L’amore che mi lega alle opere di Carlos Ruiz Zafón ha radici profonde. L’Ombra del Vento, primo capitolo della tetralogia del Cimitero dei Libri Dimenticati, mi è stato regalato da mia madre molti anni fa. L’ho letto in un batter d’occhio, incapace di sottrarmi al fascino che quella storia, quelle atmosfere, quei personaggi esercitavano su di me. Il resto della saga non è stato da meno, e mi ha regalato una delle esperienze letterarie più dense e appassionanti in cui mi sia mai capitato di immergermi.
Sono tornato tra le nebbie della Barcellona “zafoniana” di recente, rileggendo ciascuno dei quattro romanzi in compagnia della mia fidanzata (sì, esatto, passiamo le ore a leggere storie insieme, io in qualità di narratore che si diverte a “fare le voci” dei personaggi, e lei che mi ascolta in brodo di giuggiole… perlomeno finché non si addormenta). Ci abbiamo messo quasi un anno, ma è stato incredibile. La trama, sviluppata nell’arco di parecchi decenni, è così articolata che durante la lettura ho deciso di scrivere una timeline degli eventi in ordine cronologico per avere un quadro completo da poter consultare in caso di bisogno.
A Zafón ho voluto anche dedicare la mia recente tesi magistrale, dal titolo breve e conciso come mio solito: “Il Cimitero dei Libri Dimenticati come archivio della memoria durante il regime franchista: resistenza all’oblio e trasmissione del passato nella saga di Carlos Ruiz Zafón”.
Tutto questo dovrebbe farvi intuire quanto l’opera di questo scrittore, scomparso nel 2020 a causa di un tumore, faccia parte di me. Il suo stile mi ha influenzato profondamente e le sue storie continuano a stregarmi anche a distanza di anni. Ed ecco, e finalmente arrivo al punto, la ragione dietro al racconto che state per leggere.
Ho voluto dare il mio contributo all’universo narrativo del Cimitero dei Libri Dimenticati, aggiungendo un piccolo tassello personale al mosaico creato da Zafón. Ho cercato di ricreare le atmosfere tipiche dei romanzi e di mantenermi il più possibile coerente con gli eventi della cronologia ufficiale, accendendo una luce sul passato di uno dei personaggi più misteriosi della tetralogia.
A chi non ha mai sentito parlare del Cimitero, benvenuti. Sarà un bel viaggio.
A chi c’è già stato e ne conosce i segreti, bentornati. Siete a casa.
L’ANGELO DELLE MENZOGNE
“Todo laberinto tiene su minotauro.”
(Isaac Monfort)
Barcellona, 1966
Ritengo doveroso cominciare questo racconto con delle scuse. Tra la moltitudine di pagine custodite quaggiù, le mie saranno di certo quelle di minor valore. Non sono animato dall’ossessione letteraria che bruciava l’anima di David Martín quando ancora era in vita, e non ho nemmeno l’immaginazione tormentata di quel figlio di puttana di Julián Carax, che spero stia bruciando all’inferno. No, io scrivo per raccontare la verità nascosta nel mio passato prima che la mia vita si spenga. Non ho mai scritto niente in prosa. C’è stato un tempo in cui avrei voluto diventare scrittore, ma poi mi sono detto: a che serve passare ore a riempire pagine e pagine di inchiostro se non si ha niente da dire? Al giorno d’oggi là fuori gira fin troppa robaccia scritta da gente mediocre. Non ho alcuna intenzione di aumentare quel numero. Però ho amato la poesia, quella sì.
Da giovane trascorrevo le giornate tra i salumi appesi nel retrobottega del negozio di zio Leopoldo a scrivere componimenti in rima. Non erano niente di che, a dire il vero, ma alla mia Teresita piacevano. Se ne stava seduta sul bancone accanto a me per ore, avvolta dal sole vaporoso del pomeriggio, con gli occhi che brillavano per l’emozione di ascoltare i versi che le dedicavo. Amava il suono della mia voce e spesso rideva di me, prendendosi gioco di quel poeta mingherlino che sentiva le farfalle nello stomaco ogni volta che lei gli si avvicinava chiedendo un bacio a labbra socchiuse.
Non aveva nemmeno diciassette anni quando è morta. Già. Che schifo, eh? Da ragazzini si pensa sempre che il primo amore sarà anche l’ultimo, ma quando mai succede? Stavo risparmiando da due anni per comprarle l’anello di nozze, ma la tubercolosi mi ha preceduto. L’abbiamo sepolta nel cimitero del Pueblo Nuevo una mattina di novembre del 1895. Sono passati troppi anni dal suo funerale, eppure me lo ricordo come fosse ieri: una manciata di familiari e amici sotto una cupola di ombrelli scuri, una bara sprofondata nella terra, vegliata da un angelo di marmo rigato di pioggia. Gli occhi di quell’emissario celeste non si staccavano da me: seguivano ogni lacrima che mi rotolava lungo le guance e mi guardavano dall’alto come se volessero trafiggermi l’anima. Sordo alle parole di conforto del sacerdote ho gettato il mio crisantemo nella fossa, incapace di reggere quello sguardo un minuto di più, poi me ne sono andato senza salutare.
