L’ultima cosa che ricordo di avere visto con chiarezza sono le fiamme. Ruggivano intorno a me, mangiavano pareti e pavimenti spargendo ovunque ondate di calore insopportabile. Niente poteva fermarle. Il sapore acre del fumo mi impastava il respiro, lo sentivo sulla lingua, in fondo alla gola, fin dentro i polmoni. Coprirsi la bocca con la manica della giacca non serviva a nulla. Non vedevo niente, solo sagome indistinte e lingue di fuoco. Qualcuno, forse la signora del piano di sotto, urlava da qualche parte sulle scale del pianerottolo, cercando invano una via d’uscita da quell’inferno. Ma era troppo tardi: l’edificio era sempre più fragile ogni minuto che passava e i soccorsi non accennavano ad arrivare. Un’altra esplosione fece tremare i muri e l’ennesima pioggia di detriti incandescenti si rovesciò su di me. Scivolai e caddi, battendo la testa. Ricordo il dolore improvviso, il morso del fuoco sulla faccia, le mie stesse grida disperate. Poi il buio.
Quando ho riaperto gli occhi, il mio primo pensiero fu di essere morto: il mondo era sparito. Non vedevo quasi nulla, solo ombre sfuocate e lontane, prive di ogni luce. Ero debole, molto debole. Ogni fibra del mio corpo pulsava di dolore, non riuscivo a muovermi, il mio stesso respiro mi graffiava la gola. Qualcosa mi premeva sugli occhi, probabilmente una fasciatura di qualche tipo, e nell’aria aleggiava uno strano odore di medicinali e lenzuola pulite. “Così è questo il Paradiso” ricordo di aver pensato, la mente annebbiata dagli antidolorifici, “bella fregatura. E adesso che faccio?”. Non ho dovuto aspettare molto per avere una risposta. Pochi minuti dopo ho sentito la voce di una donna. Era gentile, rassicurante. Per un breve istante ho pensato che fosse quella di mia madre. “Non preoccuparti” mi diceva. “Come stai? Senti dolore?”. Con un filo di voce le ho risposto: “Sono stato meglio”. Poi le ho chiesto se fossimo in Paradiso. Ho avvertito il suo sorriso anche senza vederlo. “No, Giacomo, non lo siamo. Sei vivo, ti hanno portato in ospedale tre giorni fa. Io sono Isabella, la tua infermiera.” Ho sentito un grosso peso che mi si toglieva dal cuore e gli occhi che mi si inumidivano di lacrime sotto le bende. Per qualche strano miracolo ero sopravvissuto all’incendio, non potevo crederci. Ma l’infermiera non aveva ancora finito. La sentii avvicinarsi al mio letto, la voce improvvisamente bassa e colma di compassione. “Però devo darti una brutta notizia Giacomo” mi disse. “Purtroppo i soccorsi non…sei stato esposto al fuoco per troppo tempo. Hai perso la vista.”
Inizialmente, non le ho creduto. Doveva per forza essere una bugia, non poteva essere vero. Quale razza di dio ti risparmia la vita per poi toglierti la vista? In quale orrendo scherzo ero finito? Per miracolo, ma ero vivo; a fatica, ma respiravo; ora vedevo il buio ma presto avrei visto di nuovo la luce. La mia cecità era una condizione temporanea che con il tempo sarebbe sparita. Lo ripetei più volte a Isabella, incapace di accettare la realtà. Quando lei mi disse “I medici hanno già tentato invano ogni possibile soluzione, Giacomo. Mi dispiace tanto”, cominciai a urlarle addosso che erano tutti incapaci e di non farsi mai più vedere. Minacciai denunce, querele e ogni sorta di azione legale ai loro danni e rifiutai categoricamente ogni forma di dialogo. Quello sforzo mi costò caro: l’enorme dispendio di energie mi svuotò di ogni residuo di forza e rischiai di svenire di nuovo. Tentai di risollevarmi sul cuscino, senza successo, volevo andarmene da quel posto…ma ero troppo debole. Non ero altro che un povero uomo spaventato e costretto a letto, che a stento riusciva a sputare la sua rabbia in faccia a persone che nemmeno vedeva. Quando me ne resi conto, sprofondai nel silenzio. Non parlai per giorni interi, chiuso in una gabbia di disperazione senza uscita. Non vedevo, non parlavo, le voci dei medici che mi visitavano costantemente erano rumori ovattati in lontananza che mi rifiutavo di ascoltare. Da quel giorno in poi, per me si fece buio su tutta la terra.
Il tempo della mia convalescenza fu un calvario. I giorni e le notti erano tutti uguali: gusci vuoti che si trascinavano uno dietro l’altro, come su una lunga salita di cui non avrei mai potuto vedere la fine. Il dolore mi attanagliava il viso e il cuore, specialmente durante le ore notturne, quando mi giravo e rigiravo fra le lenzuola cercando il sonno senza mai trovarlo. Scoprii che anche i cechi piangono. Piangevo per la mia vecchia vita, quella prima dell’incendio, per tutto quello che non avrei più potuto fare come in passato: leggere un libro, andare al cinema con un paio di amici, camminare per le strade della periferia osservando i palazzi, guardare una donna e trovarla bella. Il numero di tutte quelle cose che diamo per scontato di poter fare finché abbiamo la vista è impressionante. Ce ne accorgiamo solo quando ci viene tolta. “L’uomo non è fatto per vivere senza luce”, ripetevo a me stesso, rinchiuso nel mio buio, “presto mi spegnerò”.
Fu Isabella a riaccendermi. Veniva a visitarmi spesso (imparai a riconoscerla grazie al suono dei suoi passi e al profumo di shampoo alla lavanda, sempre lo stesso). I primi giorni stava a distanza di sicurezza, si limitava a controllare che tutto andasse bene a qualche metro dal letto, credo volesse evitare di scatenare in me un altro attacco di rabbia. