La brutta giornata di un pagliaccio qualunque

Capelli unti e verdastri, la faccia dipinta di bianco tagliata in due da un sorriso rosso sangue e negli occhi una luce folle, malata. Sono questi i tratti che rendono immediatamente riconoscibile uno dei villain più iconici della storia dei supereroi. Fin dalla sua prima apparizione nel primo numero della serie a fumetti di Batman, risalente ormai al 1940, la figura di Joker è stata raccontata in centinaia di modi diversi e ogni nuova opera che lo riguarda scatena in egual misura ondate di eccitazione e critiche molto aspre da parte degli appassionati. L’ennesimo temerario ad aver tentato l’ardua impresa è stato il regista Todd Philips (autore dell’esilarante trilogia di “Una notte da leoni”), il quale con la sua ultima fatica si propone di portare sul grande schermo nientemeno che una sua personale interpretazione delle origini del Giullare del Genocidio, volutamente slegata dal classico (e spesso abbastanza deludente) DC Universe. L’amore viscerale che provo per qualsiasi cosa riguardante l’universo narrativo di mamma Gotham mi ha teletrasportato al cinema pochi giorni dopo l’uscita del film e quando ho lasciato la sala avevo ancora la pelle d’oca. A mente fredda posso affermare che quel Leone d’oro, il Joker di Philips se lo è meritato eccome.

Prima di raccontarvi la mia esperienza però, è necessaria una premessa: dato che voglio parlarvi di Joker nel modo più completo possibile riempirò l’articolo di spoiler grossi come la Wayne Tower, perciò se non lo avete ancora visto non leggete oltre. Correte al cinema il prima possibile poi tornate qui e mettetevi comodi, che di cose di cui parlare ce ne sono una marea.

Dicevamo.

Joker. Personalmente lo reputo uno dei film più belli degli ultimi anni e sicuramente uno tra i migliori cinecomic dai tempi della trilogia di Nolan.

Se siete andati a vederlo sapete già di cosa parla. Arthur Fleck è un individuo solitario e profondamente infelice che insegue invano il sogno di diventare un attore comico. La sua mancanza di talento, unita alla depressione e ai frequenti attacchi di risate isteriche, lo rendono inadatto per quel ruolo, così il giovane si riduce a lavorare come pagliaccio di strada per guadagnarsi da vivere. Ferito da troppi eventi traumatici e ignorato da una società che calpesta i più deboli come se fossero immondizia, Arthur vaga per le strade di una Gotham City molto simile alla New York di Taxi Driver (impossibile non notare i parallelismi con questa e altre pellicole di Scorsese), iniziando così una progressiva discesa negli abissi della follia.

Il primo aspetto su cui vorrei soffermarmi è la risata.
Il marchio universale di Joker è una responsabilità rischiosa per gli attori che lo hanno impersonato ma la performance di Joaquin Phoenix mi ha lasciato letteralmente a bocca aperta. A differenza di quella dell’immortale Ledger, che risuonava beffarda e malvagia nelle orecchie a punta del Batman di Nolan, quella di Phoenix è un sintomo della sindrome pseudobulbare ed erompe senza crudeltà, specialmente nei momenti di forte tensione emotiva. Gli attacchi di risate gli artigliano la gola fin quasi a soffocarlo e quello che dovrebbe essere il mezzo principale usato dall’uomo per trasmettere allegria diventa il suo più grande tormento.
Inoltre il film spinge a riflettere sulla differenza fra comicità e derisione. La comicità fa ridere tutti, la derisione fa ridere tutti tranne uno. La vicenda di Arthur si snoda in bilico su questo confine molto sottile. Lungo il corso di una vita passata in mezzo alla miseria, il suo desiderio più grande è sempre stato quello di far sbocciare un sorriso sulle labbra delle persone (tanto che suo madre lo ha soprannominato “Happy”). Arthur ce la mette tutta, si sforza di essere un pagliaccio divertente pur di piacere a chi lo sta guardando, ma invano. La sua risata e quella del pubblico non si incontrano mai. Nessuno, nemmeno noi spettatori, ride mai CON lui, ma sempre DI lui. E ogni risata derisoria lo trascina sempre più in basso.