Sulla via del ritorno il temporale è peggiorato: le nubi sopra la città pesavano come montagne di piombo, milioni di gocce gelide flagellavano senza sosta gli edifici e i liquami dei canali di scolo strabordavano nelle strade. Non avevo mai visto tanta pioggia in vita mia, ma all’inizio non me ne curavo. Pensavo solo a Teresita. Alle sue mani pallide che non avrebbero mai più rammendato gli strappi delle mie camicie, ai baci che ci scambiavamo nel retrobottega cercando di non farci sentire, alla predizione di una zingara sulla spiaggia del Bogatell, che leggendoci il palmo ci assicurò che saremmo stati insieme per sempre. Invecchiando sono arrivato a credere che abbia avuto ragione: nonostante l’avanzare dei decenni abbia fagocitato molti dei miei ricordi, quello del mio primo amore non mi ha mai abbandonato. Non so dire come mi trovai di fronte a quel portone. Se a scrivere queste righe fosse Martín, direbbe che ero destinato a trovarlo e che a guidarmi al suo cospetto siano stati il dolore che mi attanagliava il cuore e una strada invisibile tracciata dal mio angelo custode in mezzo alla tempesta. Ma io, come detto, sono un tipo più terra terra. Credo semplicemente che, dopo parecchi minuti di camminata a testa bassa su per le ramblas, la pioggia e il peso dei miei abiti fradici siano stati più forti persino del dolore e mi abbiano spinto a cercare il primo riparo disponibile per non morire assiderato. Le membra scosse dai tremori, la vista offuscata, mi sono infilato in calle Arco del Teatro superando il portico di ombre all’imbocco, spingendomi in profondità lungo una stradina ritagliata tra facciate scolorite e balconi fatiscenti, sottile come una ferita aperta nel cuore del Raval. Quando ho alzato lo sguardo il portone era lì, incassato nel muro di un gigantesco palazzo in rovina. I battenti erano di legno intagliato, scurito dal tempo e percorso da rivoli d’acqua. Al centro, più o meno ad altezza d’uomo, la testa di un diavolo stringeva tra i denti un anello di bronzo. Salendo i gradini viscidi di pioggia che conducevano all’ingresso mi accorsi che il portone era socchiuso, diviso in due da uno spiraglio di tenebre. Per quanto mi sforzassi, intuire cosa si nascondesse al di là era impossibile. Nonostante fossi zuppo fin nelle ossa percepii un refolo di vento provenire dall’interno e uno sciame di brividi, che nulla avevano a che fare con la temperatura del mio corpo, mi percorse le scapole. Sul momento mi sembrò quasi che qualcuno sussurrasse il mio nome dal buio. Con il cuore in gola, misi d’istinto la mano su uno dei battenti ed entrai.
La luce livida dell’esterno si irradiava su un pavimento polveroso, permettendomi di scorgere i confini di un ambiente simile a un atrio. Durò lo spazio di un istante: feci in tempo a distinguere molte orme impresse nella polvere e l’imbocco di un corridoio sul fondo, poi udii lo schiocco di centinaia di serrature che scattavano simultaneamente alle mie spalle. Il clangore del meccanismo che sigillava il portone fu così improvviso da farmi sobbalzare. Cacciai un urlo e cominciai a tempestare di pugni il legno massiccio, gridando a chiunque fosse in ascolto di aprirmi, ma invano. Alla fine, stremato, mi accasciai sul pavimento con le mani che pulsavano di dolore.
Attesi che i battiti del mio cuore si calmassero, nel tentativo di affrontare la situazione senza farmi prendere dal panico. Cosa diavolo mi era saltato in mente? Non avevo la minima idea di dove fossi finito, né se ci fosse modo di uscire da lì entro breve. Sarebbero potuti passare giorni prima che qualcuno mi trovasse. Esaminando il sistema di chiusura a tentoni, le mie dita incontrarono una complessa ragnatela di meccanismi, il cui funzionamento era impossibile da capire al buio. Davvero quella maledetta porta si era chiusa da sola?
Mi sfuggì un’imprecazione. Prima il funerale, poi l’acquazzone e ora… questo. La giornata stava scalando la classifica delle peggiori della mia vita a velocità allarmante.
Mi allontanai dall’ingresso verso la direzione nella quale presumevo si trovasse il corridoio. Mi muovevo con l’insicurezza di un cieco, accompagnato dal ticchettio delle gocce che mi colavano dai vestiti, le orecchie tese nello sforzo di cogliere il minimo rumore.
Un minuto dopo mi parve di intravedere un alone di chiarore a diversi metri di distanza. Accelerai il passo e mi accorsi pian piano che ricominciavo a vedere: ero a metà di un corridoio dalle pareti coperte di affreschi raffiguranti angeli e creature fantastiche di ogni sorta, che terminava in uno spazio aperto. Quando raggiunsi il varco sgranai gli occhi per la meraviglia e il mio cuore perse un battito.
Di fronte a me si apriva una sala circolare di dimensioni colossali, sovrastata da una cupola di vetro da cui si spandeva una coltre di luce che la tempesta tingeva di una sfumatura cinerea. Un lampo squarciò le nubi, seguito dal fragore di un tuono che fece vibrare l’intera struttura. Alzando lo sguardo mi persi in un intrico di corridoi, balaustre, ponti, scalinate, piattaforme e impalcature che si innalzava verso il soffitto, simile a una vertiginosa spirale. Ma la cosa che mi fece crollare in ginocchio furono i libri: una quantità incalcolabile di volumi di ogni forma, età e dimensione, stipati ovunque tra le spire di quel labirinto impossibile.
