Visioni Sospese (Vol. I)

Ho sempre fatto molta fatica a finire quello che inizio.

Non so, forse è una caratteristica di noi creativi, che al posto del cervello abbiamo un vulcano in cui ribollono così tante idee, ispirazioni e suggestioni che ci riesce quasi impossibile arginarne il flusso e scegliere una, solo una, mettendo da parte le altre non per scartarle, ma per farle “dopo”. Già, ma “dopo” quando? Ho ventinove anni suonati, gente. La vecchiaia si avvicina, a passi lenti, ma inesorabili. Molto presto, le mie dita grinzose non riusciranno più ad alzare una penna o a posarsi sulle lettere di una tastiera; i miei occhi resi miopi perderanno la luce e il mio cuore troppo anziano smetterà di pompare sangue in giro per quello che sarà rimasto del mio sistema circolatorio. L’impietosa falce della morte calerà su di me, le Norne taglieranno il mio filo, Osiride peserà il mio cuore e quel “dopo” in cui avevo riposto così tante speranze non arriverà mai. Se a questo aggiungete la mia maledetta tendenza alla procrastinazione e la mia pigrizia inguaribile (riassunte nel sottotitolo del mio blog), vi risulterà evidente la motivazione per cui la maggior parte delle storie che scrivo rimane sospesa nell’abisso di una pagina bianca dopo qualche decina di righe. Una statua intrappolata nel marmo, di cui si intuiscono solo frammenti di membra. Un capolavoro del non-finito.

Ora, i toni assai melodrammatici di questa premessa hanno una funzione triplice: strapparvi un sorriso, farvi riflettere sulla brevità della vita e soprattutto spiegarvi cosa state per leggere.

Ho rimesso mano di recente alle cartelle sepolte nelle profondità più remote del mio desktop e ho riportato alla luce una quantità impressionante di racconti iniziati e mai proseguiti (sapevo benissimo che ci fossero eh, sia chiaro. Anche se faccio finta di dimenticarmeli, la loro presenza mi tormenta negli incubi da anni). Perciò mi sono detto: se Italo Calvino ha scritto “Se una notte d’inverno un viaggiatore” utilizzando solo una serie di incipit, perché io, scrittore di fama internazionale come lui, non posso fare lo stesso? Chi ha mai detto che una storia debba per forza avere una conclusione? (Lo hanno detto in molti in realtà, fra cui me, qualche riga più sotto, ma soprattutto Peter Brooks nel suo saggio “Trame”, in cui teorizza che ogni narrazione è costruita per condurre verso la sua inevitabile fine, ma questa è materia per un altro articolo, che scriverò “dopo”…)

Scherzi a parte, mi è balenata in testa l’idea di pubblicare qui sul blog alcune di quelle storie che, per un motivo o per l’altro, sono rimaste in sospeso nel corso degli anni. E credetemi, per me questo progetto ha anche un valore terapeutico, perché se c’è una cosa che trovo molto più difficile del riuscire a finire le storie, è accettare di lasciarle a metà. (Lo so, potrebbe sembrare una contraddizione, ma ahimè, tale è la mia condizione. I nostri peggiori nemici siamo noi stessi). Di qualunque tipo sia, una storia si compie solo quando finisce. Troncarla di netto o lasciarla appesa al niente ne vanifica l’intenzione e a me fa male. Ed ecco allora il senso di questo articolo: aiutarmi ad accettare che certe storie possono anche non finire, che alcune idee possono anche rimanere semplici idee, che non tutte le cose che vedo sono destinate a essere raccontate. E va bene così.

Quelli che state per leggere non saranno quindi racconti veri e propri, ma più che altro suggestioni, apparizioni, immagini che mi sono balenate in testa con una vividezza tale che non ho potuto fare a meno di tradurle in parole (quelle che io chiamo “visioni”, appunto), ma che poi ho abbandonato a loro stesse. Le ho messe in ordine sparso, senza seguire nessun criterio se non quello di mantenere una durata contenuta della lettura. Inoltre, tranne qualche correzione qua e là, non ho apportato nessuna modifica ai testi originali. Non cercateci uno sviluppo, una trama o un finale degno di tale nome, perché non c’è e forse non ci sarà mai. Sono solo frammenti, come quelli che potrebbe cogliere un lettore che si ritrova catapultato nella Biblioteca di Babele di Borges, o nel Cimitero dei Libri Dimenticati di Zafón, e comincia ad aprire libri alla rinfusa solo per leggerne qualche riga, in cerca di qualcosa che lo ispiri.

All’interno di questo primo volume troverete quattro visioni. La prima racconta di una donna di nome Juliana a cui portavo la spesa durante il lockdown. La seconda è ispirata al videogioco di Dark Souls III. La terza è un incubo ricorrente della mia infanzia. Teseo e Arianna invece, sono i protagonisti della quarta.

Spero che tra queste possiate trovare ciò che cercate.


13 febbraio 2021

Forse questo mondo è dei pazzi.
La prima che ho conosciuto si chiamava Juliana. Quella mattina arrivai da lei verso mezzogiorno, quindi tutto quello che è successo prima che aprisse la porta e venisse ad accogliermi posso soltanto immaginarlo.
Mi piace pensare che all’alba Juliana fosse già sveglia. Immagino la luce del sole che filtra tra le tende azzurro chiaro del suo appartamento e si posa sugli acquerelli astratti che tappezzano il salotto, realizzati da lei, e sulle pieghe delle sue dita. L’oro dei suoi anelli brilla e ogni volta che lo guarda, esattamente come accade con tutti gli altri gioielli che ha, si ricorda dell’Egitto. All’epoca faceva la guida turistica. Aveva abitato a Sharm el-Sheikh per sette anni consecutivi, raccontando alle persone le meraviglie dell’Impero Egiziano. Era giovane allora, piena di amanti e amici. Poi tutto era cambiato.
Sotto i polpastrelli, i tasti del pianoforte suonano lenti, cercando il nome di una melodia che un nome non lo ha ancora. Non è la prima volta che Juliana sente la necessità di mettersi a suonare per cominciare bene la giornata. Ama essere lei a rompere il silenzio della propria solitudine, è gelosa di quel privilegio. Non che qualcuno possa strapparglielo, intendiamoci. Juliana ormai è l’unica regina di un palazzo vuoto, perciò chi diavolo potrebbe ordinare al silenzio di rompersi se non lei stessa? Nemmeno Santiago ci riuscirebbe. Il piccolo levriero dal pelo lucido è rannicchiato sul divano con il muso fra le zampe. Ad ogni nota di quella melodia sconosciuta, la sua coda ha un leggero fremito. “Lui sente la mia anima che si muove quando suono” mi ha raccontato Juliana una volta. “Non pensare mai che i levrieri siano stupidi. Dentro di loro batte lo stesso cuore di Anubi, io lo so bene. Ne ho avuti tredici”. Santiago è l’ultimo arrivato, il quattordicesimo. Lui e Juliana dividono la solitudine da quattro anni e la donna non lo ha mai sentito abbaiare, nemmeno contro i ladri che hanno tentato di forzare la porta d’ingresso qualche mese prima della pandemia.
Già, la pandemia. È stata un duro colpo per Juliana. Data la sua età, che non le ho mai chiesto, ma che suppongo sia superiore ai sessanta, le hanno espressamente ordinato di non oltrepassare le mura del suo piccolo palazzo per nessuna ragione. Da cinque settimane Juliana ha perso lo scettro del proprio regno e l’ha consegnato alla solitudine del lockdown. I suoi unici amici, oltre a Santiago, sono un vecchio burattino con il cappello di carta velina e Alexa, alla cui voce la donna spesso chiede di cantare le sue canzoni preferite o raccontare una barzelletta. Stamattina però, il burattino è rintanato in un angolo e Alexa dorme ancora. L’urgenza di sedersi al piano per far tacere il silenzio è stata così impellente che Juliana non si è nemmeno tolta la camicia da notte. Non si è cambiata nemmeno quando ho suonato alla porta e lei è venuta ad aprire.
Mi accoglie con un sorriso spento da regina decaduta e un tintinnio di sei o sette collane. La sua camicia da notte è ricamata con un motivo arabeggiante molto fuori contesto per la mia piccola cittadina, ma che si sposa alla perfezione con l’arredamento in stile orientale del suo castello. In passato deve essere stata una donna stupenda.
“Angelo mio, è bello vederti. Mi hai portato tutto anche oggi?”
“Certo Juliana, ho messo tutto qui” rispondo, porgendole la borsa della spesa rigonfia di generi alimentari.
“Caro, hai trovato anche quelle saponette lilla che mi piacciono tanto?”
“Sì. Sei stata fortunata, erano le ultime.”
Il suo sorriso si riaccende un po’. Santiago la raggiunge e si strofina contro le sue caviglie in cerca di attenzioni. Juliana lo accarezza, poi si china e lo bacia sulla fronte. “È arrivata la pappa anche per te, sei contento?”. In Egitto, qualsiasi persona diversa dal proprietario che avesse toccato un levriero era costretta a lavarsi le mani con la sabbia per una settimana. È un’altra delle cose che Juliana mi ha detto al telefono durante una delle nostre conversazioni. Santiago le lecca le guance, uggiolando. Intravedo una lacrima impigliata nelle ciglia di lei. In quei momenti, la sua regalità si spegne e Juliana torna piccola dentro.
I suoi genitori l’hanno abbandonata quando era bambina, dopo essersi accorti della sua cecità. Credendo fosse incurabile, l’hanno rinchiusa in orfanotrofio per dieci anni. Quando è uscita, Juliana ha recuperato la vista. Lei dice che è stato Dio a toccarla sulle palpebre mentre cantava una preghiera, lo stesso Dio a cui spesso sente il bisogno di rivolgersi durante la giornata. Quel Dio che le ha fatto incontrare i suoi genitori a trentacinque anni dall’abbandono, dopo anni e anni di vane ricerche. Appena li ha rivisti ha sentito il cuore farsi sabbia: tutto l’odio e il rancore che aveva dentro si sono sgretolati e in un istante sono spariti, come i granelli che si riversano fuori da una clessidra rotta. Li ha perdonati per tutto, per sempre.
“L’unica cosa che vale davvero in questo mondo, angelo mio” mi dice, asciugandosi quell’unica lacrima, “è l’amore. Tu sei giovane, ancora non lo sai…ma fidati di me, l’amore è tutto.”


21 gennaio 2022

“Caro lettore, vorrei condividere con te un piccolo pensiero fugace, sicuramente figlio della stanchezza che provo per il lungo cammino che ho intrapreso ormai mesi orsono, alla ricerca di una risposta che non so neanche più che significato abbia.”

Effe esitò, indeciso su come proseguire. Dalla punta della penna cadde una piccola goccia di inchiostro che si allargò sulla pagina del diario che teneva tra le mani sporche di cenere. Assorto nei suoi pensieri, l’assassino non ci fece caso. Le braci del falò accanto a cui sedeva illuminavano di riflessi rossastri i lineamenti del suo viso smunto. Qualche timida fiamma guizzava ancora, attorcigliata intorno alla lama della spada a spirale conficcata in mezzo ai tizzoni e alle ossa bruciacchiate. Appena oltre il debole cerchio di luce del focolare, le arcate di pietra del Santuario del Vincolo erano avvolte da silenzio e tenebra. Da qualche parte in quelle sale spettrali, Effe lo sapeva per certo, la Guardiana senza occhi vegliava su di lui. O meglio, su di loro.
Il giovane guardò al di là delle fiamme morenti, in direzione dell’uomo addormentato accanto a quello stesso fuoco. Phalanx russava, avvolto da un mantellaccio da viandante di stoffa pesante. Era un guerriero dal volto rozzo e segnato dalle cicatrici, i capelli sudici e la barba ispida. Non parlava mai troppo, ma fin dal loro primo incontro sulle mura del Castello di Lothric, Effe aveva avuto la sensazione che il suo taciturno compagno di viaggio sapesse molto più di quanto lasciasse intendere. Il giovane assassino era poco interessato ai suoi segreti, comunque: il vecchio Pi, così Effe aveva l’abitudine di chiamarlo, combatteva con una ferocia senza paragoni e conosceva quel regno in rovina come le sue tasche, perciò tanto bastava. Avevano una missione da compiere.
Su di loro si stagliavano le sagome gigantesche dei cinque troni, torreggianti nella penombra, seggi inamovibili destinati ad accogliere i tizzoni morenti degli ultimi Signori. Effe fece scorrere lo sguardo su ciascuno di essi, perso nei ricordi: Aldrich, l’orrido Santo delle Profondità, il piccolo Ludleth, re di Courland, esiliato e storpio, Yhorm, il colossale sovrano della Capitale Profanata e infine la Legione di Farron, guerrieri del Sangue di Lupo e nemici implacabili dell’Abisso. I Signori avevano combattuto fino all’ultimo respiro, ma tutti, senza eccezione, alla fine erano caduti sotto i colpi di Pi ed Effe. D’altronde, i due guerrieri avevano sconfitto la morte da un pezzo. Al suono della campana del Santuario, Effe si era risvegliato in una tomba. Un attimo prima era in un vicolo, ferito, circondato da una banda di tagliagole, e un attimo dopo era lì, nel cuore di un cimitero sotto un cielo di cenere. Convinto di ritrovarsi in una sorta di inferno riservato a quelli come lui, si era alzato in piedi lentamente: passo dopo passo, aveva scoperto di riuscire a respirare, di poter camminare saldo e impugnare una lama (cosa che tra l’altro lo aveva salvato dall’incontro con un gigantesco golem d’acciaio, crollato ai suoi piedi dopo un duello all’ultimo sangue).  Qualche giorno dopo però, si era accorto che qualcosa stava cambiando per sempre: sulla sua pelle aveva cominciato a formarsi uno strano segno, come una cicatrice circolare dai bordi ardenti. Strano a dirsi, non percepiva nessun dolore, soltanto un fastidioso e incessante prurito. Ma c’era dell’altro: non sentiva più il vento delle montagne sul viso e il poco cibo che aveva trovato in giro non aveva nessun sapore. Il gusto dell’alcool e il profumo della pelle di una donna furono le ultime sensazioni a sparire del tutto. Le uniche due cose che poteva ancora percepire con estrema nitidezza erano il dolore lancinante di una lama nella carne e il calore delle fiamme, nient’altro. A quel punto, aveva capito: non era vivo, ma non era nemmeno morto. Quel segno lo teneva come sospeso in un limbo, riportandolo indietro ogni volta che veniva ucciso. Era indubbiamente una situazione del cazzo, ma aveva anche i suoi vantaggi.
