L’oscura meraviglia di Nosferatu

“Professor, my dreams grow darker. Does evil come from within us, or from beyond?” (Ellen Hutter)

Come raccontano le innumerevoli storie che li riguardano, i vampiri non muoiono mai. Per quante trecce d’aglio vengano inchiodate su porte e finestre, per quanti paletti di frassino li trafiggano, per quante albe li sorprendano chini sul collo di giovani donne addormentate, i principi della notte, imperterriti, continuano a tornare, riesumati da ogni genere di narratori. Anno dopo anno si alzano dai loro sepolcri e infestano le notti dell’umanità, pronti a inorridire e affascinare spettatori e lettori con il racconto della loro tenebrosa leggenda ancora una volta. Io stesso, da grande appassionato del genere horror, amo i vampiri da quando ho letto Bram Stoker alle superiori, motivo per cui, non appena ho saputo che Robert Eggers avrebbe girato il remake di Nosferatu, ho cominciato a desiderare ardentemente che gli artigli del Conte Orlok mi trascinassero in sala il prima possibile. Quello che ho visto mi ha lasciato a bocca aperta.

Oggi vorrei raccontarvelo prendendomi tutto il tempo che servirà, senza tralasciare nulla e partendo, come siete ormai abituati, dall’inizio.

ATTENZIONE
Data la natura analitica di questo articolo, sappiate che ci saranno spoiler su tutto il contenuto del film (per quanto la sua storia sia più che conosciuta). Se ancora non lo avete fatto dunque, vi consiglio di correre in sala a vederlo prima di proseguire la lettura.

Voialtri invece, mettetevi comodi, armatevi di crocefisso e preparatevi a un lungo viaggio nell’oscura meraviglia di Nosferatu.

“Come to me.”

“Blood is life!” – Le origini dell’ombra

“Listen to them. The children of the night. What sweet music they make!”
(Dracula, Bram Stoker)

Sono passati 103 anni da quando l’ombra di un vampiro è comparsa sullo schermo di una sala cinematografica per la prima volta, e più di 200 da quando ha preso vita tra le pagine di un libro. Era il 1819 e John Polidori, medico e amico personale di Lord Byron, terrorizzava i suoi lettori con un racconto breve intitolato The Vampyre, incentrato sul personaggio di Lord Ruthven, primissima incarnazione letteraria della figura del vampiro, fino a quel momento relegata ai bestiari medievali e ai racconti orali del folklore mitteleuropeo. Seguendo la scia di sangue e inchiostro lasciata da Polidori, nel 1897 Bram Stoker scrive quello che passerà alla storia come il romanzo epistolare gotico per eccellenza, Dracula, che consacra il vampiro come uno degli archetipi più tenebrosi e affascinanti di tutti i tempi.

A raccogliere l’eredità dello scrittore irlandese, venticinque anni dopo, sarà il regista Friedrich Wilhelm Murnau, che, nonostante i limiti imposti dai diritti d’autore, grazie al suo genio visionario e all’espediente di cambiare i nomi di luoghi e personaggi, riuscirà nella difficile impresa di trasporre su pellicola la materia del romanzo originale e darà vita alla sua opera più celebre: Nosferatu, eine Symphonie des Grauens (1922), considerato all’unanimità il vertice assoluto dell’espressionismo tedesco, nonché il primo film di vampiri della storia. Nonostante le accortezze, Murnau verrà comunque denunciato dagli eredi di Stoker per violazione dei diritti d’autore e sarà costretto a distruggere quasi tutte le copie del suo capolavoro. Tuttavia, la leggenda del Conte Orlok, interpretato da Max Schreck, sopravviverà alle fiamme e verrà tramandata per decenni, soprattutto in America. Il regista statunitense Tod Browing lo riporterà al cinema in una veste più aristocratica con Dracula (1931), avvalendosi della performance leggendaria di Bela Lugosi nei panni del vampiro, mentre il bavarese Werner Herzog, altro celebre cineasta irretito dal fascino del succhiasangue, girerà un remake del film di Murnau con il titolo di Nosferatu: Phantom der Nacht (1979).

