Alidiluna

La polvere volteggiava tra le lame di luce che filtravano dalle fenditure del tetto. Il gatto si infilò nella fessura tra le imposte e zampettò sulle assi di legno dondolando la coda. Si guardò intorno e nella penombra vide la ragazza addormentata sul pavimento, con la mano appoggiata sopra a un libro. Fra le dita si intuiva il titolo: Il Barone Rampante. Il felino avanzò in silenzio e miagolò piano, poi si strofinò languidamente contro il braccio della ragazza. Serena sentì il pelo soffice scorrere sulla pelle e sorrise. “Sei tu, Sherlock? Fammi dormire un altro po’…” mugolò senza aprire gli occhi, e si girò dall’altra parte. Contrariato, il gatto si arrampicò su di lei e le mordicchiò un orecchio. Serena sbuffò e tentò di scacciarlo a colpi di romanzo, ma il felino non si arrese: schivò i fendenti e reagì leccandole furiosamente le guance. “Ok, ho capito Sherlock! Sono sveglia!”

Ormai rassegnata, la ragazza si mise a sedere e si stropicciò gli occhi. Lo sguardo le cadde sulla copertina del romanzo: la testa di Cosimo sbucava dalle fronde di un albero immenso, ai suoi piedi era riunita una folla variopinta di personaggi con il naso all’insù. Sorrise. Edie, l’anziana inquilina del secondo piano, le aveva regalato quel libro durante uno dei loro pomeriggi a base di the alla menta e biscotti al burro. “Ti piacerà, mia cara, ne sono sicura” le aveva detto, sfilandolo a colpo sicuro da uno dei mille scaffali del salotto, “Se la gente passasse più tempo a leggere libri come questo, il mondo sarebbe un posto più felice”. Serena lo aveva letteralmente divorato in meno di una settimana. Aveva letto il finale proprio la notte prima e il suo cuore era ancora caldo per l’emozione.
Appoggiò il libro sul cuscino e si stiracchiò con uno sbadiglio. Sentiva uno strano prurito tra le scapole, ma non ci fece caso: ultimamente le capitava spesso. Andò alla finestra e spalancò del tutto le imposte. Il sole del mattino splendeva sopra la città e la brezza dell’estate portava con sé l’aroma del pane appena sfornato e i suoni della strada, sei piani più in basso: le chiacchiere dei passanti, il rumore delle automobili, la musica che usciva dai negozi. Un treno passò sferragliando sui binari della stazione vicina e uno stormo di piccioni si alzò in volo da un tetto. La ragazza meravigliata li guardò allontanarsi in direzione del fiume.
Amava quel posto. Abitava nella soffitta di un palazzo fatiscente di periferia. Il suo alloggio consisteva in un’unica stanza, con una porta e una finestra soltanto. Quando era arrivata lì, pochi mesi prima, si era ritrovata circondata da pile di scatoloni, mobili tarlati e mucchi di cianfrusaglie inutili. Senza sapere come, in mezzo a tutto quel caos era riuscita a ricavare uno spazio abbastanza largo in cui sistemare un giaciglio. Non possedeva nulla ad eccezione dei romanzi che Edie aveva preso l’abitudine di regalarle ogni settimana, impilati in un angolo.
Acciambellato sulla nuova edizione di Tre uomini in barca, Sherlock la osservava con un’espressione di moderato interesse. Le sue iridi di smeraldo brillavano al sole.
“Che c’è? Hai fame?”
Il gatto miagolò in segno d’assenso e sbadigliò scoprendo i denti aguzzi.
“Non posso aiutarti, lo sai. Che ne dici se scendiamo da Edie? Magari le è avanzato qualcosa per te.”
Sherlock piegò la testa di lato e fece penzolare la coda giù dalla pila di libri.
“D’accordo, andiamo.”

Seguirono il percorso che si snodava in mezzo al ciarpame e raggiunsero la porta della soffitta. Il pianerottolo era deserto e inondato dalla luce che pioveva dal lucernario sopra le loro teste, nell’aria aleggiava il solito odore vagamente stantio. Scendendo Serena vide che l’entrata dell’appartamento del terzo piano era sbarrata dai nastri gialli della polizia. Arrivati al secondo piano si fermarono davanti alla porta. Serena bussò delicatamente e attese. La schiena sotto la maglietta continuava a pizzicare. Quando la signora Olsen, vestita di sfumature viola pastello, aprì la porta, i suoi occhi grigi si illuminarono. “Oh, ben svegliati miei cari. Grazie per avermi riportato Sherlock, tesoro. Non lo vedevo da ieri notte e stavo cominciando a preoccuparmi.”
“E’ un bravo micio, signora Olsen. Le vuole molto bene. Credo abbia fame.”
“Suvvia, quante volte devo dirti di chiamarmi Edie? Ormai ci conosciamo da tanto tempo!”
“Mi scusi, a volte mi dimentico.”
“Hai sempre la testa tra le nuvole, tu. Se continui a leggere tutti quei libri finirai per volare via e non tornare mai più, mia cara.”
“Forse dovrebbe smettere di regalarmeli, Edie” ribatté Serena con un sorriso complice.
La vecchietta ridacchiò e le diede un buffetto sulla guancia. Sherlock prese a strofinare la schiena contro le sue caviglie e a fare le fusa. “Benedetti figlioli. Venite dentro, tutti e due: siete arrivati appena in tempo per la colazione.”

Quando la porta si chiuse alle sue spalle, Serena fu accolta dalla stessa sensazione che la pervadeva ogni volta che entrava in quella casa: le sembrava di aver messo piede in un altro mondo. L’appartamento profumava di glicine e sapone, e ogni cosa sembrava essere esattamente nel posto giusto. Alle pareti color crema dell’ingresso erano appese alcune fotografie d’epoca che ritraevano i familiari della signora Olsen. Sulla sinistra invece si apriva un piccolo salotto illuminato da una grande finestra velata da una tenda, con poltrone rosa salmone e un basso tavolino di legno. I muri erano nascosti dietro file e file di libri, perfettamente allineate lungo gli scaffali delle librerie alte fino al soffitto.
“Accomodati pure, tesoro. Sarò subito da te.”
Serena entrò in salotto, incapace di distogliere lo sguardo da ciò che vedeva. Amava i libri, le piaceva cominciare a leggere e poi, piano piano, perdersi nella storia e riemergere molte ore dopo, avvolta dal profumo delle pagine appena sfogliate. Edie fin da giovanissima era stata animata da quella stessa passione, e nel corso degli anni aveva accumulato una cultura immensa. Era stato quello a unirle così profondamente. La vecchia signora conosceva tutti gli scrittori del mondo, anche quelli più irrilevanti, e diceva spesso che non esistono storie brutte, ma solo storie che fanno, o non fanno per noi.

Serena si avvicinò ad uno scaffale. Dalla cucina sentiva provenire lo sfrigolio delle uova con la pancetta, i miagolii affamati di Sherlock e il suono metallico di un apriscatole. Le sue dita sfiorarono le coste delle copertine, una dopo l’altra: La Divina Commedia, Allegria di naufragi, Finzioni…non conosceva nessuno di quei titoli. Da quando aveva incontrato Edie, i libri che aveva effettivamente letto erano davvero pochi rispetto alla quantità infinita di volumi presenti in quel salotto. Avrebbe tanto voluto leggerli tutti, ma sapeva che era impossibile.
Mentre esaminava Fahrenheit 451, si accorse che il prurito alla schiena non era ancora cessato. Edie la raggiunse strascicando le pantofole lilla. “Colazione in tavola!” annunciò, “Spero ti piaccia, mia cara.”
Sul vassoio aveva preparato pane tostato, burro, marmellata di fichi, uova strapazzate, strisce di bacon croccante e un bicchiere di succo di mela. Stava per depositarlo al centro del tavolino, quando improvvisamente un urlo strozzato le uscì dalla bocca. Si portò le mani al petto, trafitta da un dolore bruciante. Il vassoio cadde con fragore e la colazione si rovesciò sul pavimento. I piatti andarono in frantumi, il bicchiere colpì il tavolino infrangendosi in mille pezzi. Edie barcollò e cominciò a boccheggiare. Serena reagì d’istinto, si affrettò a sorreggerla e la aiutò a stendersi sul pavimento. “Signora Olsen, Signora Olsen! Edie!”
“In corridoio…” ansimò lei, con gli occhi sbarrati e il corpo attraversato da violenti spasmi, “Il mobile, le pillole…”
La ragazza corse in corridoio, afferrò il flacone di pillole e tornò in salotto. Nonostante le mani tremanti e sudate riuscì a svitare il tappo e fece ingerire la nitroglicerina all’anziana signora. Le convulsioni si indebolirono fino a cessare, un filo di colore le riscaldò le guance rugose e le pupille prima offuscate tornarono limpide.

