Il sentiero dei fiordalisi

Stamattina sono uscito quando mamma dormiva ancora. Ho accostato piano la porta per non svegliarla e ho attraversato il cortile deserto a testa china. Fumo, accucciato sotto la tettoia con il muso tra le zampe, ha drizzato le orecchie e socchiuso un occhio mentre passavo. Nessun altro mi ha visto.
Gli ultimi spettri di foschia si aggirano fra i carici, l’alba deve ancora sorgere. Il pietrisco del sentiero scricchiola come i denti dell’uomo sotto al mio letto, quando li digrigna nel cuore della notte. Mi terrorizza, non voglio pensarci. Ho freddo, ma non so perché. Dopo mezz’ora arrivo di fronte al numero 48: una catena arrugginita dondola piano, all’entrata di una vecchia cascina. Cosa ci faccio qui?
Il ricordo di una ragazza riaffiora nella mia mente, come un cadavere in mezzo a uno stagno: ha un foulard rosso avvolto dietro la nuca e i suoi occhi sono dello stesso colore dei fiordalisi al mattino. Quando scioglie il nodo, i capelli chiari le ricadono sulle spalle. Lega il fazzoletto alla catena per indicare che quel posto è nostro, solo mio e suo. “Così non ti scordi” dice. Intorno a noi, la campagna sonnecchia sotto il sole del meriggio e le cicale friniscono fra le spighe. “Tu non vieni?” mi chiede, piegando la testa di lato. Faccio per prenderle la mano, ma non appena la sfioro, lei la ritrae e indietreggia verso la casa con il solito sorriso da bambina.
La visione si dissolve dopo un istante. Il sapore di un nome però, mi resta intrappolato fra le labbra.
Beatrice.

Sorrido fra me e me, dandomi dello scemo mentre scavalco la catena: nonostante il foulard, stavo quasi per dimenticare la prima volta che io e lei abbiamo camminato su questo prato, ormai più di un anno fa. Quando siamo usciti dalla villa, parecchie ore dopo, non ero mai stato così felice, ma tenevo lo sguardo basso per l’imbarazzo di leggere nei suoi occhi lo stesso segreto nascosto nei miei.
Le ortiche del giardino pizzicano le caviglie e la pioggia di ieri luccica fra i cardi. Mentre mi avvicino, le orbite vuote della casa mi fissano: conoscono il segreto del mio ritorno. Beatrice mi sta spiando da una di quelle finestre, ne sono certo. Indovinare quale, fa parte del nostro gioco. Forse si sta mordendo un labbro dal nervosismo…e se qualcuno ci scoprisse? La sua apprensione mi fa tenerezza. Ci siamo abbracciati così tante volte dietro quei vetri, che ormai abbiamo perso il conto, ma nessuno ci ha mai scoperto. Stavolta non sarà diverso.
L’edera che cresce nelle crepe dei muri mi ha sempre affascinato: non vedi, sembra dirmi, con quanta ostinazione la vita si abbraccia alle cose spezzate?

Un ultimo passo e la casa mi inghiotte. Nell’ombra dell’androne, le piastrelle sono incrostate di sangue secco. Uno sciame di brividi mi zampetta fra le scapole. Che qualcuno ci abbia…? Un sospiro di sollievo mi sfugge dalla bocca, secca per l’ansia. No, non è sangue ma solo il colore del pavimento sotto la polvere e le schegge di vetro. Un tempo, prima della guerra, una famiglia di contadini viveva qui: un uomo scaldava le mani callose davanti al focolare, mentre la sua sposa appoggiava ciotole di zuppa sulla tavola e una bambina giocava con un amico invisibile, a gambe incrociate sul pavimento. Isacco, Teresa e la piccola Corinna avevano la pelle bruciata dal sole e gli occhi buoni dei poveri. Li chiamo ad alta voce. L’eco dei loro nomi riverbera nelle stanze, ma si spegne senza risposta. Che sto facendo? Se ne sono andati da anni. Dopo la malattia di Corinna, sono partiti per non fare più ritorno. Lei però è rimasta qui, sulla riva dello stagno, a canticchiare filastrocche insieme al suo compagno di giochi. A volte la bambina sfiora la superficie dell’acqua con una foglia, incantata dalle increspatu…Un rumore mi strappa dai miei ricordi, passi frettolosi sulle assi al piano di sopra. Alzo il viso nella penombra: c’è qualcuno.

