Oggi, per la prima volta dopo tre anni, ho deciso di pubblicare qualcosa che non ho scritto io. Quello che leggerete di seguito è il racconto con cui mio fratello Damiano ha partecipato al premio letterario We Write 2020, classificandosi tra i primi sei vincitori. Ho vinto anch’io lo stesso concorso sei anni fa (lo trovate qui) e vederlo seguire le mie orme mi ha riempito di orgoglio. A quanto pare, ce l’abbiamo nel sangue. Da fratello, e da scrittore, non potevo non dedicargli un posto. Ne ho approfittato per creare una nuova “rubrica” di storie da raccontare: le vostre. Per il momento è soltanto un contenitore vuoto…ma chissà, in futuro mi piacerebbe fare qualcosa per riempirlo. Nel frattempo, godetevi il racconto e se vi piace fate i complimenti a mio fratello. Non ve li chiederebbe mai, ma riceverli gli fa piacere.
Titolo della traccia: la vicenda della diffusione del Coronavirus ha sconvolto la nostra vita di sempre. Racconta come stai vivendo questa situazione
a livello personale, in famiglia, con gli amici.
Ai miei nonni
Perché siano sempre forti
Maggio 2020, periodo di quarantena
Il silenzio dell’appartamento viene rotto da un suono poco familiare. A casa sua non si sente spesso la suoneria che annuncia una chiamata in arrivo. La donna preme il tasto verde e si avvicina il dispositivo all’orecchio, non ancora sicura di aver sentito bene.
“Cinzia? Ci sei?” dice il telefono.
“Sì, sì scusa Tina, dimmi pure. Hai bisogno?”
“Si, volevo sentire la tua voce. Sai, è da tanto che non parliamo e mi chiedevo come te la stessi passando durante questo periodo.”
“Non faccio molto: coccolo il mio cane, cucino, a volte lavoro a maglia. Nulla di speciale.”
“E… i medici cosa ti hanno consigliato di fare?”
“Di chiudermi in casa e di non uscire per nessun motivo, nemmeno per fare la spesa o per sgranchire le gambe. Rischio molto: per colpa del mio cuore, sono molto debole e il minimo contagio risulterebbe letale. Tina, io la mia vita la rivoglio indietro. Non può essere già finita a 49 anni!”
“Mi dispiace molto Cinzia, capisco il tuo dolore. Posso fare qualcosa per te?”
“No, grazie. I medici dicono che al momento l’unica cosa che posso fare è aspettare che questo dannato Covid-19 passi.”
“Quello lo spero anche io, ma parliamo di cose un po’ più allegre, dai.”
“Hai ragione, scusa se ho rattristato la conversazione.”
“Ma figurati! Allora… oh Dio, scusami ma ti devo lasciare perché mi stavo scordando che ho delle pentole sui fornelli. Ci risentiamo, dai.”
“Va bene e grazie della chiamata.”
Santina, per tutti “Tina”, pigia il tasto rosso. Questa tecnologia la deve ancora imparare ad usare. Lei è nata da contadini e rimane fedele alle sue origini. Non le dà fastidio non essere al passo con i tempi. Riconosce che in casi come questi bisogna mettersi da parte e fidarsi di ciò che viene detto di fare, ovvero restare in casa. La sua vita, e quella di Walter suo marito, non è cambiata molto: entrambi sono dispiaciuti di non poter più andare a fare quelle passeggiate che rilassavano tanto, ma la cosa più difficile è il non poter più vedere i propri nipoti. Quelle tenere creature, chissà cosa staranno facendo…
“Tina, è pronto il pranzo?”
“Walter, sei il solito impaziente” risponde lei, sorridendo. “Pranzeremo un po’ in ritardo perché ho chiamato quella mia amica che è sempre da sola, poveretta… a volte mi fa una gran pena.”
“Non deve essere facile vivere in quelle condizioni in effetti. In questo periodo forse capiremo come si può sentire lei tutti i giorni.”
“Sì, solo che nessuno ora la va a trovare, quindi è ancora più lasciata a se stessa. Vieni, è pronto.”
Walter si siede a capotavola, prende il telecomando e accende il televisore. Era un professore, laureato in lettere, e per lui l’informazione è fondamentale. Al Tg parlano del Virus e stanno intervistando uno dei tanti medici specializzati.
