissa, sotto l’occhio attento di Xarro, lei e gli altri quattro avventurieri ne avevano approfittato per sistemare alla bell’è meglio i danni, poi avevano deciso di fermarsi a bere qualcosa per scambiare due chiacchiere e celebrare la vittoria. Vittoria in una battaglia a cui Sirris, come Yalear non aveva mancato di sottolineare più volte, si era ben guardata dal partecipare, preferendo alleggerire le tasche dei clienti con qualche subdolo stratagemma. «Fatti gli affari tuoi, brutto ceffo» aveva ribattuto la halfling. «Intanto questa bottiglia l’ho pagata io. Inoltre, ti assicuro che non ho rivali quando si tratta di maneggiare un coltello con discrezione, ma se devo affrontare tre energumeni alti il triplo di me, beh, allora la storia cambia!» La discussione era andata avanti per un bel pezzo, finché Kalin non aveva proposto di mettere da parte i dissapori e godersi quell’ultima serata prima della partenza.
Già… la partenza. Mentre si sfilava gli stivali inzaccherati, Sirris non poté fare a meno di pensare a ciò che la aspettava. Se la pista che aveva seguito fin lì era vera, sull’Isola delle Tempeste avrebbe trovato ciò che cercava da mesi: il tesoro sottratto a una delle gilde più potenti della Costa della Spada, la Forca Dorata, un mucchio d’oro e gioielli di valore inestimabile che le avrebbe finalmente permesso di riscattare una vita di fame, criminalità e miseria.
La halfling si avvicinò alla finestra e la aprì. Un refolo di brezza le portò l’odore salmastro del mare mischiato a quello assai meno gradevole dei vicoli. Sulla darsena intravide la sagoma di Yalear che camminava assorto tra i suoi pensieri. Nell’aria risuonavano canzonacce da marinai, aspri litigi e lo sciabordio delle onde contro le chiglie delle imbarcazioni ancorate nel porto. La halfling si lascò sfuggire un sorriso, assaporando quel sottofondo pittoresco che a qualunque altra persona a quell’ora della notte avrebbe fatto saltare i nervi. Ma a lei no. Lei non era abituata a dormire su un letto vero, chiusa in una stanza. Per anni la sua unica casa erano state le strade e ormai riusciva a dormire solo circondata da quegli stessi suoni e odori che avevano fatto parte di lei fin dall’infanzia. E poi, nel caso in cui alla guardia cittadina fosse venuto in mente di fare una retata e lei fosse stata costretta a darsi alla fuga, una finestra aperta era molto più utile di una chiusa.

°  °  °

Kalin Heartguard chiuse come poteva la porta che qualche ora prima era stata divelta dal paladino Dave ed esalò un lungo sospiro. Era stanco e allo stesso tempo consapevole che, non appena avesse chiuso gli occhi, il maledetto incubo di poco prima sarebbe tornato a tormentarlo. Come se non bastasse, la storia della Rosa dei Venti di cui aveva sentito qualche stralcio gli aveva messo addosso un fastidioso senso di inquietudine. C’era una verità oscura nel racconto di quel veliero, il genere di verità che dopo anni al servizio di Helm aveva imparato a riconoscere come un pericolo molto più concreto di quanto non potesse sembrare. Dopo la rissa, aveva cercato il marinaio diviso a metà ma non lo aveva trovato da nessuna parte, come se non fosse mai esistito. Le uniche tracce di lui erano una chiazza di muffa nerastra sulla sedia accanto al camino e un boccale di birra quasi vuoto appoggiato sul tavolo.
Il nano si mise a lucidare armi e armatura, immerso in cupi pensieri. Il lavorio del panno strofinato sul metallo placava il tremito delle sue mani e lo aiutava a fare ordine nei suoi pensieri tumultuosi: il suo incubo, i non morti risorti dal mare, l’occhio nella luna, la Rosa dei Venti…possibile che fosse tutto collegato? Possibile che l’incontro con quel lugubre personaggio non fosse un caso? Per quante domande potesse avere, era chiaro che le risposte erano celate in un solo luogo: l’Isola delle Tempeste. Il fatto che quella fosse la meta anche di altri quattro avventurieri lo aveva preso come un segno del destino, una conferma ulteriore che le forze in gioco fossero molto più grandi del previsto. Inoltre, lo confortava sapere che una volta raggiunte quelle scogliere flagellate dai temporali non sarebbe stato solo ad affrontare qualunque malvagità vi si celasse. Sempre che i suoi compagni di viaggio non fossero degli impostori, ovviamente. Non gli era affatto piaciuta la codardia della halfling, ma al contrario aveva apprezzato molto l’abilità di Layton con lo spadone, la risolutezza di Dave e l’efficacia degli incantesimi di Yalear, tutte cose che contro un ipotetico esercito di non morti avrebbero aiutato parecchio. Ripose il panno e si fermò a osservare il suo riflesso sulla piastra della corazza. La ragnatela di rughe che gli attraversava il viso lo faceva sembrare un pezzo di roccia coperto di crepe. Aveva lunghi capelli bruni e una folta barba dello stesso colore, striata di venature rossicce. Il tatuaggio dei Mercenari del Tuono gli dava un’aria marziale, quasi minacciosa, ma aveva gli occhi cerchiati di stanchezza e appesantiti da troppe notti passate a lottare contro i propri demoni interiori. «Per gli dei» pensò con una punta di amarezza, «sto invecchiando.»

°  °  °

Dave della Casata Geon non dormiva. Stavolta, la colpa non era del numero delle assi. Stavolta era l’adrenalina. La curiosità verso l’ignoto. Il desiderio di partire. Aveva visto molto poco dei Reami Dimenticati. I suoi veri genitori non avevano fatto in tempo a raccontargli nulla del mondo e fino alla sua decisione di arruolarsi tra le schiere dei paladini di Bahamut era sempre rimasto nei dintorni di Acquafonda. Una volta prestato giuramento qualche viaggio lo aveva fatto, ma mai via mare. Aveva combattuto le sue prime battaglie, si era fatto valere e aveva persino portato a casa qualche cicatrice da mostrare per fare colpo sulle donne di città, ma niente più di questo. Ecco perché la prospettiva di salpare per la prima volta in direzione di un’isola sconosciuta lo elettrizzava così tanto. E poi, scoprire l’identità dei suoi inaspettati compagni di viaggio gli aveva fatto piacere.
Kalin gli era simpatico. Si sentiva ancora in parte colpevole per aver fatto irruzione nella sua stanza, ma la birra che avevano condiviso gli aveva rivelato molto del carattere del nano. Dave aveva anche notato che durante la rissa Kalin si era mostrato misericordioso verso quei poveri balordi; al contrario di quell’elfo, Layton, che aveva decapitato il suo aggressore senza pensarci due volte. «Devo ricordarmi di parlargliene, domani» si disse.
Sirris e Yalear erano quelli più difficili da inquadrare, al momento.
La halfling non aveva combattuto con loro e tutto – il suo cappuccio, le sue frecciatine, i suoi sorrisetti – faceva presagire che fosse abituata a manipolare il prossimo e occuparsi di affari molto poco puliti.
L’elfo alto, invece, non aveva quasi proferito parola per tutta la sera. Quando avevano cominciato a volare tavoli e botte aveva fatto il suo dovere e si era rivelato molto abile nel manipolare la Trama, ma era anche triste, taciturno, poco incline a relazionarsi con il resto del gruppo. Dave se n’era accorto e aveva intenzione di fare due chiacchiere anche con lui, qualora se ne fosse presentata l’occasione.
Vedendo che non riusciva a prendere sonno, decise di alzarsi dal letto. Uscì nel corridoio, armato di tutto punto, e si sedette sulle scale che conducevano al piano terra, intenzionato a montare la guardia per proteggere il sonno dei dormienti come un vero paladino.
Diverse ore dopo, quando il sole stava per sorgere, fu lì che i suoi compagni lo trovarono: con la nuca pelata appoggiata di sghembo contro il muro e un rivolo di bava penzolante dal labbro inferiore, mentre russava come un cinghiale.

