Buio. Silenzio. Forse fuori nevica. Una lama di luce sottile filtra da sotto la porta della camera rigorosamente chiusa. Tenerla aperta rovinerebbe l’atmosfera. Sfrego i piedi nudi uno contro l’altro per scaldarli e mi avvolgo più stretto sotto le coperte, in attesa. Nel letto accanto al mio, mia sorella gemella respira piano: anche lei sa perfettamente cosa sta per accadere. C’è una sagoma nell’ombra fra i due letti, impossibile riconoscerla, ma noi sappiamo che è papà. Ha un rassicurante profumo di dopobarba e la sua mano gentile ci accarezza i capelli.
“Allora ragazzi, cosa vi racconto stasera?” sussurra.
“La Spider Rossa!” esclama Irene, rompendo il silenzio.
“No no, basta! Ce l’ha già raccontata ieri” ribatto io, che le auto da corsa non le ho mai sopportate neanche nelle fiabe, “Raccontaci Ice, l’Uomo della Montagna, ti prego papà.”
“Uffaa, ormai la sappiamo a memoria!”
“E allora? Sempre meglio di que…”
“Ok, ok, calmatevi. Dato che non sapete decidervi, la storia di stasera la scelgo io.”
Sbuffo in segno di protesta e metto il broncio, anche se al buio non mi vede nessuno. Sento un fruscio: mio padre si siede sul pavimento. Trascorrono alcuni secondi di attesa interminabile, poi finalmente la sua voce calda brilla nelle tenebre come una fiamma.
“Dovete sapere che tanto tempo fa…”
Dopo quasi ventitré anni di vita, se c’è una cosa che ho imparato è che nessuno può vivere senza storie. Lasciate che ve lo dica: se non vi hanno mai raccontato una favola quando eravate bambini, probabilmente avete un problema. Lo dice anche Einstein: “Se volete figli intelligenti, leggete loro le fiabe”. Io e mia sorella siamo stati fortunati: andavamo all’asilo e ancora prima di conoscere il mondo reale, abbiamo conosciuto quello delle storie che ci raccontavano in famiglia. I piatti forti di nostra madre di solito erano Cappuccetto Rosso, i Musicanti di Brema e tutto il repertorio dei fratelli Grimm. Mio nonno invece era preparatissimo sull’epica e la mitologia: grazie a lui ho conosciuto Achille, Polifemo e Icaro ben prima di studiarli a scuola. Ma le storie più belle in assoluto erano quelle inventate da mio padre. La sua voce ci portava lontano, a vedere posti mai visti prima e incontrare personaggi che prendevano vita nell’oscurità della nostra camera come per magia: Il Coccodrillo del Lago, Pachi e Derma, Starter il Pilota…un tappeto variopinto di racconti sul quale non ho mai smesso di rotolarmi come un gatto e senza i quali il mio amore per la scrittura, e quindi per la vita, non sarebbe mai sbocciato.
Big Fish, film del 2003 diretto da Tim Burton e ispirato all’omonimo romanzo di Daniel Wallace, è stato uno specchio in cui ho ritrovato me stesso bambino. La storia racconta di un uomo, Edward Bloom, e della sua passione smodata per le storie: ogni occasione è buona per raccontare aneddoti assurdi sulla sua vita, suscitando la meraviglia di tutti i presenti. Edward ha un figlio, William, il quale fin da piccolo si è bevuto come latte tutto ciò che usciva dalla bocca del padre. Crescendo però, comincia a sospettare che i racconti della sua infanzia non siano altro che una serie di vuote menzogne e ben presto, sentendosi ingannato e messo in disparte, decide di allontanarsi dalla figura paterna. Anni dopo, ormai sposato, viene a sapere che Edward è gravemente malato e gli restano soltanto pochi giorni da vivere. Il giovane decide allora di tornare alla vecchia casa di famiglia con due obiettivi: stare vicino al padre prima del suo ultimo respiro e scoprire finalmente la verità nascosta nelle sue storie.
Esattamente come William, anch’io con il tempo sono cresciuto ma la mia passione per le favole della buonanotte non mi ha mai abbandonato. Dato che non ce le raccontava più nessuno, sono andato a cercarmele da solo e le ho trovate nei libri. Erano tutte diverse, molto più “da grandi” e difficili da capire, ma senza dubbio avevano lo stesso potere di quelle di mio padre: creare realtà invisibili. Per svariati anni della mia vita non ho fatto altro che divorare romanzi uno dopo l’altro, preferendo di gran lunga un racconto di avventura di Salgari (o un fantasy, tipo quelli di cui parlo in Non è un paese per elfi) ad una noiosissima partita di basket. Li amavo così tanto che avrei voluto dimenticarli per poterli rileggere ancora e ancora, come se fosse la prima volta.