Rimasi paralizzato dalla visione per un tempo che non saprei quantificare. Quando mi riebbi, una chiazza d’acqua si era allargata intorno a me infiltrandosi nelle fessure del pavimento. Guardai di nuovo verso la cupola e mi accorsi che la furia del temporale era diminuita. Non mi importava più di uscire, ormai. Teresita era morta, e con lei ogni speranza di una vita felice. E poi, la biblioteca in cui ero intrappolato si offriva al mio sguardo in tutto il suo splendore. La meraviglia dell’architettura era soverchiante, mi attraeva così tanto da farmi lacrimare. Invano tentavo di coglierne la geometria, invano mi cimentavo nel calcolare l’ampiezza della sua estensione o il numero preciso dei manoscritti che ospitava: era un enigma impossibile da risolvere nascosto nel cuore di Barcellona da tempo immemore. Eppure, deciso più che mai a svelarne la soluzione, scelsi di rimanere. Quello che non potevo sapere è che al centro di quel labirinto mi stava aspettando il minotauro.
In una delle stanze di servizio al piano terra trovai una vecchia lanterna a olio e una scatola di fiammiferi. La fiammella guizzò dietro il vetro offuscato dai molti utilizzi, proiettando la mia ombra sulle pareti. Serrai i denti per impedirgli di battere, raccolsi il coraggio che mi era rimasto e cominciai a salire lungo la prima scalinata che vidi.
L’aria era intrisa dell’odore della carta e del cuoio delle rilegature, dell’olio bruciato e dell’umidità che trasudava dalla pietra. Il mio passaggio alzava nuvole di pulviscolo che scintillavano alla luce della fiamma per poi ripiombare nel buio non appena me le lasciavo alle spalle. Ad una prima impressione la biblioteca mi parve silenziosa, ma più mi inoltravo tra le sue viscere, più mi accorgevo dei tanti rumori che la animavano. La lanterna cigolava ad ogni passo, mentre il ticchettare della pioggia sul guscio della cupola si faceva sempre più distante a ogni svolta che imboccavo. Avevo la sensazione di non essere solo. Sibili di vento, simili a voci di spettri, mi chiamavano dal buio degli angusti passaggi. Mani sconosciute sfogliavano pagine nella penombra, ma il loro fruscio cessava di colpo quando entravo per illuminare le stanze. Erano tutte vuote. In alcune occasioni sentii riecheggiare il tonfo di un volume caduto ai livelli superiori, e mi chiesi se qualcuno lo avesse fatto cadere di proposito. Interrogavo le tenebre ad alta voce, affacciandomi dai pozzi e dalle aperture nei muri in cerca di qualcuno a cui segnalare la mia presenza, ma l’unica risposta che ottenevo era quella della mia stessa eco che risuonava nelle profondità. All’inizio esitavo ad accostarmi ai libri. Mi sentivo depositario di un segreto che non avrei mai dovuto scoprire e non volevo insudiciare secoli, forse millenni, di conoscenza con le mie mani profane da poeta in erba, la cui massima fatica letteraria era una raccolta di venti poesie sull’amore scritte a mano. Ma dopo non so quanto tempo trascorso a vagare tra scaffali strabordanti e pile di libri, non resistetti alla tentazione: il primo volume che mi capitò in mano furono i Diari Astronomici di Ipazia d’Alessandria, sui quali mi soffermai per minuti interi, incantato dalle raffigurazioni del cosmo che ne abbellivano le pagine. Su un altro ripiano intravidi l’Hydriotaphia di Sir Thomas Browne, che un lettore aveva ricoperto di fittissime note a margine, e il Trattato sull’Anatomia delle Ombre di Jean-Baptiste Morin. Non avevo la minima idea di chi fossero quelle persone, ma poco importava. Continuando a frugare, animato da una curiosità che diventava sempre più morbosa, lessi alcuni paragrafi del Labirinto degli Arlecchini, scritto da un autore spagnolo che non conoscevo. Sfogliai il Vangelo apocrifo di Giuda Iscariota, le Rubaiyyat del poeta Omar Khayyam e decine di altri volumi i cui titoli erano incomprensibili per la mia scarsa conoscenza linguistica di allora. Fu in quel momento, mentre salivo di piano in piano, dimentico di ogni cautela, e con dita febbrili tentavo di estorcere alle pagine i loro segreti, che udii il rantolo di un uomo provenire dal corridoio.
Mi immobilizzai. «Chi c’è?» gridai. Di nuovo quel gemito. Estrassi un coltellino dalla tasca. Dubitavo che sarebbe stato sufficiente a difendermi, ma al momento non avevo altro. Mi avvicinai all’ingresso della stanza e lanciai un’occhiata al di fuori: il corridoio proseguiva in penombra per qualche metro, poi sprofondava nelle tenebre.
«Senta, non ho cattive intenzioni. Stavo solo dando un’occhiata» dissi. Le mie parole tremavano, non mi sentivo affatto al sicuro.
«T-ti p-prego…» esalò lo sconosciuto. A giudicare dalla voce doveva essere terrorizzato molto più di me. Mi feci coraggio e avanzai, le dita serrate intorno al temperino, la lampada alzata.
Lo trovai dopo una decina di metri, entrando in una cella circolare alla fine del corridoio. Al centro del pavimento si apriva un pozzo privo di parapetto, che precipitava in verticale nell’oscurità. Lo sconosciuto gemeva a pochi passi dal bordo, rannicchiato sopra mucchi di fogli sparsi, sussurrando frasi che non riuscivo a decifrare. Quando la luce della lanterna lo illuminò vidi un ammasso di ossa coperto di stracci e scosso dai tremori. Alti scaffali incombevano su di lui come grigi angeli della morte. Era una stanza senza uscite. Mi avvicinai guardingo al groviglio umano che si agitava sul pavimento, tenendomi il più possibile vicino al muro.