°  °  °

Le acque del porto luccicavano come una lastra d’argento sotto la luna di Tarsakh. Yalear Hellcriss le fissava seguendo il flusso dei propri pensieri, cullato dallo sciabordio della risacca contro la darsena. Si era congedato dai suoi nuovi compagni dopo una bevuta alla quale si era unito di malavoglia ed era uscito a passeggiare nella notte che avvolgeva Neverwinter. Amava stare da solo di fronte al mare. Lo faceva anche ai tempi di Candlekeep, quando lui e gli altri apprendisti del Circolo dei Maghi trascorrevano qualche giorno insieme sulla costa, lontani dal caos cittadino. L’adrenalina dello scontro avvenuto qualche ora prima era sfumata e ora poteva permettersi di pensare con lucidità a ciò che il domani gli avrebbe riservato.
La reputazione dell’Isola delle Tempeste non lo preoccupava più di tanto. Sapeva maneggiare la Trama con sufficiente abilità da sentirsi pronto ad affrontare qualunque minaccia si celasse tra quelle scogliere, ma ad impensierirlo davvero erano i misteriosi assassini di Liräel. Non aveva idea di chi potessero essere, né di dove si trovassero in quel momento, ma era consapevole che nei prossimi giorni avrebbe dovuto guardarsi le spalle con estrema attenzione. Chissà, forse la presenza degli altri gli avrebbe fatto comodo. L’elfo dei boschi sembrava sapere il fatto suo, così come il paladino e il nano. Gli era bastata un’occhiata per intuire che fossero degni di fiducia tutti e tre. Sulla halfling invece aveva qualche riserva, non aveva affatto gradito la sua decisione di defilarsi dalla rissa.
Fece schioccare le dita e una piccola sfera di luce magica danzò sopra il suo palmo. Ci giocherellò distrattamente per qualche istante, perso nei suoi pensieri, ripassando a mente gli incantesimi da preparare per il giorno successivo. Sperava che non gli sarebbero serviti, ma doveva essere pronto. Alla fine, si alzò e dissolse la sfera con un gesto.
«Che Mystra ci accompagni» mormorò. Rivolse un ultimo sguardo all’orizzonte velato di nubi, poi tornò alla locanda.

°  °  °

Layton Woodshire era seduto su una sedia di legno, il viso illuminato dalla luce di una candela che ardeva sul tavolo della modesta cucina di casa sua. Stava lucidando la punta di ciascuna delle sue frecce con un panno. Il tremolio della fiamma si rifletteva sulla lama dello spadone appoggiato lì accanto. Gli occhi di suo padre seguivano ogni sua mossa.
«E così, partirai.»
«Sì, padre. Domattina. La nave ci aspetta al porto.»
«Sei sicuro che sia la scelta giusta, Layton?»
L’elfo annuì, senza distogliere lo sguardo da ciò che stava facendo.
«E se non torni?»
«Andiamo, non essere così pessimista. Me la sono cavata in battaglie peggiori di quella che mi aspetta.»
«Non sai cosa ti aspetta.»
«Beh, non potrà essere peggio di un esercito di orchi assetati di sangue e razzia, no?»
«Tu sottovaluti il pericolo, figlio, come al solito. In passato ti sei gettato tra le fauci della morte in modo molto sconsiderato, ma non potrà andarti bene per sempre. Affrontare un drago non è uno scherzo.»
Layton emise un sospiro, gettò il panno sul tavolo e si voltò verso il padre.
«Non sarò da solo, padre. Alla locanda ho incontrato qualcuno che ha la mia stessa meta, gente affidabile, che con le armi ci sa fare tanto quanto me. Salperemo insieme e quando sarà il momento mi aiuteranno.»
«Me lo auguro. La nostra famiglia ha già sofferto abbastanza e io non sono sicuro di poter reggere un altro lutto.»
Layton annuì e gli appoggiò la mano sulla spalla. Per la prima volta dopo molti anni, nonostante il sangue elfico che gli scorreva nelle vene, suo padre gli sembrò immensamente vecchio e stanco.
«La mamma manca anche a me» disse, in tono più morbido. «Ma è per questo che lo faccio. Voglio renderla orgogliosa. Una volta ucciso il drago, sarò di nuovo un eroe. Saremo ricchi e potremo finalmente tornare a casa, te lo prometto.»
«Che i Seldarine ti ascoltino, figlio.»
Quando il padre si congedò da lui, Layton rimase solo. Una volta finito, riempì lo zaino con tutto l’occorrente per il viaggio dell’indomani. Lo sguardo gli cadde sul sacchetto delle monete. Il volto del piccolo tiefling a cui aveva pagato da mangiare qualche ora prima gli tornò alla mente per un breve istante. «Sarete sempre il mio eroe!» aveva esclamato il bambino. Già, “eroe”. Era da anni che nessuno lo chiamava così. Adesso era il momento di cambiare le cose: che fosse in piedi sulle sue gambe o disteso sopra lo scudo di uno dei suoi compagni, Layton promise a sé stesso che se mai fosse tornato in quella casa, lo avrebbe fatto da eroe.
Quando spense la candela con un soffio, il suo viso svanì nell’oscurità.