La mia immaginazione proliferava come quella di Edward, che afferma a gran voce di aver viaggiato con un gigante gentile, addomesticato un lupo mannaro e sbirciato la propria morte nell’occhio di una strega. Anche nel mio caso, i personaggi di cui leggevo spesso inciampavano nell’inchiostro e cadevano oltre le pagine, mischiandosi al mondo reale. Il bambino che ero (e che in parte sono ancora, dai, è inutile negarlo) stava a parlargli per ore e senza accorgersene assorbiva una parte della loro essenza. Un bel giorno ho guardato dentro di me e tutto è cambiato: mi sono reso conto di essere pieno di pezzi di mondi che la marea dei racconti aveva lasciato sulla spiaggia del mio cuore, ombre da portare alla luce e voci che chiedevano di essere ascoltate. Non ci ho pensato due volte: in quinta elementare non solo leggevo storie, ma ho pure deciso di scriverle, e come vedete non ho ancora smesso.
Noi siamo tante cose: siamo le nostre scelte, le persone di cui ci innamoriamo, la musica che ascoltiamo…ma soprattutto siamo le storie che raccontiamo. Fin dall’alba dei tempi, quando un uomo ha deciso di dipingere sulla parete di una grotta una battuta di caccia, passando poi per Omero, Tolkien, questo blog e Big Fish, l’umanità ha sempre sentito nell’anima il bisogno irrefrenabile di raccontarsi a qualcuno. La letteratura, la musica, l’arte, il cinema…non sono altro che mezzi di comunicazione differenti che hanno lo stesso obiettivo: svelare non quello che è accaduto davvero, ma quello che sarebbe potuto accadere “se”. Le storie ci definiscono in quanto uomini, ci emozionano, riempiono di senso lo scorrere del tempo e aumentano la vastità della nostra vita. Nel preciso istante in cui qualcuno ha la bella idea di mettersi a raccontare qualcosa, ecco che intorno a lui comincia a radunarsi un pubblico incuriosito, come cercatori di tesori che sgranano gli occhi davanti a un forziere spalancato. Perché le storie sono specchi, certo, ma soprattutto sono scrigni in cui nascondere qualcosa di prezioso per custodirlo: un mostro, una ferita, una ragazza, un padre, una speranza. Raccontare una storia (che si usi la voce o l’inchiostro non ha importanza), in definitiva ci permette di salvare noi stessi.
(Se non avete ancora visto Big Fish, fermatevi qui. Sto per spoilerarvi il finale del film e non me lo perdonerei mai, quindi correte a guardarlo. Quando lo avrete finito, asciugatevi i lacrimoni che di certo vi avranno sommerso gli occhi, soffiatevi il naso, ricomponetevi un attimo e poi tornate qui, vi aspetto.)
Sul finale del film, Edward Bloom sta morendo afflosciato sul suo letto d’ospedale come uno straccio e senza nessuno accanto tranne William: non è proprio il genere di dipartita epica che un eroe del suo calibro si merita. Ci vuole qualcosa di memorabile, che sia degno di essere raccontato alle generazioni future, ma ormai non ha più fiato. Solo una persona può aiutarlo. Così, con le poche forze che gli rimangono, si rivolge al figlio e i ruoli si invertono: Edward, che per tutto il film ha sempre straparlato di sé, si fa da parte e chiede a William di diventare lui stesso il narratore di un’ultima grande storia.
William è incerto, subito non sa cosa dire, ma poi il padre insiste e allora non resta altro da fare che tuffarsi nel vortice delle parole: la fuga rocambolesca dall’ospedale, il viaggio in macchina in mezzo al traffico e l’arrivo sul limitare del bosco. Ad aspettarli ci sono tutti i personaggi delle sue storie, reali o immaginari, che sorridono e alzano le mani in segno d’addio. William attraversa la folla con il corpo di Edward fra le braccia e si immerge nel fiume, dove trova Sandra, la donna che il padre ha amato per tutta la vita. Lei e il marito si scambiano un saluto affettuoso, poi William depone nel fiume il vecchio cantastorie, che sparisce per sempre. Al suo posto, compare un gigantesco pesce che si allontana con un guizzo verso il tramonto.
“Everything not saved will be lost” recitava negli anni ’90 il quit screen delle prime console Nintendo: tutto ciò che non salveremo lo perderemo. Tutto ciò che non avremo raccontato, cioè, sparirà senza lasciare traccia come il corpo di Edward. Ma nel pesce in cui si trasforma c’è il suo insegnamento più grande: alla fine, solo le storie restano. Le nostre, quelle che abbiamo raccontato a chi amiamo, abbracciati sulle scale una sera d’estate; quelle che abbiamo letto senza paura davanti a un pubblico rapito dal nostro coraggio; quelle incise con sangue e inchiostro sopra un foglio di carta perché il mondo potesse ricordarci. Per questo non mi stanco mai di dire che esisto solo se mi racconto: perché scrivere storie degne di essere vissute, è il modo migliore per vivere per sempre.
Se vuoi leggere un’altra bella storia la trovi qui: Tutto il fiato che resta
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2 pensieri riguardo “Big Fish e l’arte di raccontarsi”