Come il primo giorno

Il racconto che segue è ispirato alla visione del film “Il Nibbio” di Alessandro Tonda, uscito nelle sale lo scorso quattro marzo. Ci tengo a precisare che, per quanto sia basato su interviste, articoli ed eventi reali legati alla famiglia Calipari, questo è un racconto di fantasia. Il mio obiettivo è quello di far conoscere ai lettori le figure straordinarie di Nicola Calipari e sua moglie Rosa Maria Villecco, nel pieno rispetto della loro persona e dei dolorosi avvenimenti che li hanno coinvolti.


A Filippo e Silvia
A Rosa e Nicola

Il nibbio sorvola l’immenso promontorio in un frullare d’ali spiegate, il vento dei primi giorni di marzo tra le penne brune. Sotto di lui le forre dell’Aspromonte, una selvaggia distesa di boscaglie e rocce e fiumare e borghi annidati fra ripidi contrafforti. Più a valle invece, oltre i terrazzi, al di là dei pascoli e degli agrumeti, le scaglie blu intenso dello Ionio. Il rapace fa saettare lo sguardo tra le pieghe dei crepacci in cerca di una preda, ma non la trova. Allora si inclina per catturare una corrente e risale con uno stridio che riecheggia tra i cirri, perdendosi nel cielo turchese. Rosa Maria, decine di metri più in basso, lo guarda allontanarsi con un velo di malinconia negli occhi scuri. “Chissà”, si chiede, “chissà se anche tu sei lassù, amore mio”.

La donna è seduta in mezzo a un prato punteggiato di viole selvatiche. L’erba umida le ha macchiato la gonna, ma non le interessa. Superata una certa età ci si accorge che esistono problemi ben più gravi di un vestito gualcito. Socchiude le palpebre ai raggi di un sole ormai primaverile, ne sente il tepore sulle gote, lieve come quelle carezze che il suo Nicola le depositava sul viso ogni volta che tornava a casa a notte fonda, e che lei, rimasta sulla poltrona ad aspettarlo, accoglieva con un sorriso stanco. “Quanto sei bella?” chiedeva lui nella penombra del salotto, con quel romanticismo da ragazzino che nemmeno tutti quegli anni di matrimonio erano riusciti a scalfire. Allora Rosa si alzava e gli sfiorava le labbra con le sue. Quella tenerezza era solo uno dei tanti motivi per cui si era innamorata di lui.

Si erano incontrati a casa di amici il quattro marzo del 1983, esattamente quarantadue anni prima. Rosa lo aveva osservato con curiosità per tutta la cena, cercando di non farsi notare troppo. I modi di quel giovane ufficiale l’avevano colpita molto. Pur essendo un polizotto, non aveva nulla dell’atteggiamento di superiorità tipico dei suoi colleghi. Anzi, era un uomo garbato, brillante, sempre pronto a sfoderare qualche battuta al momento giusto, ma anche umile, dimesso. Essere al centro dell’attenzione lo metteva a disagio, piuttosto preferiva farsi da parte e rimanere ad ascoltare quello che dicevano gli altri commensali. Dall’intensità del suo sguardo si capiva subito che dentro a quel petto si agitava un entusiasmo per la bellezza della vita tutt’altro che comune. Prima ancora di arrivare al dessert, Rosa seppe di essersi innamorata di lui. Si erano sposati poco più tardi, dopo che Nicola aveva lasciato la sua precedente fidanzata, e la loro nuova vita insieme era stata un fiume in piena. La carriera di suo marito si era fatta sempre più promettente: grazie alle sue capacità, Nicola aveva scalato i ranghi della polizia e si era distinto per la sua grande umanità e il suo impegno nella lotta alla droga e al traffico di armi. Nel frattempo, Dio li aveva benedetti con il dono di due splendidi figli: Silvia e Filippo.