Effe si lasciò sfuggire una risata amara che echeggiò per un attimo nel salone. Phalanx borbottò un’imprecazione e si riscosse. “Dannazione Effe, lo sai che ho il sonno leggero. Cos’è che ti fa ridere tanto?” biascicò. Effe raccolse un ossicino dalla cenere e lo gettò sul cumulo di tizzoni, una fiamma guizzò per un istante.
“Lascia perdere Pi, stavo solo pensando all’assurdità di tutto questo. Torna a dormire.”
Pi sospirò, puntellandosi su un gomito. “A noi Fiamme Sopite non è concesso il privilegio di dormire a lungo, dovresti averlo capito ormai.”
“Eppure tu ronfavi della grossa, bestione. Cosa stavi sognando? Una donna?”
“Non ricordo più l’ultima volta che ho sognato una donna. È da tempo ormai che appena chiudo gli occhi non vedo altro che fiamme, sangue e cenere.”
“Accidenti, ecco perché ogni volta sei sempre così scontroso.”
“Tappati quella fogna e goditi il silenzio, questa potrebbe essere l’ultima volta che ti riscaldi a questo fuoco. Ti consiglio di non sprecarla.”
Per un po’ l’unico suono fu il crepitare dei carboni ardenti. Pi fissava le lingue di fuoco come ipnotizzato, Effe giocherellava con la penna ancora tra le dita. Nell’aria aleggiavano tenui fiocchi di cenere.
“Pare che quel vecchio diario ti piaccia molto” disse Phalanx a un certo punto, riscuotendosi dal torpore.
Effe fece un cenno. “Già” disse, “Non so perché ma ho la sensazione che tutte le risposte che cerco le troverò tra le pagine di questa… “Anima Oscura”. Mi sembra quasi di conoscere i protagonisti di cui parla. È strano, non so spiegarti il motivo.”
“Non devi” ribatté Pi. “Per caso” aggiunse, “lì dentro dice qualcosa riguardo all’ultimo dei Lord?”
Effe scosse la testa. “Niente, nemmeno una parola. Il racconto si è interrotto di colpo qualche giorno fa. Credo che toccherà a noi continuarlo.”
Entrambi alzarono lo sguardo sul trono centrale, l’ultimo e il più imponente di tutti. A differenza degli altri però, questo era ancora vuoto.
“Lothric, il Re Sacro…” citò a memoria Pi, riportando alla mente l’iscrizione incisa sullo schienale.
“Ultima speranza della sua stirpe” completò Effe.
“Nonché ultimo pezzo del mosaico, Effe. Dopo che avremo trascinato l’ultimo dei Signori su quel trono, vincoleremo la fiamma ancora una volta e l’Era del Fuoco potrà finalmente rinascere.”
“Lo vuoi così tanto, vero?”
Un sorriso enigmatico affiorò sulle labbra screpolate di Pi.
“Tu cosa vuoi?”
“Non ne ho idea, amico. Non so ancora a cosa stiamo andando incontro. Avevo una vita ben diversa prima, mi bastava portare a casa la pelle e farmi una scopata per essere più che soddisfatto. Tutto questo parlare di mondi che convergono, signori caduti e fiamme da vincolare mi fa diventare pazzo a volte. Ci sono giorni in cui vorrei essere semplicemente, sai…morto.”
“Lo capisco fin troppo bene, credimi. Purtroppo però, non abbiamo altra scelta. La morte arriva per tutti Effe, ma la campana suona solo per noi. Dopotutto, siamo Campioni della Cenere, no?”
“Così dice la Guardiana, per lo meno.”
“Forza, smettila di piagnucolare e ravviva quelle braci. È ora di partire.”
“Dammi qualche minuto, bestione. Non ho ancora finito” ribatté Effe, sollevando l’ “Anima Oscura” con un gesto eloquente. Phalanx si mise in piedi e scosse la cenere dal mantello con un paio di manate.
“Come ti pare scribacchino, tanto “sua maestà” non scapperà di certo. Nel frattempo vado a parlare con il vecchio Andre, devo fargli sistemare il mio martello. Fammi un fischio quando sei pronto, d’accordo?”
Mentre Pi si inoltrava a passi lenti nelle viscere del santuario, il suo compagno di viaggio lo guardò allontanarsi, poi intinse di nuovo la penna nel piccolo calamaio. Ora sapeva come continuare.

