Chiamare gli alberi per nome

Il 28 novembre dell’anno scorso ho avuto l’occasione di conoscere Chiara Carminati, una poetessa e scrittrice friulana che ha accettato di passare un’intera giornata nella scuola secondaria dove insegno, per aiutare alunni e professori a riscoprire l’arte di “masticare” versi e raccontarci l’importanza prima della Parola e poi della Poesia. Durante la sua lectio sembravo un ragazzino: seduto in prima fila, la penna pronta a prendere appunti, il cuore caldo di aspettativa. Mi succede ogni volta che assisto a qualcosa che percepisco come vitale per la mia anima da scrittore. A quel punto, non posso farci niente se non accogliere tutti gli impulsi che mi arrivano, riordinarli mettendoci del mio e cercare qualcuno a cui raccontarli meglio che posso. Da qualche mese a questa parte il mio pubblico preferito è la mia ragazza, ma, visto che a lei l’ho già detto, oggi lo racconto a voi.
Buona lettura.

Poesia è morta.

O almeno, così dice la gente. Era bella, prima. Camminava a piedi scalzi sui prati umidi, con i lunghi riccioli liberi sulla schiena, fulvi come la coda di una volpe. Era luminosa, selvaggia, sempre discreta. Poi una notte senza luna, di punto in bianco è svanita nel nulla e nessuno l’ha più rivista. Chissà, magari le malelingue hanno ragione: forse se n’è andata davvero per non tornare mai più.

Dopotutto, nell’insieme dei piaceri possibili, quello di scrivere versi è forse il più vicino all’estinzione, ma anche quello di leggerli non se la passa poi benissimo. E come potrebbe essere altrimenti? Al giorno d’oggi il primo incontro con un componimento poetico è quello dettato dai programmi delle scuole primarie, molto spesso monotoni, ripetitivi ed estremamente legati a “quello che si è sempre fatto” (ricordiamo tutti con profondo ribrezzo, temo, l’epidemia di poesiole sulle stagioni o su *inserire festività random*) e rischiano di costringere la voce dei poeti sui binari di un approccio molto “didattico” e molto poco “poetico”. Per non parlare poi degli anni successivi, durante i quali Dante, Pascoli, Ungaretti e decine di loro colleghi passano nelle aule fra l’indifferenza generale. Molti studenti li lasciano andare via come fossero spettri, alcuni alzano la testa dal banco e si guardano intorno assonnati, cercando di cogliere qualche parola, ma poi borbottano: “Boh, chissà cosa avranno voluto dire. Troppo complicato, meglio lasciar perdere” e si rituffano giù nell’incavo del gomito. A questo si aggiunge lo strapotere di un intrattenimento sempre meno impegnativo, che riduce a brandelli la concentrazione e anestetizza i giovanissimi (ma a volte, ahimè, anche noi adulti), rendendoci incapaci di cogliere tutte le sfumature nei diversi livelli di lettura di un testo, sia esso in prosa o in versi. Anno dopo anno, le metafore sprofondano nel buio, gli ossimori soffocano, le allitterazioni si ritirano agonizzanti in un angolino…e Poesia muore come la Silvia di Leopardi: troppo giovane, nuda e dimenticata.

Forse se n’è andata per quello. Esattamente come è accaduto alla sventurata canterina di Recanati, ci ha abbandonato ancora prima che avessimo il tempo di amarla. E’ comprensibile: per amare davvero qualcuno bisogna innanzitutto darsi il tempo di conoscerlo, e conoscere Poesia è la cosa più difficile del mondo. Lei sembra sfuggire in mezzo agli endecasillabi, si intrufola tra onomatopee ed enjambement, cambia schema metrico continuamente per non farsi mai trovare da superficiali e frettolosi. Italo Calvino la definisce “l’arte di far stare il mare in un bicchiere”; per Google invece, è “l’espressione metaforica di contenuti umani in corrispondenza di peculiari schemi ritmici e stilistici”; per Chiara Carminati infine, è “un luogo dove la parola vive, si ribella e crea qualcosa di nuovo”. Piuttosto arduo dunque, fornire una spiegazione univoca di cosa sia. Eppure ci basta sentire quel termine per sapere con esattezza inspiegabile di cosa stiamo parlando. Come mai? La verità è che Poesia è parte di noi fin da prima di nascere, per questo la riconosciamo così bene quando scorgiamo il suo sorriso enigmatico tra le pieghe della realtà: protetti dalla penombra dell’amnios, tutti siamo stati cullati dalla voce ovattata di una donna che ci cantava ninnenanne e tiritere senza significato. Quella dolcezza e quel ritmo lento, ancora prima di tramutarsi in parole vere e proprie, erano un chiaro indizio che a cantare fosse lei.

