Aleppo. Dal cielo, il fragore assordante di un raid aereo. Crollano i muri e le case sventrate dalle esplosioni, i tetti dei palazzi si sbriciolano sotto le bombe dei russi per un tempo che sembra infinito, poi il silenzio. In mezzo alla devastazione qualcuno piange. Voci che gridano: “C’è qualcuno, fate presto!”. I Caschi Bianchi estraggono dalle macerie un bambino ancora vivo e lo caricano sopra il sedile arancione di un’ambulanza. Omran Daqneesh non dice nulla: ha un solo occhio aperto fisso nel vuoto, i vestiti impolverati, un lato del viso incrostato di sangue. Se ne sta lì, in mezzo al caos, incapace di muoversi e di capire perché i grandi abbiano sempre bisogno di giocare alla guerra per davvero.
E se invece non fosse andata così? Cosa succederebbe se potessimo tornare indietro a prima del 2011, quando ancora nessuno pensava ai bombardamenti e tutte quelle vite spezzate erano ancora intere? Forse la foto di Omran avrebbe comunque fatto il giro del mondo, ma per motivi ben diversi.
Ma facciamo un passo indietro.
Morshed Mishu è un giovane fumettista originario del Bangladesh che lavora per la rivista Unmad di Dacca. Il suo profilo Facebook è seguito da più di cinquantamila persone e fino a qualche tempo fa non sapevo assolutamente nulla di lui. L’ho scoperto per caso grazie a una mia vecchia compagna di università, la quale ha condiviso in bacheca un’immagine che riportava il titolo “The Global Happiness Challenge”. Dopo qualche ricerca ho scoperto che si trattava dell’ultima fatica di Mishu, un album che attualmente contiene dieci illustrazioni (anche se l’artista sembra intenzionato a produrne altre in futuro) che sono diventate immediatamente virali e hanno catturato l’attenzione di migliaia di persone in pochi giorni.
Il progetto di Mishu è cominciato quando ha visto per la prima volta alcune famose fotografie di guerra (la più tristemente famosa è appunto quella di Omran, il bambino di Aleppo). In un’intervista, l’artista stesso rivela che vorrebbe non aver mai visto quelle fotografie, ma che da quel momento non è mai riuscito a togliersele dalla testa. Si sentiva quasi oppresso, ossessionato dalla brutalità a cui aveva assistito. Essere felici, per uno come lui che la guerra non l’aveva mai vista prima, da quel momento è diventata una vera e propria sfida. Si sarà chiesto: “Che diritto ho di essere felice, mentre in tutto il mondo quelle persone soffrono così tanto?”
La risposta l’ha trovata qualche tempo dopo, dentro il suo cuore di fumettista, quando ha deciso di affrontare quella sfida nell’unico modo che conosceva: disegnando. “Volevo vedere le persone felici, volevo vedere i loro sorrisi” ha detto e proprio da quella frase è scaturita l’ispirazione che gli ha permesso di lanciare la sua “Sfida della Felicità”. Ha quindi raccolto una decina di fotografie che immortalavano alcuni dei momenti più tragici nei conflitti di storia recente (come la Siria, la striscia di Gaza e l’Asia meridionale) e ha deciso di farci vedere l’orrore della guerra sotto un punto di vista totalmente rivoluzionario.
(La galleria con tutte le immagini la trovi qui: The Global Happiness Challenge)
Grazie ad uno tratto semplice quanto efficace, le sue rappresentazioni fumettistiche riescono a trasformare la realtà: un respiratore premuto sul viso dalla mano disperata di una sorella maggiore diventa un biberon pieno di latte caldo; un padre e un figlio riversi tra le macerie si ritrovano distesi l’uno sull’altro sul pavimento assolato di una stanza piena di giocattoli; da una muraglia di fumo acre che travolge la città dopo un raid aereo sbocciano gli alberi in fiore di una foresta immensa.
Sono tante le reazioni di persone commosse, emozionate e profondamente grate al fumettista per aver disegnato un sentiero di speranza in mezzo alla devastazione, ma come qualsiasi opera di denuncia degna di questo nome, la “Global Happiness Challenge” non ha fatto contenti tutti. Molte persone si sono sentite offese e hanno criticato aspramente l’operato di Mishu: “Pls, you are a good artist. But you are disrespecting the immense pain and suffering of these people” scrive un utente sotto una delle immagini postate su Facebook. O ancora: “[…] so Global Happiness Challenge seems to […] hiding the pain with imaginary optimism for personal comfort. But aren’t we all doing that already? Aren’t we looking away, hiding or ignoring reality for our own comfort?”