Dagli anni ottanta in poi, l’influenza del vampiro è dilagata come una pestilenza, riempiendo l’immaginario collettivo sotto forma di numerose opere di qualità altalenante. Nel 1992 esce Bram Stoker’s Dracula, diretto dall’immenso Francis Ford Coppola, con Gary Oldman nel ruolo del Conte, mentre nel 1994 Neil Jordan porta in sala Interview with the Vampire, tratto dal romanzo di Anne Rice, con Tom Cruise e Brad Pitt. Tra il 2008 e il 2012, invece, le sale cinematografiche sono funestate dalla piaga di The Twilight Saga, tratta dai romanzi di Stephanie Meyer, che riduce una delle leggende più affascinanti del genere umano a una storiella d’amore teen-trash che mi vergogno anche solo a menzionare. Questa lunga scia di sangue e tenebre, di cui ho citato soltanto alcune tra le opere più note, vede la sua conclusione (momentanea) con la recente uscita nelle sale di Nosferatu, ultima fatica del regista Robert Eggers, che reinterpreta in chiave moderna le precedenti versioni del ‘22 e del ‘79.

La silhouette più iconica nella storia dell’horror

“Naked and insane” – Lo stile di Robert Eggers

“I have a primal narrative that comes out. It’s not something that’s designed, it just sort of happens. Everyone likes to die naked and insane…! I’m interested in folklore, mythology, fairytales, and archetypal stories.”
(The Allure of the Macabre – Robert Eggers talks “Nosferatu”)

Per chi non dovesse conoscerlo, Eggers è a mio parere uno dei migliori cineasti dell’orrore degli ultimi tempi. Ha esordito nel 2015 con lo splendido quanto disturbante The Witch, che racconta la storia di una famiglia puritana del 1630 i cui membri sono costretti a fare i conti con la presenza maligna di una strega, per poi proseguire la sua carriera con The Lighthouse (2019) e The Northman (2022), il primo ispirato ai racconti di Poe, Coleridge e Lovecraft, e il secondo alla Gesta Danorum e ai miti dei vichinghi. La materia orrorifica non gli è dunque estranea, anzi. Nonostante le sue poche produzioni, Eggers ha già dimostrato ampiamente di saper raccontare l’orrore e gli effetti che ha sull’animo umano in modo non convenzionale, lontano dai meccanismi triti e ritriti e dalle trame annacquate di cui questo genere soffre da anni. Le storie che racconta hanno il sapore della superstizione, come quelle vecchie leggende raccontate a mezza voce intorno al fuoco di un villaggio, affondano le loro radici nel folklore pagano e si nutrono di una paura atavica, che punta a insinuarsi sottopelle e ad annidarsi da qualche parte dentro lo spettatore piuttosto che a farlo saltare dalla sedia a ogni piè sospinto.

Inoltre, la sua ossessione per i vampiri, in particolare per il Nosferatu di Murnau, risale agli anni della sua infanzia.

“I was maybe 9 when I first saw it [Murnau’s Nosferatu], and it was very much Max Schreck’s performance, and the haunting atmosphere of the film, and how it distills the Dracula story into a simple fairy tale [that made an impression on me]. The VHS version I watched over and over was probably made from a crappy 16mm print, so you couldn’t see [Schreck’s] bald cap and greasepaint — he became a real vampire.”
(Director Robert Eggers on Nosferatu)

La pellicola gli piacerà così tanto che il giovane Eggers interpreterà persino la parte del vampiro durante una recita scolastica qualche anno dopo. Alla luce di queste premesse dunque, quale regista migliore di lui, per riportare in vita il mito del conte Orlok ancora una volta?

Anya Taylor-Joy nei panni di Thomasin, la protagonista di The Witch

“Beware his shadow!” – La solita vecchia leggenda

“Come to me. Come to me. A guardian angel. A spirit of comfort. Spirit of any celestial sphere. Anything. Hear my call.” (Ellen Hutter)

Dopo secoli di trasposizioni, l’intreccio narrativo su cui si basa la leggenda di Nosferatu non dovrebbe essere un mistero per nessuno, tuttavia, per amor di completezza, mi prendo qualche riga per riassumerlo.

La nostra storia comincia con una fanciulla, Ellen (Lily-Rose Depp), tormentata da un’ombra che le fa visita in sogno tutte le notti. Diversi anni dopo, nel 1838, Ellen sposa l’agente immobiliare Thomas Hutter (Nicholas Hoult) e i due innamorati vanno a vivere nella città di Wisborg, in Germania. Il signor Knock (Simon McBurney), capo dell’agenzia per cui Thomas lavora, propone al giovane di recarsi in Transilvania per concludere un importante affare con il misterioso Conte Orlok (Bill Skarsgård), interessato ad acquistare una proprietà proprio a Wisborg. Attratto dalla possibilità di un guadagno che potrebbe sistemare lui e sua moglie una volta per tutte, Thomas decide di partire, nonostante gli oscuri presentimenti di Ellen che lo implora di rimanere con lei.