Un altro tema portante della pellicola è la corporeità di Arthur.
Avete fatto caso a quante inquadrature ci sono che lo mostrano mezzo nudo? Il regista insiste molto sulle scapole aguzze, le ossa del torace in rilievo, la pelle coperta di lividi. Anche tutta la sfera della mimica gioca un ruolo centrale: le dita agli angoli della bocca per allargare i sorrisi, le movenze strampalate alla Charlie Chaplin (altra fonte d’ispirazione del regista), le espressioni strambe. Inoltre Arthur cammina all’ombra dei palazzi con le spalle curve e il passo a tratti strascicato, altre volte quasi claudicante, come se non riuscisse a trovare il proprio ritmo. Ritmo che invece scopre nella danza: incerta, impacciata, insolita, ma pur sempre danza. Il balletto improvvisato in salotto insieme alla madre Penny diventa così l’unico spiraglio di tenerezza che filtra tra le sbarre della prigione invisibile in cui è rinchiuso.
Per non parlare poi della violenza. Arthur ha un disperato bisogno di un abbraccio, ma per tutta risposta il mondo lo tempesta di calci e pugni costringendolo a reagire. La tensione che il film accumula sapientemente man mano che scorrono i minuti si scatena all’improvviso: esplosioni “scorsesiane” di scene feroci, chiodi che si conficcano dentro lo spettatore e gelano il sangue per il loro realismo estremo.

Infine, la caduta. Lo schianto rovinoso sul fondo di un pozzo dal quale sorgerà il Joker che tutti conosciamo. Più che il fondo di un pozzo, in effetti si tratta del cofano di un’automobile nel bel mezzo di una folla di clown, illuminati dalle fiamme che hanno invaso Gotham (chi ha visto il film non si scorderà tanto facilmente quella scena). Ma vabbè, dettagli. Piuttosto, questa caduta…è davvero così rovinosa?

Fin dalle prime scene del film ci viene mostrata una lunga scala sulla quale Arthur sale ogni giorno, trascinandosi verso la cima con il peso dell’infelicità sulle spalle. Una figura malata, un uomo emarginato che lotta con tutte le sue forze per raggiungere il tanto desiderato successo. Poi le cose cambiano. Il destino gli infligge colpi brutali uno dopo l’altro e la vita di Arthur comincia a sbriciolarsi.

Perde tutto: il lavoro, il sostegno degli assistenti sociali, il suo idolo Murray Franklin e il suo presunto padre Thomas Wayne. Poi perde Sophie e infine mamma Penny. La prima pennellata che colora il volto stralunato di Joker sgorga proprio quando il figlio prende un cuscino e lo usa per soffocare la sua stessa madre. Quello è il punto di non ritorno. Ora che non ha più nulla, la sua metamorfosi è completa.

Joker non è che un uomo qualunque, spezzato da troppe giornate infelici e lasciato a sanguinare nell’ombra di un vicolo. Ma nel momento più atroce, quello in cui arriva a sperare che “la mia morte abbia più senso della mia vita”, Arthur capisce. Capisce che quella che credeva essere una tragedia, in realtà è un’unica folle commedia. “Siamo tutti clown” urlano i cartelli della folla inferocita, ciascuno di noi recita un copione che non prevede la gentilezza. In una società ipocrita incatenata dall’indifferenza, la sola persona libera e vera è chi diventa pagliaccio. Il Principe del Crimine non ha un’identità segreta né una maschera: lui è quello che si disegna un sorriso di sangue sul volto mentre il mondo brucia.

La scalinata lungo la quale è salito così spesso diventa il red carpet perfetto per la sua entrata in scena. Arthur smette di odiarsi e abbraccia finalmente la verità. Con quel vestito eccentrico e la sigaretta fra le labbra sembra un divo di Hollywood piuttosto che un pazzo omicida. Comincia a scatenarsi in un ballo sgraziato, teatrale, e ride, ride come non ha mai fatto prima e si accorge che sì, anche lui ESISTE, finalmente esiste davvero e quasi non riesce a contenere l’euforia. Mentre scende i gradini con una piroetta non può fare a meno di pensare a una buffissima barzelletta: quella di un pagliaccio qualunque che perde ogni cosa ma trova se stesso.

“Ma cosa ve la racconto a fare?” sembra dirci con un sogghigno, “Tanto non capireste”.

“Ho dimostrato che non c’è differenza tra me e chiunque altro! Basta una giornata storta per trasformare il migliore degli uomini in un folle. Ecco quanto dista il mondo da me. Una giornata storta.”
(Joker, The Killing Joke)

 


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8 pensieri riguardo “La brutta giornata di un pagliaccio qualunque

  1. Apprezzo che tu abbia citato la sindrome pseudobulbare, il tuo appunto sulla mimica e la differenza che rilevi tra la goffaggine dei movimenti quotidiani rispetto alla scioltezza, ancorché tutta particolare, della danza.
    Bel post.

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