Lo accusano quindi di non rispettare la sacralità del dolore e di nascondere il male nella convinzione illusoria che guardare da un’altra parte possa farci sentire meglio. Se davvero così fosse, come dargli torto? Non ho mai vissuto la guerra e in tutta la mia vita non ho mai provato sulla pelle cosa significhi piangere sul corpo di un figlio ucciso o vedere la propria casa rasa al suolo, quindi non mi permetto di giudicare tutti coloro che in un modo o nell’altro hanno preso le distanze dall’operato di Mishu.
Personalmente però, non credo affatto che l’artista abbia mancato di rispetto alle vittime della guerra, né che il suo intento fosse quello di creare una sorta di mondo idilliaco in cui tutto sembra andare per il verso giusto. E’ vero: la sua arte, come ogni altro tipo di arte, è finzione. Ma fermiamoci un istante sul significato di questa parola: “fingere”. Da una rapida ricerca etimologica online, emerge che oggi è usata perlopiù con l’accezione negativa di “dissimulare, far credere agli altri qualcosa di non vero”, ma originariamente il suo significato era molto più potente. In latino infatti significava “plasmare, abbellire, dare forma alle cose”. Come i vasai. Come gli scrittori. E ultimamente, anche come i fumettisti.
La finzione di Mishu quindi non nasconde nulla, prende il dolore e tramite la bellezza dell’arte lo plasma per dargli una nuova forma. Le sue composizioni sono realizzate in maniera tale che siano riconoscibili tutte e due le visioni, sia quella tragica che quella immaginaria, in cui la sofferenza sembra non esistere. La sfida della Global Happiness Challenge è proprio questa: noi spettatori dobbiamo guardare entrambe le immagini, poiché l’una senza l’altra perderebbe di significato. La “finta felicità” di Mishu non nega le conseguenze spietate di un attacco missilistico, non guarda altrove per non vedere un bambino coperto di sangue, ma anzi rende esplicito l’orrore e ci costringe a vederlo mano nella mano con la speranza.
Come se il giovane artista in persona ci mettesse una mano sulla spalla e dicesse: “So che non riesci a capire, che hai paura e vorresti andare via, ma per una volta non fuggire davanti a quello che stai guardando. Resta qui, anche se fa male. Resta”. In un mondo come il nostro, in cui troppi amori sanno di plastica perché non sappiamo più soffrire insieme, in cui troppo spesso ci facciamo abbattere dalla paura, Mishu è riuscito nel difficile compito di raccontarci la gioia che può germogliare da una ferita.
Sono sempre più convinto che dovremmo tutti dare retta a Calvino quando, ne “Le Città Invisibili” scrive che l’unica alternativa alla logica spesso infernale del mondo è: “[…] cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’Inferno, non è Inferno, e farlo durare, e dargli spazio”. Affiancarci all’orrore con coraggio, alla sofferenza con rispetto, ma senza mai perdere la speranza: perché prenderci cura del dolore, in definitiva è il solo modo che abbiamo per combatterlo.
Aleppo. Il cielo è limpido, una brezza gentile increspa le fronde degli alberi. Omran, appollaiato sul sedile arancione, è pronto per partire e i suoi occhi brillano di gioia: quel giorno suo padre, che di mestiere salva le persone, gli ha promesso che lo porterà a scuola in ambulanza. Il piccolo non sta più nella pelle e si sente un privilegiato. I suoi piedi nudi dondolano nel vuoto, impazienti. Accanto a lui, nel posto in cui si mette la cassetta del pronto soccorso, c’è il suo nuovo zainetto di Topolino, un regalo di mamma “solo per i grandi”. Omran non aspetta altro: si lascia sfuggire un sorriso, apre la cerniera e sfila da dentro lo zaino un vecchio libro di fiabe. Quello apparteneva al nonno, è stato il suo ultimo regalo prima di partire verso un posto lontano, e Omran lo ha già letto un milione di volte. Eppure quando le sue dita sfiorano quelle pagine ingiallite, sente sempre un brivido sulla pelle che lo spinge a fermarsi. Se ne sta lì, con gli occhi pieni di eroi e boschi incantati, e immagina un mondo in cui basti una bella storia per fare paura alla guerra.

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