Ho scritto questo racconto nel settembre del 2015, quando andavo ancora al liceo. Ricordo quel periodo della mia vita come uno dei più fecondi dal punto di vista letterario. Grazie ai consigli del mio prof di Italiano infatti, mi sono avvicinato a due degli autori che poi sarebbero entrati prepotentemente tra i miei scrittori preferiti di sempre: Jorge Luis Borges e Italo Calvino. La prima opera di Borges da cui mi sono fatto catturare è stata “Ficciones” (italianizzato in “Finzioni”), mentre quella di Calvino è stata “Le Città Invisibili”. Mi sono perso in entrambi questi viaggi, ed è stato meraviglioso. Le cinquantacinque città descritte nell’opera di Calvino mi hanno ispirato così tanto che ho deciso di provare a scrivere di mio pugno la cinquantaseiesima, “contaminandola” con i giochi di specchi, gli enigmi indecifrabili e le visioni surreali tanto care alla poetica di Borges.
Il risultato, con qualche impercettibile ritocco rispetto alla versione di qualche anno fa, lo trovate qui sotto: spero vi perdiate un po’ fra le mie parole. A volte fa bene.
«Le immagini della memoria, una volta fissate con le parole, si cancellano…forse Venezia ho paura di perderla tutta in una volta, se ne parlo. O forse parlando d’altre città, l’ho già perduta a poco a poco.»
Le Città Invisibili (Italo Calvino)
Le Città e l’eternità
Era notte anche quella notte. Forse era sempre stata lei ad ascoltare le storie di Marco, e mai Kublai. Oppure il khan e il veneziano erano stati semplici spettatori di ciò che la notte aveva narrato loro. In ogni caso, ormai non era più importante: il sole sarebbe sorto presto e i pezzi rimasti sullo scacchiere si contavano sulle dita di una mano.
“Non sento la tua voce, Marco” pensò, o forse disse l’imperatore.
“Non ho più nulla da dirti, grande khan. Ti ho esposto tutto ciò che ho desiderato a lungo di vedere, e che ho visto. Non ho altre Città da far sorgere con la mente né con la bocca: sai tutto.”
Il khan non replicò, perso nel contemplare i chirotteri che squittivano nell’aria fredda. Lui e Polo erano seduti sul tetto del palazzo sopra la città brulicante di luci. Erano il centro del cerchio dell’orizzonte. Intorno a loro si diramavano intrichi di strade, sorgevano grappoli di piccole case e fastose dimore, si innalzavano foreste oscure, zanne di montagne appuntite e praterie senza orli: erano il cuore del regno.
“Grande khan…”
Kublai attese, fumando paziente.
“La verità è che non tutti i miei desideri sono compiuti.”
Dalle labbra del khan serpeggiò un nastro di fumo azzurro, che si attorcigliò e salì verso gli astri.
“C’è una Città che non ho attraversato, poiché ne ho paura.”
“Cosa ti sgomenta, Marco?”
“La sua eternità.”
Kublai annuì con aria greve e appoggiò la pipa accanto alla scacchiera che lo separava dal veneziano.
“Eppure è la sola che manca al mio regno, Marco. Mi hai portato ogni cosa da ogni dove: ma se di tutto ciò di cui mi hai fatto dono non restasse un giorno che cenere? Un polveroso nido di termiti? A cosa dunque sarebbe servita, se ciò accadesse, la nostra singolare partita agli scacchi?”
“Se il tuo volere è che io mi rimetta in viaggio un’ultima volta, ubbidirò” rispose il viaggiatore, chinando il capo.
“Ubbidisci, dunque: portami l’eternità.”
ICARIA
Se tu osassi chiedere quale sentiero tra le dune porti a Icaria, quale via si debba percorrere per oltrepassarne le mura, oppure da quale punto guardare per scorgerne dall’alto il progetto, non saprei risponderti. Ho un solo ricordo del tempo in cui ero ancora fuori da essa: quando arrivai sotto all’arco imponente d’ingresso, vidi l’intrico bianco e nero di strade brulicare dinanzi ai miei occhi. Pareva dilatarsi e respirare, fremere di vita mentre lo guardavo. Mi spaventai e tornai sui miei passi, ma Icaria era anche là, alle mie spalle: vidi lo stesso arco e gli stessi segni sull’arco, tragitti uguali e muri uguali ai precedenti. Realizzai di essere già perso, gli intrichi della Città mi avevano già inghiottito.