“Grazie” mormorò debolmente Edie, abbandonata fra le sue braccia.
“Chiamo un’ambulanza, dobbiamo portarla subito in ospedale” disse Serena. La mano di Edie la trattenne. “No” esalò.
“Edie, era un principio di infarto, non possiamo fare finta che…”
“No, Serena” ripeté con più forza, “Se devo morire, preferisco farlo vicino ai miei libri. E a te. Sapevi che saremmo arrivati a questo, prima o poi.”
Serena chinò il capo. “D’accordo, come vuole. Aspetti, la aiuto ad alzarsi”. La circondò con le braccia e la fece sedere nella poltrona rivolta verso la finestra. Edie chiuse gli occhi ed emise un profondo sospiro. I raggi tenui del sole evidenziavano ogni ruga del suo viso stanco. Serena appoggiò una mano su quella raggrinzita di lei. Sotto i polpastrelli le vene palpitavano debolmente.
“Come si sente, Edie?”
La signora aprì gli occhi.
“Non molto bene, piccola. Temo sia giunto il momento di scrivere il mio finale.”
“E’ stata una bella storia?”
Edie si lasciò sfuggire un sorriso fragile come l’ala di una farfalla.
“E’ stata la mia.”
Silenzio. Un rivolo di succo di mela gocciolava da un angolo del tavolino sul tappeto, tra i cocci affilati dei piatti. “Promettimi che te andrai via, Serena. Questo posto, questa città…un tempo era piena di luce. Ma ultimamente stanno capitando cose orribili. Il mio Ivan lo sapeva bene. Da quando il signor Caleb è stato ucciso…mio marito non è più stato lo stesso. Grazie al Cielo, qualche giorno dopo il suo ultimo saluto sei arrivata tu, piccola mia: questa povera vecchia non avrebbe sopportato di morire sola.”
“E’ merito suo. Io ho cercato di fare il possibile” ribatté Serena, con gli occhi lucidi. Edie le strinse la mano con gratitudine. “Prendi il libro azzurro sul secondo scaffale, tra L’ultimo dei Mohicani e Il Signore degli Anelli: è il mio regalo d’addio” disse.
“Edie, non c’è bisogno di…”
“Coraggio, prendilo” insistette lei, “nel posto in cui sto andando, tutti questi libri non mi serviranno più.”
Serena si alzò, prese il libro che Edie le aveva indicato e lesse il titolo: “La ragazza che volò sulla luna.”
“Sai, da quando Ivan non c’è più non ho fatto altro che leggerlo. Me lo ha regalato lui il giorno del nostro primo incontro in biblioteca. Diceva sempre che io le ricordavo la protagonista. Abbiamo fantasticato spesso di fuggire insieme, magari proprio sulla luna, ma poi…sai come funziona, no? Trasportiamo i sogni in soffitta e ci dimentichiamo di averli. Abbi cura di questo libro, Serena. E abbi cura di te.”
“La ringrazio molto, Edie. Davvero.”
“Resterai con me ancora per un po’ prima di andare, piccola mia?”
“Sì, glielo prometto.”

Passò un’ora, poi due, poi tutto il pomeriggio. La vecchia signora taceva e respirava sempre più piano, la sua presa sulla mano di Serena diventava più debole man mano che il tempo passava. La schiena della ragazza bruciava, ma non le importava. Sherlock zampettò in soggiorno e con aria sconsolata annusò i rimasugli di uovo sparsi sul pavimento. Poi si accucciò in grembo alla sua padrona. La luce che entrava dalla finestra divenne dorata, poi rossa come i semi del melograno. Ben presto, il tramonto scomparve dietro la foresta di antenne e comignoli che cresceva sui tetti, e Serena rimase lì, a guardare le cose che lentamente diventavano ricordi.

* * *

Piove. Le gocce che scendono dal cielo cadono così piano che sembrano sospese nel vuoto. La ragazza ha gli occhi chiusi e il viso all’insù. È sola, seduta su un cornicione con le gambe nude a penzoloni sulla città. Ascolta la pioggia lieve nella notte e respira, in attesa. Accanto a lei c’è un piccolo libro azzurro. Ormai manca poco, il prurito alla schiena è quasi insopportabile. Un dolore lancinante fra le scapole le mozza il fiato. Si piega in avanti e lotta per non gridare. Qualcosa sta premendo per uscire. Stringe i denti, rivoli di sangue le scorrono lungo la spina dorsale mentre la pelle si lacera. Lunghe estremità simili a rami sottili germogliano dalle ferite e diventano ali, fragili come il sorriso di una vecchia. Ali color della luna, rigate di sangue e pioggia. Il dolore pulsante lentamente scema, le membrane brillano, le nervature si tendono. Serena muove i muscoli e sente le ali obbedire ai suoi comandi. Sorride fra le lacrime, con il libro tra le mani. E’ pronta: non c’è più niente che le impedisca di volare via. Si alza in piedi in bilico sul cornicione. Dietro le nubi sfilacciate dal temporale, la luna è una promessa d’argento. Spicca il volo.

La mattina seguente la soffitta era vuota. Come se qualcuno all’improvviso, fosse tornato a riprendersi i sogni.

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Questa splendida illustrazione l’ha disegnata Laura.

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