«Mi scusi signore, posso aiutarla?»
L’uomo continuò a contorcersi come se non mi avesse sentito. La pelle tesa sulle ossa della sua schiena era chiazzata di sudiciume e gli stracci che aveva addosso erano impregnati del puzzo di sudore e urina. Quando appoggiai il lume, la fiamma ebbe un fremito.
«Signore? Si sente bene?»
I lamenti aumentarono di intensità. Le sue parole divennero comprensibili.
«F-fammi uscire, i-io…non posso più essere ciò che mi chiedi.»
«Signore? Con chi parla?»
Mi guardai intorno, ma eravamo soli. Mi accovacciai sui talloni.
«Venga, la aiuto io.»
Feci per aiutarlo ad alzarsi, ma lui fu più veloce. Prima che potessi toccarlo, una delle sue mani mi chiuse la gola in una morsa, trascinandomi in basso con uno strattone. Si voltò di scatto, il viso a pochi centimetri dal mio. Era un vecchio glabro e raggrinzito, dal volto inciso di rughe e le guance incavate. La sua cute era così sottile che al di sotto si intuivano le ossa del cranio, ma quello che mi riempì di orrore furono le sue orbite, ridotte a cavità dai bordi slabbrati, incrostate di sangue nero come l’inchiostro. Qualcuno gli aveva cavato gli occhi. L’uomo dischiuse a fatica le labbra, alitandomi il suo fetore sul volto.
«Temi l’uomo del labirinto, o stolto che vaghi tra le sue spire» rantolò. «Egli segue nel buio i tuoi passi ed è sorretto da ali di angelo, ma dalla sua bocca stillano soltanto menzogne.»
«M-mi lasci andare, n-non respiro…» boccheggiai, tentando di allargare la stretta delle sue dita.
«Troppi anni, sono passati troppi anni. Troppi segreti, troppi libri, troppe anime. Ti ho dato tutto il mio tempo, la mia penna, persino i miei occhi, ma non ti sono bastati. Che altro vuoi?»
Il vecchio aveva alzato la voce, avvinghiandosi a me come un naufrago in balia della tempesta, animato da un’esplosione di furore che gli incendiava le viscere. L’aria a mia disposizione era sempre meno. I contorni della stanza si stavano facendo sbiaditi e sentivo un forte ronzio nelle orecchie. Sapevo che tra non molto avrei perso i sensi, o peggio, la vita. L’istinto di sopravvivenza agì al mio posto.
Quando la lama del mio coltello gli squarciò il dorso della mano fino all’osso, il pazzoide non ebbe alcuna reazione. Rivoli di sangue cominciarono a colargli lungo l’avambraccio, ma la presa non si allentò. Ruotò il collo per fissare le orbite su di me. «Cerca tra gli scaffali» mi disse, come se per un istante avesse riacquistato un barlume di lucidità. «Un libro…devi scegliere un libro. Uno solo. Non importa quale, non fa differenza. Mi hai capito? Tienilo con te e proteggilo a costo della vita. Adesso è compito tuo.»
All’improvviso mi lasciò andare. Indietreggiai fino a sbattere la schiena contro uno scaffale, inghiottendo ossigeno a pieni polmoni, il sangue che mi martellava nelle tempie. Tossivo, la gola mi bruciava come se avessi ingoiato una manciata di vetri. Dovetti fare uno sforzo per non vomitare, ma ebbi comunque la forza di sollevare la lama di fronte a me. Se fosse stato necessario, ero pronto a colpire di nuovo.
A meno di due metri di distanza il vecchio si alzò in piedi a fatica, come se ogni movimento gli costasse uno sforzo sovrumano. In controluce davanti alla lanterna, la sua sagoma sembrava quella di un cadavere risvegliato da un sepolcro. Il suo respiro era roco, lacrime di sangue gli gocciolavano dalla mano, allargando chiazze scure sui fogli ai suoi piedi. Nonostante mi terrorizzasse, nella mia testa frullavano decine di domande. Si voltò nella mia direzione e alzò un dito ossuto per indicarmi.
«Stia indietro» intimai.
«Temi l’uomo del labirinto” mormorò con un filo di voce. «Temilo.»
Pronunciate quelle parole si lasciò cadere all’indietro e precipitò oltre il bordo del pozzo senza un grido.
Non feci in tempo a urlare, né ad afferrarlo. Accadde tutto troppo in fretta. Rimasi dov’ero, incapace di reagire, immaginando la sua caduta silenziosa nella tenebra senza fine. Se il suo corpo si sfracellò ai livelli inferiori non lo sentii. Dalla gola del pozzo non proveniva alcun rumore, fatta eccezione per il lamento del vento.