Rosa rallenta il flusso dei ricordi e si volta. Poco più su rispetto a dove è seduta lei, Silvia è impegnata a immortalare il paesaggio con la macchina fotografica. Il sole risplende sul suo viso di ragazza e il vento leggero che soffia sull’altopiano le fa ondeggiare i lunghi riccioli. Filippo invece è disperso chissà dove, probabilmente sta esplorando il folto di qualche bosco nei dintorni, immaginando di vivere chissà quale avventura. Rosa si sofferma a osservare sua figlia: la fame con cui divora ogni cosa su cui posa le pupille, le dita febbrili che non smettono di scattare fotografie, l’espressione di meraviglia dipinta sul volto quando scopre nuove forme nelle nuvole. “Guardala. Ama questa terra tanto quanto la amavi tu”, mormora.

Nonostante la ‘ndrangheta e i sequestri di persona, l’Aspromonte era stato il posto preferito del suo Nicola per tanti anni. Era entrato a far parte degli scout nel 1965, appena dodicenne, e quello che aveva imparato grazie a loro si era scolpito nella sua anima per tutta la vita. “Estote parati” era il loro motto, “siate pronti”. Pronti a darvi da fare, a lottare per la giustizia, a sacrificarvi per gli altri. Anche dopo aver lasciato il movimento, suo marito era tornato su quelle montagne decine di volte, prima insieme a lei soltanto, e poi con tutta la famiglia. Voleva che la sua sposa e i suoi figli ascoltassero le loro grida riecheggiare tra le rupi come faceva lui, voleva che si riempissero le narici con l’odore pungente del mirto e quello dolciastro della ginestra, che si addormentassero sullo stesso suolo, all’ombra degli stessi faggi e degli abeti sotto cui si era addormentato lui. Nicola aveva capito che per imparare a essere creature non c’è modo migliore che perdersi nel creato.

“A cosa pensi?”
Rosa si riscuote. Non l’ha sentita né vista avvicinarsi. Silvia rinfodera la fotocamera nello zaino e le si siede accanto.
“Scusa tesoro, oggi ho un po’ la testa tra le nuvole.”
“Beh, lo capisco. È un giorno importante.”
“Sì…sì, lo è.”
“Era qui che venivate sempre, tu e lui?”
“Non solo qui. Anche. Sai, tuo padre mi ha portata un po’ dappertutto. Amava queste montagne.”
Cala il silenzio. Tra i ciuffi di erba luccicante di sole si sente il ronzio di qualche insetto. Silvia raccoglie con delicatezza una viola che si è staccata dal suo stelo. La tiene nel palmo per guardarla più da vicino.
“Era da molto che non ci portavi” dice alla fine. C’è una lieve punta d’accusa nella sua voce.
“Tesoro, siamo venuti qui anche l’anno scorso, e tutti gli anni prima ancora…”
“Io vorrei venirci più spesso. È bello stare qui.”
“Lo so che è bello, Silvia. Ma state crescendo, gli impegni sono tanti e il tempo da passare insieme è sempre meno…”
“Papà ci avrebbe portato” la punzecchia la figlia.
Rosa sorride con amarezza, incassando il colpo. “Già…immagino di sì.”
Di nuovo silenzio.
È la voce di Silvia a interromperlo. “Ti manca ancora tanto?”
“Come il primo giorno, tesoro. Come il primo giorno.”

Dopo la militanza come capo scout negli AGESCI, Nicola si era laureato in Giurisprudenza per poi entrare in Polizia. Vent’anni di onorato servizio più tardi, nell’agosto del 2002, gli era stato offerto un posto come capo dipartimento della 2^ Divisione del SISMI, il Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare. Scout, poliziotto e infine agente segreto, un curriculum di cui Rosa era più che fiera, e che non lasciava dubbi sull’importanza vitale degli ideali per cui suo marito combatteva. Certo, conciliare il suo lavoro di spionaggio con la vita familiare era difficile. Dato che lui non ne parlava volentieri, Rosa sapeva poco o nulla di quello che faceva realmente, ma la sabbia che trovava nelle tasche della sua giacca dopo ogni rientro in patria lasciava ben pochi dubbi sulla natura delle sue missioni. Nonostante fosse in Iraq sempre più spesso, Nicola faceva di tutto per rassicurarli e far sentire la sua presenza. Era un uomo che si spendeva anima e corpo in qualunque ambito della vita: che si trattasse di mediare con i terroristi o mettersi avanti con le scartoffie da compilare pur di avere una serata libera da passare in famiglia, non faceva alcuna differenza. “Eccolo lì”, pensa Rosa, persa di nuovo nel flusso dei ricordi, “un altro dei motivi per cui ti amo così tanto”. Nicola non si scordava mai di loro. Poteva essere in qualunque città dall’altra parte del Mediterraneo a rischiare la sua stessa vita per il rilascio di un ostaggio, ma ogni volta che aveva un momento libero ne approfittava per chiamarli: voleva sentire le loro voci, sapere le ultime novità, festeggiare i compleanni. Era il suo modo per dire alla sua famiglia: “Sono lì con voi. Tra poco torno, promesso”.

