La giungla di Tedua tra volgarità e poesia

Sfrontato, teatrale, inarrestabile. Appare sul palco e si muove come una tigre, mentre noi fan urliamo il suo nome fino a farci le corde vocali a brandelli. Alle sue spalle, Chris Nolan prende possesso del mixer e sfodera le prime note di Sangue Misto: “Sangue su di me, ferite in ogni dove…”, un’onda di euforia ci travolge e tutto il resto smette di essere importante. Resta solo Tedua, che si scatena e morde le sue barre come un selvaggio in mezzo a una giungla di luci e musica.

Mai stato un tipo da discoteche io, tanto meno da trap music, ma non mi vergogno ad ammettere che l’emozione che ho provato quella sera al Vox Club di Nonantola sia stata quasi adolescenziale. A ogni rima che Tedua sputava sulle basi, io e i miei amici (in arte Soldo, Pizzo e Giobbano, che oggi compie gli anni) cantavamo strofe a caso nel tentativo (vano) di stare al passo con il suo flow. La domanda che sorge spontanea potrebbe essere: “Come cavolo ha fatto un esponente di una trap wave tutta bitches e autotune a conquistarsi un posto d’onore tra i tuoi cantanti preferiti degli ultimi anni?”

Per rispondere, concedetemi di prenderla un po’ larga.

“Odiate Duate che rappa, che trappa, che canta, che balla, che parla, che barba, che noia che siete” (Wasabi Freestyle)

Fin dai tempi di Orange County (trilogia di mixtape pubblicata tra il 2015 e il 2017, il biglietto da visita che ha introdotto Duate-Tedua nel panorama dell’hip-hop italiano) era apparso chiaro a chiunque che la personalità e lo stile di quel ragazzo maleducato fossero decisamente fuori dal comune. A chiunque, tranne a me, perché non avevo ancora sentito parlare di lui.

A marzo del 2018 però, è uscito Mowgli per Sony Music prodotto da Chris Nolan. L’ho sentito per la prima volta in macchina insieme a un mio amico (Giobbano, quello di prima). “Ohi, che bomba ‘sto tipo! Chi è?” gli ho chiesto, mentre le ultime note di 3 Chances svanivano nell’aria. “Eh, è uno nuovo” ha risposto lui. Da quel momento, il timbro sgraziato di Tedua non ha mai lasciato le mie cuffie e per mesi ho setacciato la rete alla ricerca di informazioni, articoli e interviste da fagocitare per saperne di più su di lui. Con questo primo album ufficiale, il rapper di Cogoleto (un comune di Genova) scopre le zanne: non solo dimostra di conoscere molto bene il suo ruolo nel rap game ma riesce anche a portare la sua musica ad una profondità che nella trap non avevo mai sentito prima.

Sesso, droga e denaro sono i tre pilastri triti e ritriti su cui ormai si basano i testi di molti artisti odierni (Murubutu, Ernia e Rancore avrebbero qualcosa da ridire, lo so, ma non preoccupatevi: prima o poi dedicherò un articolo anche a loro). Trasgressivi? Qualche anno fa, forse. Oggi però di provocatorio c’è ben poco e l’intera scena trap comincia a puzzare di acqua stagnante. Se a questo aggiungiamo che i cosiddetti trapper ostentano la loro mancanza di valori come se fosse un pregio e inseguono un ideale di successo destinato a non durare più di quei famosi “15 minuti” attribuiti ad Andy Warhol, non è difficile capire come abbia fatto Tedua a elevarsi così tanto rispetto alla massa dei suoi colleghi. A un orecchio poco “conscious”, i pezzi di Mowgli potrebbero non sembrare poi così innovativi ma, a prescindere dai sacrosanti gusti personali, io credo che la differenza si senta eccome.

Basta volerla ascoltare.

“Affilo il timbro ed incido, senti l’artiglio e il ruggito” (Cucciolo d’uomo)

Mowgli non è un album qualunque. Rinchiuderlo dentro la definizione semplicistica di trap, sarebbe come imprigionare Bagheera in una gabbia e sperare che se ne stia buona. Rap, Soul, RnB e sfumature Hip-hop di ogni genere si intrecciano come liane fra le quali Tedua può sfoggiare tutte le acrobazie canore che gli pare. Tra un balletto bizzarro e una mossa da boxeur, scorre un flow spezzato e intricato, a volte malinconico come Acqua, altre rabbioso come Burnout. Gli incastri da mani nei capelli, il frequente ricorso al riocontra (gafi, rrofe, dawee…) e la sillabazione inusuale di certe parole rendono molte barre indecifrabili al primo ascolto, ma garantiscono giri di giostra fenomenali ai cervelli più spericolati.

Il linguaggio del “disco della giungla” attinge a piene mani da quello della Drilliguria di Tedua, da Milano, Parigi e dallo slang tipico del panorama street americano. Il rapper non si lascia tarpare le ali dalla buona educazione e trasporta sulla pagina tutto quello che ha vissuto, senza peli sulla lingua. Il risultato è un disco contaminato da tante culture, che propone immagini spesso crude e volgari non per il semplice gusto di farlo, ma con la precisa intenzione di dare voce alle persone che vivono nella miseria e tracciare un confine molto netto tra i perbenisti e gli umili.