Riposi il coltellino e mi alzai. Le mie gambe erano così malferme che dovetti sorreggermi allo scaffale. Solo allora mi resi conto che quelli affastellati lungo i ripiani non erano veri e propri libri, ma un ammasso di supporti cartacei delle tipologie più disparate: quaderni, diari, taccuini, agende, persino fascicoli di fogli ingialliti tenuti insieme alla bell’è meglio con un giro di spago. Mi tornarono alla mente le parole che il vecchio mi aveva rivolto poco prima. «Devi scegliere un libro, non importa quale», così aveva detto. Ne presi uno, un diario dai bordi consunti macchiato di cera. Lo aprii. Conteneva un lungo componimento in versi scritto da una mano malferma. Quando i miei occhi caddero sul titolo raggelai: L’Angelo delle Menzogne. I primi versi, incisi sulla pelle della pagina dalla punta acuminata di una penna, recitavano: “Temi l’uomo del labirinto, o stolto che vaghi tra le sue spire. Egli segue nel buio i tuoi passi ed è sorretto da ali di angelo, ma dalla sua bocca stillano soltanto menzogne”. Lo richiusi. Non potevo crederci. Afferrai quello accanto. Sgranai gli occhi: stesso titolo, stesse parole. Temi l’uomo del labirinto. Ne sfogliai un altro, poi un altro ancora. Temi l’uomo del labirinto. Temi l’uomo del labirinto. Cominciai a vuotare gli scaffali con foga, aprendo alla rinfusa decine di quaderni. Ben presto mi resi conto che tutti quelli su cui mettevo le mani contenevano la stessa opera, lo stesso maledetto incipit: temi l’uomo del labirinto. Notai che la grafia di colui che li aveva scritti non era sempre uguale. In alcuni casi le parole erano allineate una dietro l’altra con eleganza, in altri la carta presentava segni di cancellature e scarabocchi quasi rabbiosi, in altri ancora le strofe si accavallavano a spirale le une sulle altre, simili a nugoli di scarafaggi, ripetendosi in maniera così ossessiva da risultare illeggibili. Non avevo dubbi: il poema intrappolato in quei diari era il prodotto della mente delirante del vecchio, il suo ultimo lascito prima di abbandonare questo mondo di ombra e cenere.
Decisi che ne avevo abbastanza. Dovevo mandare al diavolo quel pazzoide e le sue follie, trovare il modo di fuggire da quel luogo abbandonato da Dio e dimenticarmi ogni cosa.
Poi lo vidi.
L’uomo del labirinto era in piedi sulla soglia della stanza e mi fissava.
A questo punto della storia i miei ricordi si fanno confusi. Ricordo di aver cominciato a urlare quando la lanterna mi è sfuggita di mano e si è infranta sul pavimento, e di aver continuato fino a scarnificarmi la gola. Ricordo anche che a un certo punto, mentre fuggivo, sono ruzzolato giù da una scalinata. Un attimo prima di perdere i sensi per il dolore ho sentito lo schiocco della mia caviglia che si spezzava. Non mi sono mai ripreso del tutto da quella caduta. Ancora oggi questa maledetta zoppia non smette di perseguitarmi, anzi, con la vecchiaia è persino peggiorata.
Comunque sia, quando ho riaperto gli occhi, ero sdraiato in un letto. La stanzetta intorno a me, per quanto disordinata e piena di libri anch’essa, appariva confortevole, illuminata com’era dalla luce tenue del tardo pomeriggio. Immaginai che il temporale fosse ormai lontano e mi resi conto che durante il mio soggiorno nel labirinto avevo perso la cognizione del tempo, come se fossi stato sottoterra. In effetti, per certi versi, era così che mi sentivo: un sopravvissuto riemerso per miracolo dalle viscere di una tomba. La mia gamba era stata fasciata e steccata. I miei effetti personali erano sul comodino: il temperino, qualche peseta, un mozzicone di matita e la ricevuta stropicciata della fioreria in cui avevo acquistato il crisantemo per Teresita. Vedendola provai un’immensa tristezza. Insieme a tutto il resto c’era anche un diario. Chiazze di cera, orli irregolari. Non dovetti nemmeno aprirlo per sapere di cosa si trattasse. Stavo per gettarlo sul pavimento con una manata quando la porta si aprì. Un uomo sulla quarantina fece capolino con un sorriso. Dietro un paio di lenti il suo sguardo era gentile.
«Oh, è sveglio! Come si sente?»
«Bene, almeno credo. Posso chiederle chi è lei e cosa ci faccio qui?»
L’uomo si accomodò su una sedia e mi allungò la mano.
«Daniel Sempere. Piacere di conoscerla, signor…»
«Isaac. Isaac Monfort.»
Sempere sapeva molte cose. Disse di avermi trovato per caso, mentre percorreva i corridoi del labirinto come suo solito. Come avrei scoperto in seguito si considerava un habitué. Nonostante ai suoi occhi fossi uno sconosciuto mi aveva portato a casa sua e aveva mandato il figlio a chiamare il medico del quartiere affinché si occupasse della mia caviglia. Da ragazzo aveva viaggiato per le Antille, ma ora vendeva libri. Aveva risparmiato abbastanza per potersi permettere di aprire una piccola libreria al piano di sotto, che mandava avanti insieme al resto della famiglia. A suo dire, il mondo era pieno di bravi scrittori, ed era responsabilità dei librai come lui farli conoscere ai lettori.
Quando gli narrai di come ero entrato nel labirinto e di tutto ciò che avevo visto, mi ascoltò con attenzione. Al termine del mio racconto non disse nulla per diversi minuti, poi si accese un avana. Quando parlò, il suo tono si era fatto più serio. Mi disse che le origini della biblioteca erano legate ai suoi antenati, ma erano così antiche che nessuno sapeva con precisione quando fosse stata costruita, né come. Il suo scopo, tuttavia, era sempre stato lo stesso: raccogliere tra le sue mura i libri minacciati dalla distruzione per salvarli dall’oblio. Lo chiamavano “Cimitero dei Libri Dimenticati”. I Sempere custodivano il segreto della sua ubicazione da generazioni e in tutta Barcellona le persone a conoscenza della sua esistenza erano meno di un centinaio. Quando gli chiesi informazioni in merito al vecchio, per un istante temetti che mi prendesse per pazzo.