Icaria è il Labirinto. Anzi, i Labirinti. Non ha edifici, né torri, né tantomeno piazze o canali. Solo calli, a volte gallerie, pareti che riducono il cielo a una striscia sottile troppo distante. Porte oscure si aprono nei muri che opprimono l’animo nei vicoli. C’è silenzio. Se scegli l’ombra non troverai più oltre una casa accogliente, né le stanze di un commerciante di tappeti, ma oltrepassata la soglia sarai perduto dentro un’altra Icaria, la stessa che hai lasciato dall’altro lato di una porta che non ritroverai mai. Rannicchiata agli angoli del cammino, non è raro vedere una ragazza con un’ala di capelli scuri che le nasconde parte del viso e le flessuose gambe scoperte. Piange. Se ti avvicini vedrai le lacrime come perle sul selciato e in ogni lacrima scorgerai altre lacrime, un’altra ragazza che piange, un altro te stesso impotente. Un’altra Icaria. Sono troppe, non puoi consolarle tutte poiché non sai qual è la vera illusione. Se carezzi il viso di quella non vera, per asciugare il suo pianto e per conoscerne il volto, essa tremola e scompare in un bisbiglio di cristallo.
L’edera lattea abbracciata al marmo e all’ossidiana nasconde poi specchi segreti: “Segui le piume dell’Aquila” recitano le scritte che fluttuano nel riflesso, ogni volta che sollevi festoni di avidi rampicanti e vedi negli specchi Icaria e te stesso di nuovo. Ripetevo senza sosta quella frase – la mia follia echeggiava nei corridoi – cercando. Eppure, quando dalla polvere ho raccolto una penna ramata, essa si è dissolta come rapida sabbia fra le mie dita. Ogni volta che accade, io so: so che sono perso in un riflesso poiché ho attraversato troppe stanze, ho conosciuto troppe ragazze specchiate nelle loro lacrime e decifrato troppe scritte negli specchi.
Se tu osassi chiedere dove sia l’uscita, quale sia l’Icaria che per prima mi ha visto entrare in lei, cosa sia vero e cosa no, non saprei risponderti ormai. Forse Icaria non esiste e io non l’ho mai cercata né trovata. Forse è la realtà a non esistere affatto, e l’inganno di questa Città è il Mondo.
Non uscirò. Se trovassi tutte le piume di tutte le Aquile di cui si scrive in tutti gli specchi di ogni Città generata da ogni lacrima di ogni ragazza incontrata attraversando ogni stanza in ciascun muro della prima Icaria…ecco, solo se le trovassi tutte, forse le illusioni scomparirebbero. E io rimarrei solo in mezzo al vento, davanti a uno specchio graffiato che si apre su un deserto senza nome.
Il sovrano passeggiava scalzo sui sentieri dei giardini pensili. Attorno a lui i crochi dormivano, taciti nell’ombra. Essenza di gigli nella notte. Da molto tempo non sentiva la voce dell’uomo latino, da un anno erano spariti dal palazzo i gesti gli oggetti i silenzi che Marco portava con sé.
Vedendo una falena ondeggiare tra lui e la luna, immaginò di coglierla. Ne avrebbe visto gli arabeschi sottili ricamati sulle sue ali bianche. C’era un disegno che sfuggiva gli occhi degli stolti, simboli indeterminabili sulle membrane cosparse di polvere: era l’eternità.
Poi ripensò alla danzatrice che aveva ballato per lui quella sera, mentre gustava un cesto di frutta candita. Era feroce come le fiamme che ardevano abbracciando l’incenso nei bracieri, ipnotica. I drappi legati ai polsi serpeggiavano attorno alla sua vita sottile al ritmo della danza. Erano infinito le sue movenze, i sussurri dei veli sulla sua pelle, la spirale d’ambra che le stringeva la caviglia appena sopra i piedi nudi, agili sul tappeto. Se la musica non si fosse fermata, lei avrebbe danzato per l’eternità.
I passi e i pensieri condussero il khan a una fontana che gorgogliava tra le orchidee. Chinandosi sul bordo, vide il suo riflesso tremolare nell’acqua insieme al cielo stellato. Kublai vide i propri occhi fissarsi negli occhi sull’acqua, vide se stesso dentro i propri occhi e il cielo dentro al riflesso: per un istante, si trovò perso nel suo infinito.
Quando si staccò dalla fontana – ma le stelle rimasero immobili nella fonte – capì perché Marco non tornava, ne’ mai più sarebbe potuto tornare. L’eternità era un gioco pericoloso, un enigma che spingeva uomini e khan a cercare una Città invisibile nei riflessi di uno specchio. Lui, il Veneziano…quella Città l’aveva trovata.
° ° °
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E’ un racconto metafisico speriamo solo che Calvino nel veder affidata alla tua penna la sua cinqantaseiesima citta’ non se la sia presa troppo!
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Ho cercato umilmente di fare del mio meglio, spero abbia gradito!
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