“Mentre mi accingo ad aprire una delle pagine bianche dell’Anima Oscura e la mia penna incornicia tutto ciò che gli occhi vedono, provo per l’ennesima volta la sensazione sempre taciuta ma che ora sento il bisogno di esternare” scrisse. “Io sto scrivendo un nuovo capitolo di questa storia, ma se le pagine sono bianche…perché ho la sensazione di aver già vissuto tutto questo?”


23 marzo 2023

Annaspo nelle tenebre di una stanza quasi vuota.
È la mia camera da letto, ne sono sicuro.
Eppure quando apro gli occhi è completamente diversa dalla realtà: i muri sono nudi e gelidi, non ci sono mobili, o se ci sono non li vedo perché sono nascosti nel buio.
Il mio letto è addossato a una parete, quello di mio fratello è sparito.
Di fronte a me c’è una sola finestra appena socchiusa. Un fantasma di luna filtra tra gli scuri.
Un brivido mi serpeggia lungo la schiena: c’è qualcuno con me.
A pochi passi dal mio letto, in controluce, una vecchia sedia a dondolo si muove lentamente, rivolta di tre quarti verso la finestra. Il legno scricchiola sul pavimento.
Appoggiata allo schienale c’è una vecchia tutta curva, le dita ossute strette sull’orlo della coperta di lana che le copre le gambe. Impossibile vederla in volto.
Sta ricamando alla luce della luna, con mani raggrinzite ferite dagli aghi. Sul pavimento luccica una chiazza di sangue scuro. E la sedia dondola avanti e indietro, avanti e indietro…
Rimango paralizzato a fissarla.
Avanti e indietro, avanti e indietro…con una lentezza esasperante.
Il ticchettio degli spilli insiste nell’ombra. Il sangue cade una goccia alla volta. Tutto il resto è silenzio.
Ho le lenzuola appiccicate addosso per colpa del sudore.
Non posso muovermi.
Lei si volterà, lo so…tra pochi istanti si volterà e mi vedrà.
Nell’oceano oscuro che mi circonda non vedo via di scampo: non c’è nessuna porta, nessuna luce, nessun modo per fuggire, e ogni volta che provo a gridare, è come se la mia voce volesse rifiutarsi di uscire.
Lo scricchiolio della sedia e il ticchettio degli spilli e lo stillicidio del sangue e il respiro roco della vecchia, quasi impercettibile tra le labbra rugose. Piano, sempre più piano. Si volterà. Lo so.
La sedia lentamente si ferma. Le sue dita non si muovono più. Cala il silenzio.
Ma lei respira ancora, a fatica, come se stesse per morire, ma non muore mai e ogni respiro che a fatica abbandona la sua gola striscia sul pavimento come un orrido verme e si insinua sotto le lenzuola per venirmi a cercare.
Mi sfugge un gemito terrorizzato.
La vedo irrigidire il collo.
Ora sa che ci sono.
Sento lo scricchiolio del suo corpo avvizzito che si contrae nel bagliore della luna.
Poi, all’improvviso, si volta.