«Non credo affatto che lei sia pazzo, Isaac» ribatté, sbuffando una nuvola di fumo dolciastro in direzione del soffitto. «Quell’uomo era il vecchio custode del Cimitero. A quanto ne so, lo è stato per più di mezzo secolo. Sapevamo tutti che fosse un po’ matto. Nessuno conosceva il suo vero nome, perciò lo chiamavamo semplicemente “il Custode”. Era da più di un anno che non riuscivamo più a trovarlo. Il giorno prima c’era, e quello dopo le uniche cose rimaste di lui erano il mazzo delle chiavi e una mezza bottiglia di brandy di Jerez. Molti di noi si sono inoltrati nei livelli più interni per cercarlo, ma non sono mai riusciti a trovarlo. Direi che adesso possiamo considerare concluse le ricerche.»
«Mi dispiace. Avrei voluto aiutarlo, ma non ho fatto in tempo.»
«Nobile da parte sua, ma non credo che l’epilogo sarebbe stato diverso. Consapevolmente o meno, il Custode aveva segnato il proprio destino da tempo. Come ha potuto constatare, passare tutti quegli anni chiusi laggiù ha un prezzo. Non tutti gli uomini possiedono la tempra, o la disperazione, necessaria per fare quello che ha fatto lui.»
«Chi è stato a farlo impazzire, secondo lei? L’uomo del labirinto?»
Sempere fece una smorfia e diede un’altra boccata.
«Chi può dirlo? La solitudine e le tenebre giocano brutti scherzi ai sani di mente, figuriamoci cosa possono fare a quelli più fragili di noi. Non siete il primo a parlarmi di lui.»
«Non penso di essere fragile, signor Sempere» obiettai, punto sul vivo. Il librario sorrise.
«Non intendevo offenderla. Dico solo che il Cimitero è un luogo tenebroso, in grado di spaventare i veterani tanto quanto i nuovi arrivati. Inoltre, siamo consapevoli che siano molti di più i segreti che ancora ci nasconde, rispetto a quelli che ci ha rivelato nel corso degli anni.»
«Ma lei ci crede?» insistetti. «Crede nell’Angelo delle Menzogne?»
Esitò, osservando il fumo galleggiare nell’aria.
«Ogni labirinto ha il suo minotauro, no? Anche se lo ritengo poco plausibile, non escludo che il nostro possa essere quello che lei e altri della confraternita affermano di aver visto.»
Il suo sguardo si soffermò sul libro appoggiato sul comodino. Lo indicò con il sigaro.
«Chissà, forse la risposta è lì dentro.»
«Lo conosce?»
«Oh, no. Mai visto prima. Ma non posso negare che un libro del genere stuzzichi il mio interesse professionale.»
«Lo prenda pure. Io non so cosa farmene.»
«Non posso. È suo.»
«Niente affatto. Non ricordo nemmeno di essere stato io a portarlo fuori da lì. Glielo regalo, può farci quello che vuole.»
Sempere appoggiò il sigaro sul bordo del posacenere e mi guardò negli occhi con espressione grave.
«Temo di dover rifiutare, signor Monfort. Ricorda le parole del Custode? Anche se in preda al suo delirio, quell’uomo non le ha mentito. Deve sapere che nel Cimitero vige da sempre una regola molto chiara: chiunque ci entri per la prima volta ha il diritto di scegliere un libro. Così facendo si contrae l’obbligo di proteggere quel libro e di fare il possibile affinché non venga mai perso o distrutto.»
Il mio sguardo si posò sull’Angelo delle Menzogne. Feci una smorfia di disgusto.
«Non l’ho scelto io. Non lo voglio.»
«Questo, purtroppo, è irrilevante, signor Monfort» ribatté Sempere. «Quando l’ho trovata, lei lo aveva con sé. Ne consegue che, anche se non è stato lei a sceglierlo, il libro ha scelto lei come suo possessore. Ora siete legati, lo capisce? Non può farci niente.»
«E se mi rifiutassi?»
«Dopo quello che ha visto laggiù, non penso le convenga. I libri sono una faccenda molto seria, questo in particolare.»
Mi mise il diario tra le mani, poi si alzò in piedi.
«Le consiglio di dormirci su. Un po’ di riposo le schiarirà le idee. Confido che farà ciò che ritiene più giusto.»
Poco prima di uscire si fermò sulla soglia. «Non conosco né lei, né la sua storia» disse. «Ma una cosa è certa: il Cimitero l’ha scelta, Isaac. Che le piaccia o no.»
Rimasi a letto per settimane in attesa che la frattura guarisse. Le giornate scorrevano placide nel piccolo appartamento di calle Santa Ana. Il medico passava a visitarmi con regolarità e ben presto diventammo amici. Conobbi anche gli altri due membri della famiglia. La moglie di Sempere, Diana, aveva folti capelli scuri e la pelle olivastra. Mi disse di venire dall’Italia. Girava per casa con in braccio il piccolo Juan, nato da pochi mesi. Era una donna instancabile e di buon cuore, proprio come il marito. Nei rari momenti in cui non doveva allattare Juan si occupava di me, assicurandosi che non mi mancasse nulla. Mi portava una ciotola di brodo caldo ogni sera, mi cambiava le lenzuola e lasciava sempre sul comodino una tazza fumante con qualche infuso d’erbe per aiutarmi a prendere sonno. Dato che i primi tempi ero costretto a letto, passavo le ore a leggere i libri che Sempere mi portava su dal negozio. Grazie a lui conobbi Charles Dickens, Victor Hugo, Edgar Allan Poe, Alexandre Dumas… Dopo cena il libraio veniva da me per condividere un bicchiere e farsi una fumata. Ne approfittai per raccontargli di Teresita, di zio Leopoldo, di tutte le cose che avevano fatto parte della mia vita prima di entrare nel labirinto, e che ora mi sembravano così lontane. In cuor mio speravo che quelle chiacchierate durassero fino all’alba, perché sapevo che, non appena la porta si fosse chiusa, avrei visto l’angelo del labirinto fissarmi nel buio.