“Le poesie sono figlie della voce e alla voce vogliono tornare” afferma la poetessa di Udine, e mentre spiega fa le smorfie come una bambina per riempirsi la bocca di una “pappa di parole”, che subito ci soffia addosso con l’enfasi di un’attrice: “Rrrrrruggggine, mmmellllma, SCATAFASCIO, capitommmbolo…”. Ascoltarla è una goduria per le orecchie, oltre ad essere il modo migliore per far capire ai “grandi”, che non sono né bambini né poeti, che prima di tutto Poesia è parola, e la parola è suoni e voce. La voce si incanala nella gola, ci gonfia le guance, scivola sulla lingua, viene masticata, assaporata e poi liberata perché porti un messaggio a qualcuno. Secondo Chiara le strofe di Totti Scialoja, Roberto Piumini, Bruno Tognolini e tantissimi altri andrebbero trattate allo stesso modo. E’ impensabile immaginare di conoscere davvero Poesia se ci ostiniamo a tenerla rinchiusa tra gli stretti margini di un’antologia, come una puledra intrappolata in un recinto. Non è così che è nata, e non sarà così che impareremo ad amarla.

Uscire dalle staccionate erette da altri e lasciarla galoppare libera sembra essere l’unica soluzione per restituire alla voce dei poeti il posto che merita. Per tenerla in vita, dobbiamo tornare a parlare con le parole di Poesia solo per il gusto di farlo, senza ingarbugliarci in parafrasi, analisi del testo e valutazioni scolastiche di chissà cosa. Le sue parole devono invadere la vita quotidiana della gente, farsi riconoscere e colpire al cuore. I modi per far sì che questo avvenga sono tanti, basterebbe anche solo leggere qualche strofa ogni mattina in classe, prima di cominciare la lezione, o prendersi il tempo di imparare dei versi a memoria per recitarli alla donna che si ama, ma quello più efficace credo che lo abbia messo in atto uno sparuto gruppo di ragazzi nel marzo del 2010.

Siamo a Firenze, la città di Arte, madre di Poesia. Un pomeriggio, lo sparuto gruppo di ragazzi di cui sopra si raduna in un’aula universitaria. Hanno alle spalle tante storie, provenienze e ideologie diverse. Una stessa passione però, li accomuna: hanno tutti conosciuto Poesia e vogliono farla ri-conoscere al mondo. Come fare? Il modo migliore, ormai lo abbiamo capito, è saltare il recinto delle convenzioni, così decidono di dare inizio a qualcosa di semplice quanto rivoluzionario: il Movimento per l’Emancipazione della Poesia (aka MeP).

Da quel giorno, i “partigiani” del MeP cominciano la loro eroica “resistenza poetica”. Hanno una sola arma: versi di inchiostro da affiggere sui muri. In pochi mesi la notizia vola: Roma, Milano, Catania, Padova, Bologna, Genova, Venezia…una dopo l’altra, le principali città italiane vengono conquistate e diventano terra fertile dove Poesia trova uno spazio per rifiorire. Nel pieno rispetto di ogni altra forma d’arte, i componimenti “sovversivi” vengono infilati nelle buche delle lettere, nascosti fra gli scaffali delle librerie e incollati praticamente ovunque: lampioni nei vicoli, muri coperti di graffiti, bacheche scolastiche, tabelle degli orari dei treni…L’unica regola è l’anonimato: ogni autore firma la propria opera con un codice alfanumerico, “affinché sia la Poesia in quanto tale a essere messa in primo piano piuttosto che i singoli poeti”, come si legge nel Manifesto del Movimento (lo trovate qui).

Per quanto mi riguarda, immaginare poeti anonimi che escono di notte per diffondere in segreto le loro parole è una delle cose più poetiche che possano esistere. Qualcuno potrebbe trovarlo inutile, o magari giudicarli semplicemente un branco di letterati nostalgici che non hanno niente di meglio da fare, eppure in poco più di dieci anni, il Movimento ha raccolto sotto la propria egida centinaia di verseggiatori invisibili che hanno riversato fiumi di inchiostro nelle strade delle nostre città, raggiungendo un numero difficilmente quantificabile di persone. Nell’era dell’ostentazione e del consumismo, del torpore e dei social, dove tutto è messo in piazza perché gli altri lo vedano, le poesie del MeP riescono a conciliare alla perfezione la quieta “prepotenza” del loro gesto con l’intimità indispensabile per comprenderle. Il foglio su cui vengono scritte, che sia fradicio di pioggia, strappato o coperto di tag, non è un limite, bensì il mezzo attraverso cui esporre Poesia davanti allo sguardo di tutti coloro che passeranno per ammirarla, il manifesto di un vero e proprio atto di forza poetica.

Ai maestri, ai professori, agli scrittori, ai cantanti, agli educatori, ai padri, alle madri, ai fidanzati, ai romantici, ai bambini, a tutti noi è affidato il difficile compito di diventare come i poeti, capaci di cantare la meraviglia della vita vissuta tra le braccia di Poesia. Se sapremo farlo, ma farlo davvero…

Poesia tornerà
per le strade
libera e nuda,
una ragazza selvaggia
che corre
e chiama ogni albero
per nome.

° ° °

Ringrazio Chiara Carminati per avermi acceso una fiamma nel cuore e tutti i membri del MeP che hanno tatuato i muri delle nostre città, perché capissimo che finché ci saranno voci che avranno il coraggio di leggerla, Poesia non morirà mai.


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