Per Antonio la vita è diventata molto più dura. Deve sempre correre per le corsie, perché ogni secondo può risultare fatale. Il Covid-19 non perdona e lui lo sa. Le incognite sono molte, i respiratori troppo pochi. E’ deprimente lavorare una giornata intera, a ritmi forzati, indossando sempre mascherina e guanti e non vedere risultati. Quando a fine giornata si toglie le protezioni, rimane comunque il segno sulla pelle, come a ricordagli che lui ha finito il suo turno, ma il Virus no, e continua instancabile. Se non avesse Erika che lo aspetta a casa, probabilmente sarebbe già impazzito. Lei è il suo vaccino. Finché ci sarà, Antonio non dovrà temere niente. Il medico sa che la ragazza che ama, lo accoglierà sempre con un sorriso e gli dirà sempre che è stupendo, nonostante lui si senta uno schifo. L’uomo finisce di lavarsi le mani e con loro lava via tutti i pensieri negativi. Sa di essere in prima linea; non deve e non vuole deludere nessuno. “Sentirsi amati è una delle sensazioni più belle” pensa tra sé, prima di tornare a correre per l’ospedale.
Soprattutto in un periodo così duro è importante amare. Questo è quello che pensa Giorgia, madre di una splendida creatura. Al momento è in una camera d’ospedale con la figlia, aspettando i risultati del tampone. La bimba è ancora piccola e oggi ha riempito di gioia e orgoglio il cuore della mamma. Ha detto la sua prima parola: papà. Probabilmente si stava chiedendo dove fosse il padre, perché non è mai a casa; quando mamma parla con lui al telefono, diventa triste e a volte piange. Giorgia sussurra parole all’orecchio della bambina per rassicurarla e le racconta del padre come di un supereroe mentre le accarezza la testa. Sa che la piccola non può capirla, però è il suo modo di sfogarsi. Suo marito è bloccato in una nazione straniera a causa del Virus e non si sa ancora quando potrà rientrare in Italia. Si sente la sua mancanza, anche a livello economico. Non era un bel periodo e ora le cose stanno peggiorando rapidamente. Bisogna sperare che il tampone sia negativo e che quella di sua figlia sia una semplice influenza. A volte Giorgia arriva a chiedersi se la sua bimba avrà un futuro, ma poi si
riscuote e risponde con un determinato “sì”. La preoccupa di più sapere come crescerà,
rimproverandosi a volte di non star facendo abbastanza. Infine si chiede se quando sarà adulta, sua figlia riuscirà a ricordarsi di questo periodo buio, oppure se scomparirà tutto come un sogno. “Di certo, io non mi scorderò di ciò che è successo” pensa, guardando il calendario appeso al muro bianco. Aprile è appena cominciato; la fine dell’incubo è ancora lontana.
6 Aprile 2020. Penso che mi ricorderò quella data, la data del mio compleanno. Se fosse andato tutto come previsto, in quel momento sarei dovuto essere a Budapest, in gita di classe. Sarebbe stato davvero strano diventare maggiorenne all’estero con i miei amici, senza la famiglia. Successivamente però, la meta è cambiata: Sicilia. Mi andava bene lo stesso ed ero comunque eccitato all’idea di poter festeggiare con cannoli e arancini. Ma poi… il Virus. E così ho scoperto che mi sarei ritrovato a spegnere le mie 18 candeline nientemeno che in casa mia e nemmeno con tutti i parenti, bensì solamente con i genitori, mio fratello e mia sorella. Non sapevo cosa dire. Per fortuna ho sempre avuto ottimi rapporti con loro e questo in parte mi consolava. Quelle quattro settimane di quarantena hanno cambiato tante cose: la convivenza forzata ci ha fatto capire quanto bene in realtà ci vogliamo, tanto che non sentiamo più il bisogno di dircelo. Il
fatidico giorno, mentre gli altri mi intonavano “tanti auguri”, è stato come se il tempo si fermasse: ho riflettuto su quanto fossi fortunato ad avere qualcuno che mi volesse bene.
Ho pensato a come potrebbe sentirsi una signora, chiusa forzatamente in casa, senza nemmeno l’opportunità di aprire le finestre per paura di morire. Non ci sono riuscito.
Ho pensato a come potrebbe sentirsi una coppia di pensionati, che trova conforto nell’amarsi a vicenda, senza la possibilità di vedere nessun altro. Non ci sono riuscito.
Ho pensato a come deve sentirsi un medico, frustrato e affaticato da questi avvenimenti. Non ci sono riuscito.
Ho pensato a come potrebbe sentirsi una madre, minacciata da una cosa che nemmeno conosce bene, ma che cerca di strapparle sua figlia, senza poter essere confortata dal marito. Non ci sono riuscito.
E allora mi sono detto: la mia famiglia è la cosa più bella che mi sia capitata, anche se a volte non ci rendiamo conto di quanto risulti fondamentale avere qualcuno che ci sta vicino e che ci dà conforto.
Fine
Damiano Azzimondi
Se questo racconto ti è piaciuto, leggi anche Mov to Normandy, La brutta giornata di un pagliaccio qualunque, Marmo di Carta.
Non dimenticare di iscriverti alla Newsletter e di seguirmi su Instagram per rimanere sempre aggiornato sui nuovi contenuti.
Scopri di più da The Eagle and Child
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.