Tre mesi dopo ero finalmente in grado di camminare da solo e avevo preso una decisione.
Un freddo mattino di febbraio raccolsi i miei averi, salutai il signor Sempere con una stretta di mano e abbracciai Diana e il piccolo Juan. Con un groppo in gola e gli occhi lucidi gli promisi che un giorno ci saremmo rivisti. Mentivo, ma cercai di dissimularlo meglio che potei.
Il cimitero del Pueblo Nuevo mi accolse con la sua foresta di lapidi e croci sorvegliate da statue di angeli. Mi diressi alla tomba di Teresita senza incrociare il loro sguardo.
Le parlai a lungo. Le chiesi perdono. Le dissi addio.
Lasciai L’Angelo delle Menzogne accanto alla croce incrostata di brina.
Poi partii.
Andai lontano. Oltre la Spagna, oltre l’Europa. Volevo sfuggire all’influenza del Cimitero e dimenticare tutto. Mi arrangiai come potei, finendo spesso e volentieri in brutti giri. Un paio di volte mi gettarono in galera. Fui amato da molte donne, ma non ne ricambiai quasi nessuna. Smisi anche di leggere libri. Vorrei dirvi che là, dall’altra parte dell’Atlantico, la mia vita andava a gonfie vele, e che ben presto l’oppressione che sentivo nel petto divenne più leggera, ma non sarebbe la verità. La mia fuga non servì a nulla. Anche lontano da Barcellona l’uomo nell’ombra continuò a perseguitare le mie notti. La sua presenza mi atterriva. Non proferiva parola. Rimaneva in piedi a pochi passi da me, gli occhi fissi nei miei, avvolto dalle sue ali nere come la pece. Percepivo il suo sguardo ovunque andassi, mentre il monito del vecchio mi riecheggiava nell’anima: temi l’uomo del labirinto. Molti mi credettero pazzo. Mi trascinai nel tormento per anni, finché un giorno non decisi di tornare a casa.
Due settimane dopo sbarcavo nel porto di Barcellona, all’ombra del monumento di Cristoforo Colombo.Una carrozza mi scaricò davanti ai cancelli della città dei morti. L’Angelo delle Menzogne, più che un libro, adesso sembrava il cimelio di un naufragio. Sedici anni di esposizione alle intemperie lo avevano ridotto a un blocco deforme, coperto di muffa e sudiciume. Quando provai ad aprirlo, mi resi conto che le pagine erano incollate tra loro, le strofe del poema ormai corrose e illeggibili. Eppure era ancora lì. Pensai con nostalgia alla mia Teresita, che lo aveva custodito come aveva potuto fino al ritorno del suo poeta.
Quel pomeriggio entrai zoppicando nella libreria Sempere & Figli. Il signor Sempere mi abbracciò. L’ultima volta che mi aveva visto ero un ragazzino, mentre ora ero un uomo fatto e finito, con gli occhi stanchi e la barba ispida. Anche lui era invecchiato, ma non aveva mai perso la speranza di rivedermi. Suo figlio Juan era nel pieno dell’adolescenza e non aveva il minimo ricordo di chi fossi, ma mi strinse ugualmente la mano con un sorriso. Quando chiesi notizie di Diana, un’ombra di tristezza calò sul volto di Sempere. Mi disse che era morta anni prima. L’avevano sepolta nella stessa terra in cui riposava Teresita.
Uscimmo a passeggiare tra le vie del quartiere. Era l’autunno del 1912. Cumuli di foglie secche ingombravano i viali e l’aria di Barcellona sapeva di fumo e veleno. Era l’epoca dei volantini e delle bombe, dell’odio politico e delle bande armate. L’intera Europa sembrava una polveriera pronta a scoppiare.
«Tempismo perfetto, signor Monfort» commentò il libraio con sarcasmo. «Non poteva scegliere un momento migliore per tornare.»
«Ero stanco dell’America» ribattei. «Avevo nostalgia di casa.»
«Immagino avrà approfittato del suo soggiorno oltreoceano per riflettere sul da farsi, mi sbaglio?»
«No, non sbaglia. Ho preso una decisione, l’unica possibile.»
«Meglio tardi che mai. Cosa conta di fare?»
Misi una mano all’interno del cappotto. Ciò che restava dell’Angelo delle Menzogne era lì, chiuso in un involto accanto al mio cuore. «Adesso è compito tuo» mi aveva detto il Custode, una vita fa. Solo allora capivo il senso delle sue parole, quelle stesse parole che avevo rigettato così a lungo nella speranza che smettessero di tormentarmi, e che invece racchiudevano la chiamata più importante di tutta la mia vita.
«Ogni labirinto ha il suo guardiano» risposi. «Dopotutto, mi ha scelto lui. No?»
Uno scintillio si accese nello sguardo di Sempere. Credo aspettasse quella risposta fin dalla nostra prima conversazione. Non ci fu bisogno che aggiungessi altro.
«Molto bene. Si ricorda la strada?»