Salgo le scale con impazienza, le mani sudate strette sul corrimano.
“Bea?”
Nessuna risposta, il corridoio è deserto. Anni fa qualcuno ha dipinto una scritta sull’intonaco: “Occupo questo spazio vuoto”. Non ho mai capito cosa significasse. Nell’aria aleggia ancora il profumo di Beatrice, come se fosse stata qui fino a pochi istanti fa. Avanzo con le orecchie tese per cogliere il fruscio di una veste da contadina o una delle sue canzoni. Abbasso una maniglia, i cardini cigolano.
“Amore, sei qui?”
Le mie orme si mescolano a quelle che altri hanno già impresso nella polvere, fra stracci rinsecchiti e bottiglie vuote. Io e Bea non siamo i soli a rifugiarci qui. I muri lo sanno, loro vedono tutto: le coperte gettate a terra, i corpi affamati che si spogliano presi dalla foga, pelle e mani e labbra e carne e zanne e sangue…
Cosa? No, niente sangue, niente zanne…che sto dicendo? Morderci non ci feriva, era così dolce. Ma…ma quando ho visto LUI, la sua bocca che cercava il collo di Bea come avevo sempre fatto soltanto IO, ho sentito l’ira esplodere dentro il petto. In quel momento ho conosciuto l’odio e ho capito che le cose spezzate trovano vita soltanto nel sangue di chi le ha distrutte. Per questo sono tornato. Mi afferro la faccia tra le mani e urlo, dandomi dello scemo: stavo quasi per dimenticare la notte in cui Beatrice mi tradì.

Gli occhi nei muri mi spìano mentre spalanco un’altra porta, le assi marce sbattono con violenza. In un angolo ondeggia la trama di una ragnatela. La stanza è disabitata, ma c’è un giaciglio vicino alla finestra e vestiti sparsi ovunque. Affondo le mani nella stoffa, smanioso di carne. Sotto gli artigli sento un tepore familiare. Erano qui fino a pochi minuti fa, non possono essere lontani. Impreco e sputo: li troverò, fosse l’ultima cosa che faccio.
Altra porta, altri muri. Ormai ho smesso di contarli. Il tanfo di marcio che esala dallo scarico del bagno è insopportabile. Un ubriaco ha strappato le mattonelle e sfracellato il lavandino. Dove sono andati? Dove? Urlo per la frustrazione e sferro un pugno a quello che resta dello specchio, i frammenti piovono sul pavimento. Mi inginocchio, raccolgo una scaglia e cerco il mio viso nel riflesso affilato. Il mio cuore perde un battito: alle mie spalle, fermo sulla soglia, c’è mio fratello con una pistola in mano.

“Alzati o ti sparo adesso, Nico.”
“Non fare l’idiota, Gio. Tu non sai sparare” ribatto, senza voltarmi.
Sento vicinissimo il cane dell’arma che scatta all’indietro. “Nell’ultimo mese sono andato a fare pratica nel pioppeto, ora posso colpire un uomo da cinquanta piedi. Tu sei molto più vicino.”
Stringo i pugni così tanto che la scheggia di vetro mi lacera il palmo.
“Vuoi uccidermi?” ringhio.
“Mi dispiace, non mi lasci altra scelta. Non lascerò che la tua follia mandi in rovina la nostra famiglia.”
“Dimmi dov’è Bea.”
“Ancora con questa storia? La settimana scorsa mi hai detto che tu e lei volevate fuggire insieme, e quella prima ancora, che per il suo compleanno le avevi regalato un mazzo di fiordalisi. Quante volte devo dirti che Beatrice non esiste?”
“Non mentirmi, Giorgio. Credi che non sappia di voi?” sibilo, sentendo montare la collera. Il sangue mi cola dalla mano ferita sui pezzi dello specchio ammucchiati a terra. “Lei era mia, maledetto bastardo. Mia! E tu me l’hai portata via.”
“Non conosco nessuna Beatrice, e nemmeno tu.”
“Non…MENTIRMI!”
Affondo con violenza la scheggia nella coscia di Giorgio, uno schizzo di sangue imbratta il muro e mio fratello indietreggia con un grido. Mi alzo in piedi e lo spingo fuori dal bagno con una spallata. Spara a bruciapelo e il proiettile mi trapassa il fianco, ma non lo sento nemmeno. Mi getto su di lui, tempestando di colpi furiosi ogni centimetro del suo volto finché non molla l’arma. Ci avvinghiamo l’uno all’altro, ma il lavoro nei campi lo ha reso più forte di me: mi trascina per i capelli e schianta il mio viso sull’intonaco, poi mi scaraventa a terra. Scopro i denti, come Fumo quando fiuta il sangue di un capriolo ferito. Giorgio appoggia la schiena contro la parete, il respiro affannoso gli raschia la gola.
“Ne è passato di tempo dalle finte guerre di quando eravamo bambini, eh?” dice.
“Mi avete tradito, Gio. Tu e Bea, credevo mi amaste. Lei era mia e tu…” un nodo mi soffoca le parole, sento le pupille inumidirsi. Stupido idiota, smettila di piangere. Mi graffio via le lacrime con un gesto rabbioso.
“Dimmi dov’è.”
“Hai reso la nostra vita un inferno, Nico. Da quando hai cominciato con quelle allucinazioni, mamma non riesce più a dormire: passa le nottate con la porta chiusa a chiave, inginocchiata davanti al crocifisso.”
“Smettila. Smettila. SMETTILA.”
“Sai cosa dice a Dio? “Non ha nemmeno vent’anni, Padre. Non lasciare che il Diavolo lo porti via” questo dice, ma nessuno le ha mai risposto.”
“Chiudi quella bocca del cazzo.”
“Tu sei malato, Nico. Guardati! Sei ossessionato da una ragazza che non esiste e mi accusi di avertela rubata, ma la verità è che sei solo un povero pazzo. Beatrice è solo un altro dei tuoi fantasmi.”
“Pazzia? Fantasmi? Cazzate.”
Mi alzo in piedi e avanzo verso di lui.
“Sono stanco delle bugie, Gio, sono stanco di soffrire. Stamattina non eri nel tuo letto, ho controllato. Hai passato l’ennesima notte qui, con Bea…i muri vi hanno visto. Anch’io parlo con Dio, sai? E gli ho promesso che se fossi tornato qui, sarebbe stato per uccidervi.”
Sfodero il coltello da caccia dalla cintura, la lama sogghigna nella penombra. Giorgio si raddrizza, tenendosi la gamba ferita. Sembra stupito. “Oh” esclama, “quello non era del nonno?”