Le basi evanescenti di Chris Nolan, producer legato a Mario da un’amicizia profonda, costruiscono l’architettura ideale intorno alla quale la voce rauca del rapper si avvolge come un serpente e rendono memorabile ogni singolo pezzo.

“Sui trampoli di un ego sproporzionato, dovrò razionare il mio esser razionale se vorrò esser così artisticamente sofisticato” (Sangue Misto)

La vera forza di Mowgli però, più che dalle sonorità sgorga dalle parole. In quattordici tracce (a cui si aggiungono le due esclusive presenti nell’edizione deluxe del disco), l’artista ci trascina con sé nella giungla urbana, fra le ombre del suo passato insanguinato illuminato a tratti dai raggi del sole. L’immagine che Tedua ci propone di se stesso è quella di un personaggio sfaccettato, sempre in bilico tra i numerosi alter-ego che ha creato nel corso della sua carriera (“puoi chiamarmi Ted, Mowgli oppure Ryan”). Nei brani più “real”, sveste i panni griffati del rapper strafottente e ci svela la sua vera identità: quella di Mario Molinari, un ragazzo nato alla periferia di Zena (Genova) e “cresciuto tra bestie e belve senza un parente ed il suo parere”, che fin dall’infanzia è stato costretto ad alzare i pugni per difendersi dalle insidie della vita di strada.

Ogni canzone che fa parte di Mowgli è da interpretare come il capitolo di un libro in cui l’artista riversa se stesso come farebbe uno scrittore di romanzi: le strofe si popolano di personaggi sia immaginari (Frodo, Icaro, Shere Khan…) che reali (gli amici rapper della crew Wildbandana, la madre, i poliziotti del quartiere…) e barra dopo barra “il flusso di pensiero prosegue come un serpente a sonagli” e dipinge nel cuore dell’ascoltatore uno scenario dalla coerenza impressionante.

La ragnatela di fili che Tedua intesse per legare ogni capitolo della propria storia è invisibile alle orecchie dell’ascoltatore disattento. Il plurilinguismo di Mowgli, in equilibrio tra vocaboli raffinati ed espressioni scurrili, richiede una buona dose di impegno per essere compreso a fondo ma se si riesce a superare una prima barriera di tematiche troppo “da trapper” (droga, droga e ancora droga) ci si rende conto che la vera poesia è nascosta nel cuore della giungla, dove solo pochi osano avventurarsi.

Il disco parla d’amore (quale storia non ne parla?), un amore complicato, tradito, agonizzante: ali ferite, mani armate e cuori fatti a pezzi. Le strofe sono intrise di sangue e rabbia come impone la legge della giungla, ma “mai oltre il limite”, perché nella vita di Tedua la violenza fine a se stessa non deve mai avere l’ultima parola. Lo storytelling è cupo e fortemente ispirato alle tematiche della drill americana, ma in mezzo al groviglio di odio e sofferenza, le parole raccontano di “piroette nel cielo” e “primi raggi del sole”, come se rifiutassero di arrendersi alla miseria. Conscio di non essere l’unico ad aver vissuto una vita difficile, Marietto rimane umile e genuino. Evita di piangersi addosso e anzi invita tutti coloro che si sentono deboli e sopraffatti dal male a farsi coraggio per riprendere in mano il proprio futuro.

“E posso eccedere ed eccellere e non cedere ed eccetera” (Vertigini)

Mowgli è un viaggio. Il viaggio del piccolo selvaggio, che cresce nella giungla ma che è consapevole di essere destinato a lasciarla per poter diventare uomo. Il viaggio di Mario Molinari, che dall’adolescenza vissuta fra i rioni popolari si è fatto largo a furia di artigli e flow fino ad arrivare sul trono di Milano. Il viaggio artistico di Tedua, che dal panorama street di Orange County ora si è tuffato fra le braccia di un pubblico molto più mainstream.

Infine è il viaggio di tutti quelli come me, che hanno vissuto una vita piena di doni e sicuramente più fortunata di Mario ma che sotto sotto non è poi molto diversa dalla sua. Tutti noi camminiamo sempre in bilico tra volgarità e poesia, sofferenza ed euforia, rabbia e amore. Grazie a Tedua, la mia passione per il rap si è risvegliata con prepotenza e ho riscoperto il valore di quelle storie di strada che tanto mi avevano affascinato nei primi anni del liceo.

Siamo tutti in hype per il 2019, perché Tedua ha promesso l’uscita di un nuovo album (secondo alcune voci di corridoio il protagonista stavolta potrebbe essere un certo mago di Hogwarts…) e personalmente non vedo l’ora di scoprire se sarà all’altezza dei precedenti. Per il momento, quello che ci ha già raccontato finora spacca.

Ma dobbiamo stare attenti: Marietto sta portando la sua musica così in alto che potremmo soffrire di Vertigini.

Tracklist di Mowgli:

  1. Sangue misto
  2. 3 Chances (dilla tutta)
  3. La legge del più forte
  4. Rital
  5. Dune
  6. Vertigini
  7. Acqua (malpensandoti)
  8. Fashion Week
  9. Jungle
  10. Il fabbricante di chiavi
  11. Burnout
  12. Al lupo al lupo
  13. Cucciolo d’uomo
  14. Natura

Bonus track:

  1. Bandar-Iog
  2. Party privato

 


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