Quella promessa l’aveva sempre mantenuta, ogni singola volta. Stremato e abbattuto, era tornato a riabbracciare Silvia e Filippo dopo il tentativo, purtroppo fallimentare, di salvare Enzo Baldoni e Fabrizio Quattrocchi. Era tornato a dire a Rosa quanto era bella, stavolta vittorioso, dopo il salvataggio di Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio; e persino dopo quello di Simona Torretta e Simona Pari, riportate sane a salve in patria dopo venti giorni di prigionia. Suo marito era sempre tornato a casa, esattamente come diceva che avrebbe fatto al telefono. Fino a quel quattro marzo del 2005, il giorno in cui infranse la sua promessa per salvare la vita di una donna.

“Mamma?”
“Oh, eccoti! Dov’eri finito?”
“Ho fatto un giro nel bosco.”
Filippo si lascia cadere sull’erba accanto alla madre. Ha le scarpe sporche e qualche ago di pino tra i capelli. Nonostante sia solo un bambino, la sua somiglianza con il padre è già molto evidente. Rosa gli accarezza il viso, gli sistema la maglietta gualcita e i capelli spettinati.
“Ti sei divertito, tesoro?”
“Molto! C’erano degli alberi grandi così! E secondo me ho visto anche una volpe!”
“Addirittura una volpe? Sei stato bravissimo amore, non è facile vederne una.”
Il piccolo le si fa più vicino per confidarle un segreto all’orecchio.
“Poi ho sentito la voce di papà” sussurra.
Rosa sente un piccolo calore accendersi nel petto.
“Cosa ti ha detto?”
“Voleva farmi gli auguri di compleanno. Ha detto anche che gli dispiace molto non essere qui con noi, ma che non dobbiamo preoccuparci, perché tornerà presto.”
Rosa non dice nulla, si limita a stringere il figlio ancora più forte. Vorrebbe essere come lui, poter sentire la voce di Nicola ogni volta che chiude gli occhi, avere la sua stessa ferrea convinzione che domani o il giorno successivo, la porta di casa si aprirà e suo marito comparirà sulla soglia con un sorriso sotto i baffi e un regalo per ciascuno sottobraccio. Ma il mondo dei grandi è troppo distante da quello dei piccoli per concedersi l’illusione di credere che chi è stato ucciso possa fare ritorno. Sente un velo di pianto appannarle le pupille.
“Mamma, tu ci credi, non è vero?”
Rosa, suo malgrado, sorride. Non vuole che il figlio la veda piangere, ma la voce le si incrina.
“Certo, tesoro mio. Certo che ci credo.”

Il suo Nicola era stato incaricato dal SISMI di gestire le trattative per il rilascio di Giuliana Sgrena, una giornalista rapita a Baghdad da un gruppo armato jihadista. Come ogni volta, suo marito si era speso con tutto il suo essere pur di riuscire a salvare la donna e aveva intrattenuto lunghissime trattative con gli iracheni per trovare un terreno comune su cui muoversi. Nicola era molto bravo ad accogliere le richieste altrui e a capire i bisogni della controparte, perciò, non senza difficoltà, era riuscito a trovare un compromesso. Giuliana era stata liberata il quattro marzo del 2005, dopo aver trascorso un mese intero rinchiusa in una stanza senza alcuna possibilità di contattare il mondo esterno. Ma quello che sembrava ormai un successo garantito aveva richiesto il prezzo più alto di tutti: la vita di suo marito. Sulla via del ritorno, a meno di un chilometro dall’aeroporto di Baghdad, da cui Giuliana sarebbe stata riportata in patria, li aspettava un checkpoint americano. I soldati, vedendo avvicinarsi la loro auto, hanno aperto il fuoco.