Diversi minuti dopo calle Arco del Teatro ci accolse nella penombra dei suoi edifici dall’intonaco scrostato. Il palazzo incoronato di guglie che custodiva il labirinto ci stava aspettando, immutato, sigillato dal portone con il batacchio a forma di diavolo. Sempere estrasse da sotto il soprabito un anello di ferro al quale erano appese decide di chiavi di fogge differenti, ne scelse una e la girò nella serratura. Dopo qualche istante i chiavistelli scattarono all’unisono e il meccanismo di apertura si mise in moto con uno stridio metallico.
«Queste si tramandano da Custode a Custode» mi disse, porgendomi il mazzo di chiavi. «Dopo la scomparsa del vecchio non le ha più volute nessuno. Ora sono sue». Le agganciai alla cintura. Pesavano una tonnellata.
«È pronto?» mi chiese Sempere, accennando al varco aperto tra i battenti. Scartai L’Angelo delle Menzogne dall’involto e lo tenni tra le mani per qualche istante. Mi accorsi di avere i palmi sudati per l’emozione e il cuore in gola. Ripensai a Teresita, al Custode che mi aveva preceduto, a tutto ciò che mi attendeva nel buio oltre la soglia. «Temi l’uomo del labirinto» mormorai. Varcammo insieme l’ingresso. La voce di Sempere riecheggio nell’atrio. Stava sorridendo.
«Isaac, benvenuto nel Cimitero dei Libri Dimenticati.»
La mia storia finisce, o forse inizia, così. L’ho tirata per le lunghe anche troppo, ma ne avevo un gran bisogno. Nessuno conosceva questa parte della mia vita, non l’ho mai raccontata nemmeno a Nuria. Chissà, forse avrei dovuto. Se mia figlia l’avesse saputa avrebbe capito tante cose di suo padre, tutte quelle che non sono mai riuscito a dirle. Ma ormai è troppo tardi: lei non tornerà e io nemmeno.
Finirò di scrivere l’unica prosa della mia vita e la lascerò sugli scaffali della cella in cui ho trovato L’Angelo delle Menzogne per la prima volta. Non ci entro da un po’, ma sono abbastanza sicuro di ricordarmi la strada.
Se state leggendo queste parole significa che avete vagato nella biblioteca abbastanza a lungo da trovarle. Mi auguro non vi facciate fregare dal desiderio di portarle con voi, non ne verrebbe niente di buono. E poi appartengono al labirinto, è qui che devono stare.
Io so che sto morendo. Il cuore dentro il mio petto batte sempre più piano e sento che il mio angelo verrà presto a prendermi. Ho già espresso le mie ultime volontà a chi di dovere: non credo nell’aldilà, ma se esistesse vorrei passarlo accanto a Nuria. Seppellitemi vicino a lei, non chiedo altro.
Ho già scelto anche un successore: Fermín Romero de Torres. Chi lo conosce la ritiene una scelta quantomeno bizzarra, ma metterei la mano sul fuoco che quel mascalzone sia la persona giusta per custodire questo luogo.
Quanto a me, ho fatto il mio dovere. È tempo di recitare un’ultima poesia e sparire nell’oblio.
Non ricordatevi
di me.
Lasciate
che me ne vada
in silenzio
come ho vissuto,
dimenticato
tra le ombre
sotto un cielo di cenere.
FINE
Se siete arrivati fin qui, congratulazioni! Spero che il mio personale contributo all’universo del Cimitero sia piaciuto a tutti voi, anche a chi la saga non l’ha mai letta. Vi consiglio di recuperarla, merita davvero tanto il vostro tempo. Non dimenticate di farmi sapere la vostra, sapete che ci tengo molto.
I conoscitori più maniacali della cronologia dei romanzi potrebbero aver notato una piccola “forzatura” nel mio racconto rispetto al materiale originale. Ne Il Pigioniero del Cielo, terzo volume della saga, grazie alle informazioni che Daniel Sempere, il protagonista, ci fornisce, scopriamo che la libreria di famiglia è stata fondata nel 1888 da un certo “trisnonno Sempere”, un giovane uomo che all’epoca era appena rientrato dalle sue avventure nei Caraibi. Tuttavia, le date non quadrano con quanto descritto ne Il Gioco dell’Angelo, secondo volume della saga. Nel 1908, infatti, con uno scarto di appena vent’anni, sappiamo per certo che il proprietario della libreria fosse il “signor Sempere”, nonno paterno di Daniel, di cui Zafón non svela mai il nome. Il problema è che vent’anni sono troppo pochi per giustificare il salto temporale tra un trisnonno e un nonno. Non è possibile che in soli due decenni la gestione della libreria passi per le mani di tre diverse generazioni di adulti. Per ovviare a questa incongruenza lasciata dall’autore e mantenere la continuità emotiva della storia, ho scelto di fondere queste due figure in una sola e di dare a questo personaggio lo stesso nome del nipote.
Sono consapevole che sia una minuzia della quale nessuno dei miei lettori abituali si sarebbe mai potuto accorgere (la mia ragazza dice che sono ossessionato, e ha ragione), ma per “deontologia professionale” (hey, ci ho scritto novanta pagine di tesi su ‘sta roba!) ho ritenuto doveroso segnalarla.
Detto questo, se volete immergervi in altre storie le trovate qui sotto negli articoli correlati. Vi ricordo anche di inserire il vostro indirizzo e-mail nello spazio sottostante per abbonarvi alla newsletter e rimanere sempre aggiornati su tutte le nuove pubblicazioni.
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Grazie a tutti voi per essere stati nel labirinto con me, ci vediamo al prossimo racconto!
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