°  °  °

Il giorno seguente l’alba non si fece attendere. Quando Vortice la vide sorgere sopra la distesa di tetti rossicci, capì che era giunto il momento di partire. La sua padrona era stata molto chiara: avrebbero preso il largo alle prime luci, non un attimo più tardi. Il falco diede una beccata al cadavere del ratto di fogna che stringeva tra gli artigli. Non la migliore delle colazioni, si disse, ma quando si trattava delle città della Costa c’era poco da fare gli schizzinosi. Si augurò di trovare prede migliori una volta giunti in mare aperto. Ingollò quello che restava del roditore, poi spiegò le ali e spiccò il volo.
Sotto di lui, Neverwinter si stava svegliando: i lavoratori più mattinieri già percorrevano le strade di ciottoli ancora sprofondate nel grigiore del mattino, mentre nottambuli dagli occhi stanchi rientravano a casa strascicando i piedi. A quell’altezza, l’odore nauseabondo dei vicoli non arrivava e l’aria odorava di pane croccante, pesce fresco e primavera. Si preannunciava una giornata splendida.
Vortice zigzagò tra comignoli e campanili, scatenando un fuggi fuggi di colombi e gabbiani che decise di ignorare, diretto verso il porto. Qualche istante dopo, la vide: una nave dalle vele rosso sangue, gonfie di vento, stava lasciando i moli proprio in quel momento. Il rapace annunciò la sua presenza con uno stridio che fece alzare lo sguardo a molti degli uomini sul ponte, poi compì una larga virata per intercettare una corrente ascensionale e si levò sopra il Mare delle Spade, accompagnando la corsa del veliero verso ovest.

FINE


Se siete arrivati fin qui, congratulazioni! Il racconto di questo lungo prologo è finito. Spero con tutto il cuore di essere riuscito a immergervi nell’atmosfera che noi stessi abbiamo respirato al tavolo e di avervi trasmesso anche solo una scintilla di quella passione travolgente che ho verso il mondo dei giochi di ruolo e del genere fantasy. Non dimenticate di farmi sapere la vostra, vi leggo sempre molto volentieri.

Lascio in chiusura di questo articolo il disegno meraviglioso che il mio amico @valeriochiola, fumettista di professione, ha dedicato alla nostra avventura, perché si merita tutti gli elogi possibili. Se vi interessano i suoi lavori, vi consiglio caldamente di dare un’occhiata al suo profilo Instagram.

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Grazie a tutti voi per avermi letto, ci vediamo al prossimo racconto!


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