Una volta arrivato al castello del Conte nel cuore dei Carpazi, Thomas scopre che la vera natura del suo cliente è molto più tenebrosa di quello che si aspettava: egli infatti si rivela essere un mostro assetato di sangue, che nutre una morbosa ossessione per Ellen. Nel frattempo, la donna sviluppa una connessione psichica con la creatura, divenendone ben presto ossessionata e riconoscendo in lui quella stessa ombra che la tormentava negli anni della sua adolescenza. Mentre Thomas tenta di fuggire dal castello, il Conte si reca in Germania a bordo di una nave per prendere possesso della sua nuova tenuta e avvicinarsi all’oggetto del suo desiderio.

Al suo arrivo, Wisborg viene sconvolta da un’epidemia di peste che comincia a decimare la popolazione. Thomas ritorna e insieme all’amico Friedrich Harding (Aaron Taylor-Johnson), il dottor Wilhelm Sievers (Ralph Ineson) e il professor Von Franz (Willem Dafoe), cerca un modo per sconfiggere il vampiro prima che sia troppo tardi. Ellen, comprendendo che solo lei può rompere la maledizione, si sacrifica consegnandosi alla brama di Orlok fino all’alba, quando la luce del sole che sorge lo distrugge una volta per tutte.

Niente di nuovo sotto il pallido plenilunio, dunque. La trama è quella di sempre, con alcune variazioni che tratterò più avanti, e i nomi di luoghi e personaggi, differenti rispetto al romanzo di Stoker, ricalcano quelli utilizzati nel film del 1922. Nonostante i numerosi riferimenti alle opere di Murnau, Herzog e soci, credo che uno dei più grandi meriti di Eggers sia la capacità di sapersi muovere in quel delicato equilibrio tra il rispetto per i registi che hanno reso celebre il Nosferatu in passato e il coraggio di imprimere alla pellicola la sua visione personale. Non trattandosi di un’opera originale, non puoi non citare chi ha amato e raccontato una storia così famosa molto prima che la raccontassi tu. Allo stesso tempo però, questo Nosferatu è innegabilmente una creatura di Eggers, figlia della sua visione creativa e del suo stile inconfondibile.

“Did not you think of me in that castle?”

“An eternity of darkness” – Il palcoscenico delle tenebre

“It was our wedding, yet not in chapel walls. The scent of the lilacs was strong in the rain… and when I reached the altar, you weren’t there… Standing before me, all in black… was… Death. But I was so happy, so very happy.” (Ellen Hutter)

Come ogni opera del regista newyorkese che si rispetti, il “come” racconta è quasi più importante del “cosa”. In questo film è particolarmente evidente che il suo intento fosse quello di immergere lo spettatore in un’atmosfera gotica e opprimente, costringerlo a fare i conti con tematiche non facili da digerire e non lasciarlo andare fino ai titoli di coda. La messa in scena è sontuosa, la regia impeccabile, così come i costumi e la fotografia, affidata allo sguardo sapiente di Jarin Blaschke. A tratti sembra di avere davanti agli occhi i quadri del romantico Friedrich, o dell’espressionista Füssli. Inquadrature di una simmetria perfetta si susseguono una dopo l’altra, legate tra loro da movimenti di macchina studiati ad arte per essere lenti e mai caotici. Allo stesso tempo però, i tagli di montaggio di alcune sequenze ricordano i sogni febbrili: i personaggi sembrano teletrasportarsi all’interno della scena, realtà e incubo si mischiano, il tempo si distorce e i giorni si riducono a brevi parentesi fra notti che sembrano non finire mai.

Nosferatu è un sordido palcoscenico di chiaroscuri, in cui le ombre sono parte integrante della scenografia. Le tenebre prendono forma e sostanza, il buio dilaga dappertutto e le poche luci non fanno altro che rendere tutto ancora più tetro. A livello cromatico dominano i contrasti tra i toni freddi e cerulei della luce lunare e i toni caldi di fiaccole e lanterne, e a mano a mano che ci addentriamo nelle sue viscere, l’intera pellicola sembra svuotarsi di ogni colore, come un corpo a cui viene risucchiata progressivamente la linfa vitale.

Anche sul fronte sonoro Nosferatu tocca vette altissime. La official soundtrack orchestrata dal compositore Robin Carolan avvolge ogni scena esaltandone la tensione narrativa con melodie dissonanti e oppressive. La musica striscia come una serpe per tutta la durata della pellicola, trascinando lo spettatore giù nelle tenebre per poi riportarlo violentemente alla luce in uno dei finali più potenti che abbia mai visto.