Quando le lacrime smettono di colarmi sul mento, apro gli occhi. Non vedo più il colore del pavimento, c’è troppo sangue. Mi fanno ancora male le mani per la violenza con cui gli ho conficcato il coltello nel petto, ho pugnalato mio fratello così tante volte che la lama si è scheggiata. Fuori dalla finestra sudicia, il cielo sta schiarendo. La luce dell’alba splenderà presto sulla campagna, ma sarò l’unico a vederla. Ora so dove andare.
Salgo le scale a passi malfermi, senza più forze, lasciando una scia di sangue nella polvere. Ogni singolo muscolo che si muove fa un male infernale. Arrivo in cima e scopro che la soffitta è come la ricordavo: avrei dovuto capirlo fin dall’inizio, che Beatrice si sarebbe nascosta qui.
Quel pomeriggio d’agosto, la penombra ci ha accolto come se ci aspettasse da tanto tempo e ci ha promesso che avrebbe custodito i nostri segreti. Forse mi ha mentito anche lei. Ricordo i nostri respiri caldi, la pelle d’oca sui suoi seni e il profumo di grano e sole. Quanto eravamo incapaci, le prime volte. Ridevamo sottovoce per la nostra stessa goffaggine e tra un bacio e l’altro le mormoravo “ti amo lo stesso”, poi mischiavamo le mani. Alla fine rimanevamo abbracciati per ore senza parlare, esausti, ad ascoltare le rondini che pigolavano nei nidi tra le travi e i nostri cuori vicini sotto la coperta. Era la sua grazia quello che mi salvava.
Mi trascino sui detriti. Sembra che non ci sia nessuno, ma io so che certe storie sono condannate a morire nello stesso luogo in cui hanno visto la luce. Quando i miei occhi si abituano alle tenebre, finalmente la vedo.
“T-ti prego, non farmi del m-male…” singhiozza. Sta tremando e cerca invano di coprirsi con una coperta strappata in fretta, perché non vuole che la veda nuda. Che ironia. Il ritmo del mio respiro è teso, affannato. Il fianco, dannazione…sto perdendo troppo sangue…
Mi avvicino.
Credevo tante cose, prima. Credevo che Gio non sapesse sparare. Credevo che io e Beatrice saremmo fuggiti insieme, lontano da tutte quelle vite così misere. Credevo di non essere un assassino.
“Nico, ti giuro che io non ho fatto niente, è stato tuo fratello a costringermi. Devi creder…”
Lo schiaffo la colpisce in pieno viso, gettandola fra i cocci. Beatrice striscia contro una colonna, atterrita dalla mia violenza, un filo di sangue le cola dalla bocca. Non l’avevo mai colpita prima. La sovrasto.
“Nico, ti prego…sei ancora in tempo, amore mio. T-tu non sei un assassino.”
Alzo il coltello.
Tra le sue lacrime vedo mia madre. Esito, la lama scheggiata sospesa a mezz’aria. Mamma si volta e mi guarda, il suo sguardo non è mai stato così dolce. Non vedi, sembra dirmi, con quanta ostinazione le cose spezzate si abbracciano alla vita?

Quando il sole sorge sul sentiero dei fiordalisi, sono solo e tutto tace.

Fine


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