Cuore d’ombra

Ho partecipato recentemente ad un concorso intitolato “Le Mille e una Storia”. Il tema proposto era incentrato sulla chiave, intesa come oggetto in grado di aprire porte, forzieri, carillon, ma non solo: chiave di lettura, chiavetta usb, chiave di violino…qualsiasi tipo di chiave. Purtroppo non sono stato selezionato fra i vincitori, ma invece di riciclare questa piccola storia per un altro concorso ho scelto di portarla qui, nella speranza che la chiave di cui parla possa aprire qualcosa in tutti quelli che vorranno leggerla.

Ero immerso in una penombra di lavanda, quando l’armadio si spalancò: la luce trapassò i vestiti appesi alle grucce e si impadronì di ogni centimetro di legno disponibile. Mi dissolsi in un battito di ciglia e trovai rifugio fra le pieghe di un maglione. Quando le ante si richiusero stavo per sgusciare fuori ma un singhiozzo mi fece esitare: qualcuno faceva uno strano rumore nelle tenebre. Tornai in forma umanoide e scostai un paio di t-shirt per vedere chi fosse. Sgranai gli occhi per lo stupore: era il bambino. Faceva quasi pena rannicchiato laggiù fra i calzini, con il testone tra le mani e il corpo scosso da tremiti. L’armadio lo aveva sempre spaventato a morte, se ci era entrato voleva dire che stava davvero male. Non avevo mai imparato a piangere, ma avevo terrorizzato abbastanza bambini per sapere che era una cosa che gli umani facevano spesso. Appoggiato ad un ripiano, attesi che si calmasse. Quando le lacrime smisero di punteggiare il legno, tirò su con il naso e tentò di asciugarselo con una manica. A quel punto si accorse di me. Percepii un guizzo spaventato nei suoi occhi umidi, poi un velo di dolore lo nascose. “Oggi ho perso il mio papà” mi confidò, “Ti va di stare un po’ qui con me?”
Io un padre non ce lo avevo mai avuto, e poi ero solo come un cane. Così, diventammo amici.

Si chiamava Simo, amava giocare a calcio nel prato dietro casa e fare le corse in bici. Per gli altri era sempre stato “quello strano” e adesso che era pure orfano, l’unico amico che gli rimaneva ero io. I primi giorni furono duri per lui: spesso si precipitava nell’armadio a cercarmi in preda alla malinconia, quando sua madre lo picchiava tornava da me con il naso sanguinante e mi abbracciava. Durante la mia carriera avevo origliato migliaia di storie della buonanotte, così decisi di raccontargliele per allontanare il suo dolore. In quei momenti mi accorgevo che per la prima volta ero felice.

A tre anni dal lutto, un mattino sentii la voce ovattata di sua madre oltre il muro: “Ho parlato con lo psicologo. Non puoi nasconderti in quell’armadio per sempre, devi crescere.”
Non ci furono addii. Lei svuotò l’armadio, poi prese una chiave e la girò nella serratura come un coltello in una ferita, imprigionandomi per sempre nel buio. Quella notte Simo bussò debolmente sull’anta. Stava piangendo. “Trovo la chiave e poi torno, te lo prometto. Sei il mio migliore amico.”

Passarono i mesi, poi gli anni e quella promessa divenne un miraggio esile come la luce che filtrava tra le fessure. Simo crebbe, smise di piangere e si dimenticò di me. La sua vita fu invasa dalla violenza del nuovo compagno della madre. Per sfuggirle si chiudeva in camera e ascoltava musica rock a tutto volume. Una sera, dopo l’ennesima sfuriata del patrigno ubriaco, sentii lo schianto di una porta: l’uomo non tornò mai più. Un pomeriggio d’estate invece, udii la limpida risata di una ragazza e dal buco della serratura intravidi il primo bacio fra lei e Simo: fuggirono insieme quattro mesi dopo. Sua madre, rimasta sola, cominciò a parlare con se stessa, ma ben presto i medici la portarono via e anche la sua voce si spense del tutto.

La casa ormai disabitata sarebbe presto diventata la mia tomba. La chiave non era che un ricordo sbiadito come il profumo di lavanda troppo vecchia. Ridotto ad una sagoma ossuta, respiravo a fatica nel buio e il mio cuore d’ombra batteva debole come una rondine ferita. Eppure nonostante tutto, c’era ancora una speranza. Quelli come me nascono dalla paura ed esistono solo nella fantasia di chi crede in loro, è quella a darci vita: se non mi ero dissolto nel nulla voleva dire che senza saperlo, Simo credeva ancora in me.

Una sera, il silenzio che stava divorando la casa fu messo in fuga dal rumore di un’auto nel vialetto. Alzai la testa nell’oscurità, improvvisamente vigile. La porta di ingresso si aprì cigolando, dei passi avanzarono nel corridoio fino alla vecchia stanza di Simo e si fermarono di fronte al mio armadio. Mentre la chiave scricchiolava nella toppa arrugginita trattenni il respiro. Nello spiraglio tra le ante socchiuse vidi un vecchio che sorrideva. Quando mi abbracciò, mi accorsi che avevo imparato a piangere.

 


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