Oltre che di musica però, l’horror di Robert Eggers vive di suoni ambientali. Il martellare degli zoccoli dei cavalli che trainano una carrozza, il frastuono della pioggia sul ponte della nave, il sibilo del vento sincronizzato con il respiro del Conte, lo schiocco dei suoi morsi…tutto contribuisce a creare un tappeto sonoro macabro e immersivo, che tormenta i sensi degli spettatori e rende ancora più stranianti i momenti di silenzio di cui tutta la pellicola è costellata.

“You will obey this, my counsel.”

“Putrid, rotting corpses” – Il vampiro

“I am an appetite. Nothing more. O’er centuries, a loathsome beast, I lay within the darkest pit. ‘Til you did wake me, enchantress, and stir me from my grave.” (Count Orlok)

Un capitolo a parte di questa mia analisi lo merita senza dubbio il villain della storia, il Conte Orlok. Ispirato alla figura del leggendario Vlad III Drăculea, detto “l’Impalatore”, e interpretato da un Bill Skarsgård irriconoscibile, il vampiro di Eggers è in netta controtendenza con la sua rappresentazione più classica. Dimenticatevi l’elegante dandy hollywoodiano vestito in abiti da sera, con i canini aguzzi e i modi melliflui del seduttore: qui si gioca ben altro campionato.

“I went back to folklore that was written by people who believed vampires actually existed. And these early folk vampires from Baltic and Slavic areas were usually putrid, rotting, maggot-covered corpses, not a suave guy in a dinner jacket. I knew that if I could understand what a dead Transylvanian nobleman would look like and make him this masculine, phallic, demonic figure, I could have a vampire that might actually be scary and not sparkling.” (Robert Eggers on what makes his Nosferatu different)

Come dice lui stesso, il suo è lo strigoi delle leggende slave: un mostro abominevole, istintivo e animalesco simile a uno zombie, vestito con un mantello di pelliccia e stivali dai tacchi metallici, come prevedeva la moda dei nobili transilvani dell’epoca. Ha la pelle putrefatta, la voce rauca e i polmoni rinsecchiti dal passare dei secoli, motivo per cui il suo respiro è lento e strozzato. Non gli servono canini appuntiti, perché lui morde come una belva, conficca i denti nel cuore della vittima e ne prosciuga avidamente il sangue finché la sua brama non viene saziata.

Eggers sa bene che l’orrore si muove lentamente e che la paura, quella viscerale, nasce dall’ignoto. Ecco perché lavora per sottrazione: per gran parte della pellicola, Nosferatu non è altro che un’ombra, una sagoma proiettata sulle tende dal chiarore lunare, una voce che riecheggia in un tenebroso salone, una mano dalle unghie adunche stesa sulla città. Il suo vampiro non viene quasi mai svelato nella sua interezza, ma da spettatore hai la sensazione che sia sempre lì, in agguato nel punto cieco dell’inquadratura, pronto a saltarti alla gola nell’istante in cui abbasserai la guardia.

“The undead plague carrier… the Vampyr… Nosferatu!”

“Dreams grow darker” – Narrativamente parlando

“I shall persist to join you every night, first in sleep, then in your arms. Everything will be mixed with abomination, and you’ll be knee-deep in blood. Everyone will cry. There will be none to bury the dead.” (Ellen Hutter)

Gran parte del fascino immutabile dei vampiri deriva dalla pluralità di argomenti che viene sviscerata dal loro mito. Raccontare l’orrore, quando viene fatto come si deve, è il modo migliore per sondare le profondità più nascoste dell’animo umano, far emergere contraddizioni e paure e permetterci di confrontarci con la tematica universale del male. Il Nosferatu di Eggers non fa eccezione. Affronta temi numerosi e complessi (come il rapporto tra scienza e superstizione, l’inclinazione alla malvagità, la tossicità nelle relazioni, la depressione e molti altri) la cui analisi, purtroppo, non può trovare molto spazio nelle ultime righe di questa lunga monografia. Tuttavia, c’è un aspetto che mi sembra importante sottolineare prima del gran finale: la centralità della figura femminile.

Il regista, come già aveva fatto in The Witch con la giovane Thomasin, sceglie di concentrarsi prima di tutto sul personaggio di Ellen, mettendo la donna al centro di una narrazione che nell’opera di Stoker aveva visto protagonisti principalmente gli uomini. Ellen è colei che da ragazza richiama il Conte durante le lunghe notti solitarie, alla ricerca di una tenerezza che probabilmente gli era stata negata dal padre, e che anni dopo troverà tra le braccia di Thomas. Dopo la partenza del marito per i Carpazi tuttavia, il senso di abbandono della giovane cresce sempre di più e la presenza di Nosferatu ritorna a tormentarla con violenza ancora maggiore.