5 novembre 2020

I soldati arrivarono che era ancora buio. Entrarono nei sotterranei a passi pesanti, le fiamme delle loro torce squarciarono l’oscurità e proiettarono ombre distorte sui muri impregnati di umidità. I militari passarono fra le celle, picchiando le lance sulle sbarre. Le sette ragazze ateniesi cominciarono a singhiozzare e si strinsero più vicine ai loro compagni. Eirene nascose il volto nell’incavo del collo di Demetrio, Agnes si rifugiò tra le braccia di Erasto. Alexios strinse i pugni e scoprì i denti, mentre Petra e Marina sussurravano una preghiera frettolosa fra le lacrime. Teseo, immobile in un angolo buio della prigione con i capelli sporchi davanti al viso, non si mosse. Non aveva chiuso occhio per tutta la notte. La prova che avrebbe dovuto affrontare di lì a poco era troppo importante per concedersi il lusso di riposare. Aveva sentito il tintinnio delle armature dei soldati fin dal piano superiore del palazzo di Minosse e sapeva che presto sarebbero venuti a prenderli. Erano almeno una dozzina di uomini adulti, armati di scudi tondi, spade e lance di bronzo. I prigionieri erano quattordici, ma la metà di loro erano donne, alcune delle quali così giovani da non aver ancora avuto il loro primo ciclo di luna. Gli altri erano ragazzi forti, decisi, l’orgoglio della gioventù ateniese, ma erano pur sempre disarmati e avevano gli occhi cerchiati dalla mancanza di sonno. Anche volendo, non sarebbero mai riusciti a sopraffare le guardie.
Teseo nascose il gomitolo di lana che aveva tenuto sul palmo fino a quel momento. Sotto le dita, la lana conservava ancora il calore delle mani delicate che l’avevano intrecciata per lui la notte scorsa: la pelle candida simile a quella di una statua di marmo, le unghie rosee come conchiglie levigate dall’Egeo, un anello di ametista intorno all’anulare. Arianna.
Il pensiero di lei gli fece formicolare la pelle della schiena. Forse la sua donna proprio in quel momento stava pregando gli dei per lui, con gli occhi asciutti ma il cuore stretto in una morsa di terrore. Riusciva quasi a vederla, affacciata alla finestra della sua stanza da letto, con accanto una piccola candela, che vegliava sul Labirinto in attesa di vedere il suo uomo andare incontro alla morte. “Uccidilo” gli aveva sussurrato, prendendo le mani di Teseo per nasconderci dentro il gomitolo senza che i soldati se ne accorgessero. Lo aveva baciato per l’ultima volta, con un morso sulle labbra per imprimere su di esse il ricordo delle sue. “Uccidilo e torna da me”. “Te lo prometto” aveva risposto lui, in fretta. Poi lo avevano portato via in catene.
“Alzatevi in piedi, bastardi” ordinò uno degli ufficiali, un veterano con i capelli grigi e le braccia possenti graffiate da un reticolo di cicatrici. “È giunta la vostra ora. Il Re Toro vi attende”.