Rosa chiude gli occhi, il labbro le trema. Quel ricordo, anche se le è stato solo raccontato, non smetterà mai di dilaniarla.
Il fascio di luce abbagliante.
Centinaia di proiettili di mitragliatrice, sparati senza alcun motivo apparente.
La carrozzeria crivellata dell’auto, i fori fumanti nei sedili.
L’urlo di dolore di Andrea, l’autista dei carabinieri che viaggiava con loro, amico di suo marito.
E Nicola che si getta su Giuliana per farle scudo con il proprio corpo.
Perché lui era così, era un soldato e uno scout: sempre dalla parte degli indifesi, sempre pronto a dare la sua vita per salvare quella degli altri.
“Estote parati”.
Non si tratta di essere un eroe. Rosa non ha mai creduto in quella parola e sa perfettamente che nemmeno il suo Nicola, che faceva di tutto per rimanere in secondo piano ed evitare le luci della ribalta, ci credeva. Non è eroismo. È umanità. È credere che la vita degli altri sia più sacra della propria.

Un fruscio di passi sull’erba la distrae. Rosa sa già di chi si tratta, perché stava aspettando proprio lei, come ogni anno. La nuova arrivata le sorride con gli occhi. Ha dieci anni in meno, ma ogni volta che si incontrano, per la donna che Nicola ha salvato, il tempo sembra non essere passato. Rosa si alza e le va incontro, le due donne si stringono le mani con affetto, si abbracciano. Si sono dette molte cose in tutti quegli anni, ormai si capiscono senza bisogno di parole. Si siedono, lo sguardo rivolto verso le terrazze sottostanti che digradano fino alle falesie a picco sul mare. L’aria profuma di resina e viole in fiore. Il sole è alto sui prati.
“Questo posto non smetterà mai di farmi battere il cuore. È quasi meglio del mio Piemonte. Se credessi nel paradiso, forse lo immaginerei così.”
“Già. Nicola ci credeva e per lui lo era.”
“Come stai, Rosa?”
“Più persa nei ricordi del solito, Giuliana. Sai, ho visto anche i miei figli, stavolta. Ci ho persino parlato. Erano entrambi ancora ragazzi…è stato bello ricordarli così, come vent’anni fa. Sai, a volte davvero mi sembra che da quel primo giorno il tempo abbia smesso di scorrere.”
Giuliana annuisce.
“Non dirlo ai giornalisti, o penseranno che sei diventata pazza.”
Rosa si illumina, ride.
“Forse è per questo che mi piace così tanto venire qui ogni anno. Perché possiamo ricordare Nicola senza fare grandi discorsi, senza cerimonie pompose e soprattutto senza giornalisti. Nel posto che amava più di ogni altro, lontano dal caos e dai riflettori, ci siamo solo noi e le montagne.”
“Stavolta no, Rosa. Guarda, oggi c’è anche lui.”
Incuriosita, Rosa Maria segue la direzione indicata dal dito di Giuliana. Un velo di malinconia le adombra gli occhi scuri, ma non può fare a meno di sorridere stavolta.
In alto, magnifico sopra l’Aspromonte, un nibbio.


Se siete arrivati fin qui, congratulazioni! Spero con tutto il cuore che questa storia vi sia piaciuta, e che magari vi sia venuta anche un po’ voglia di approfondire la figura di Nicola Calipari, a mio parere ancora troppo poco raccontata. Non dimenticate di farmi sapere la vostra, vi leggo sempre molto volentieri.

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Grazie a tutti voi per avermi letto, ci vediamo al prossimo articolo!


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