“In “Dracula,” the book by Bram Stoker, the vampire is coming to England, seemingly, for world domination. Lucy and Mina are just convenient throats that happen to be around. But in this “Nosferatu,” he’s coming for Ellen.”
(Dream of Death: Robert Eggers on “Nosferatu”)

Quando i deliri notturni di Ellen si intensificano, i dottori decidono di legarla al letto, costringerla a indossare un corsetto e drogarla con l’etere per “guarirla dalla malinconia”. La moglie di Thomas non è dunque vittima di un mostro, ma di un intero sistema non meno abominevole, una società repressiva e maschilista, in cui il desiderio sessuale femminile viene condannato e punito. Ellen, vera protagonista della vicenda, riuscirà a liberarsi da tutto questo soltanto abbracciando volontariamente la morte. In uno dei dialoghi più significativi, il professor Von Franz (alias Van Helsing), unico personaggio a voler restituire alla giovane sposa la libertà e la dignità che merita, la definisce una “sacerdotessa di Iside dei tempi antichi”, sottolineando il suo ruolo ultraterreno di salvatrice dell’umanità stessa.

“In heathen times you might have been a Great Priestess of Isis. Yet, in this strange and modern world your purpose is of greater worth.”

“Blinded by the light” – Il gran finale

“I have seen things in this world that would make Isaac Newton crawl back into his mother’s womb! We are not so enlightened as we are blinded by the gaseous light of science. I have wrestled with the Devil as Jacob wrestled the Angel in Penuel, and I tell you that if we are to tame darkness, we must first face that it exists!”
(Professor Albin Eberhart von Franz)

Come promesso, eccoci al gran finale. Credo che quello a cui Eggers ci mette davanti sia uno dei migliori di sempre, perlomeno all’interno del genere horror. Se avete visto il film sapete bene di cosa sto parlando.

All’alba manca poco. I primi raggi di luce, mai visti in quei 140 minuti di fredda tenebra, sfiorano i tetti di Wisborg. Thomas Hutter corre per le strade deserte, cercando di arrivare a casa prima che sorga il sole: è disperato, ha scoperto che la donna che ama si è consegnata di sua spontanea volontà all’abbraccio mortifero del Conte Orlok e vuole salvarla con tutto sé stesso. Ma ormai è troppo tardi…e lo spettatore lo sa.

Lo sa, perché nel frattempo, nella camera di Ellen, si è consumato un orrendo sacrificio. Eros e Thanatos hanno danzato per tutta la notte sulle note struggenti di un violino, come se fosse un tenero incontro fra due innamorati e non un tragico e rivoltante amplesso tra una donna e un mostro. Ellen, spogliata dei suoi abiti sponsali, giace nuda sotto il corpo gonfio di sangue del Conte, chino su di lei con le fauci grondanti conficcate nel suo cuore. “Ancora…” mormora la donna, con le ultime forze che le rimangono, “ancora…”. In quel preciso momento, suo marito irrompe nella stanza e il sole dilaga in tutto il suo splendore. Il vampiro si solleva dal suo pasto e urla di dolore, consapevole che la sua esistenza, fino a quel momento eterna, si sta sbriciolando. Le ombre si dissolvono e per la prima volta lo vediamo in piena luce: un orrido cadavere, nudo e glabro, con il volto coperto di sangue e gli occhi bruciati dal sole. Il film si compie. L’ultima immagine che rimane impressa nella retina è un quadro di una bellezza orrenda: Ellen e Orlok, lei fredda e immobile e lui ormai ridotto a uno scheletro, stesi uno sull’altro su un letto intriso di sangue che sembra un altare sacrificale.

Credo che uno dei messaggi più importanti di questo film sia proprio qui, alla fine: per sconfiggere la notte serve l’alba, come è sempre stato dall’inizio dei tempi, da Bram Stoker a Robert Eggers. Ritengo che questa sia una grande lezione per tutti coloro che ancora oggi accusano le opere di un certo tipo di istigare a chissà quale violenza o malvagità. Accendere una luce sul male non lo alimenta, mai. Al contrario, lo fa arretrare. Raccontare storie di paura ci permette di guardare quella paura in faccia, dargli un nome e quindi esorcizzarla, cosa che l’umanità tenta di fare da sempre.

Per questo noi esseri umani abbiamo bisogno dell’horror: perché se ne nessuno trovasse il coraggio di raccontarci il male, non sapremmo neanche riconoscere il bene.

“Succumb to the darkness”

Se siete arrivati fin qui, congratulazioni! Spero con tutto il cuore che questo viaggio tenebroso, per quanto più lungo del solito, vi sia piaciuto. Non dimenticate di farmi sapere la vostra, vi leggo sempre molto volentieri.

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