Attraversarono i cortili in fila indiana, con le catene strette alle caviglie e ai polsi. Gli ordini di Re Minosse erano chiari: ogni anno, per placare la sete del Labirinto gli dei reclamavano il sangue di sette ragazzi e sette ragazze, non uno di meno. Se qualcuno di loro fosse riuscito a scappare e a sottrarsi al sacrificio, l’ira dell’Olimpo si sarebbe rovesciata sulla città fino a farla sprofondare nell’oscurità degli abissi insieme a tutti i suoi abitanti. Il cielo sopra le loro teste era scuro, le ultime stelle galleggiavano nel buio simili a pallidi occhi lontani, e l’aria della notte sulla pelle nuda dei prigionieri era fredda come una lama. Mancavano poche ore all’alba. Teseo alzò lo sguardo verso le finestre dell’ala orientale del palazzo che torreggiava su di loro. Non vide nulla, eppure ne era certo: da qualche parte, la cera di una candela gocciolava piano e le labbra di una donna innamorata mormoravano una preghiera nella penombra.
Lo spintonarono bruscamente in avanti, spingendolo ad aumentare il passo. I suoi piedi grattarono sulla ghiaia. “Muoviti” ringhiò la guardia, “non serve a niente consumarsi gli occhi guardando il cielo, ateniese. Stanotte nessuno vi salverà, nemmeno le suppliche della tua sciocca puttana”. Rise. Teseo affondò le unghie nei palmi delle mani per trattenersi dallo sfondargli la faccia con un pugno. Decise di non rispondere alla provocazione e si rimise in fila a testa china. Doveva pensare a salvare Arianna, tutto il resto non aveva importanza, nemmeno difendere il suo onore dagli insulti.
Salirono lungo una scalinata e il Labirinto apparve davanti a loro all’improvviso. Era una struttura circolare di dimensioni colossali, estesa quasi quanto l’intero palazzo, con i muri così spessi che sarebbe stato impossibile per chiunque riuscire ad abbatterli. Non sembrava nemmeno un edificio, ma un gigantesco serpente di pietra addormentato nell’oscurità, che dava l’impressione di potersi svegliare da un momento all’altro. Le guardie strattonarono i prigionieri di fronte all’arcata d’ingresso che si apriva nella muraglia come una gola immensa. Il passaggio era sbarrato da una grata con sbarre spesse un pollice, ed era impossibile distinguere cosa ci fosse poco più avanti. Quando Teseo e i suoi compagni vi si trovarono di fronte, furono assaliti dal fiato orrido del Labirinto: l’aria era impregnata dall’odore di ossa sbriciolate, carne putrefatta e ruggine.
Minosse li stava aspettando, scortato da una coppia di soldati armati di tutto punto. Il re era in piedi, avvolto in una veste dorata lunga fino a terra. Guardava il Labirinto con gli occhi che brillavano di una luce folle.
“E così, siete qui” disse, senza voltarsi.
“Inchinatevi” intimò l’ufficiale. Subito i suoi sottoposti spinsero in ginocchio i prigionieri. Le loro catene tintinnarono. “Shhhh” sussurrò il sovrano, socchiudendo gli occhi e spalancando le braccia. “Non vorrete rovinare la perfezione di questo momento, vero? Ascoltate.”
Calò il silenzio, rotto soltanto dal crepitio delle torce. Nell’aria intrisa di morte, cominciarono a sentirsi dei rumori, echi raccapriccianti che provenivano dalle viscere stesse del Labirinto. In quell’aria erano sospese migliaia di urla di terrore, clangore di spade ridotte in pezzi, visceri strappati dal corpo e pianti disperati. Chiunque ci fosse all’interno delle alte mura, stava venendo massacrato senza alcuna pietà.


Se siete arrivati fin qui, congratulazioni! Spero con tutto il cuore che questa prima raccolta vi sia piaciuta e vi abbia fatto venire voglia di leggere la prossima. Non dimenticate di farmi sapere la vostra, vi leggo sempre molto volentieri.

Se volete immergervi in altre storie, le trovate qui sotto negli articoli correlati. Vi ricordo anche di inserire il vostro indirizzo e-mail nello spazio sottostante per abbonarvi alla newsletter e rimanere aggiornati su tutte le nuove pubblicazioni.

Infine, vi invito a seguirmi anche sul mio profilo Instagram, perché poverino, l’ho un po’ trascurato.

Grazie a tutti voi per avermi letto, ci vediamo al prossimo articolo!


Scopri di più da The Eagle and Child

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento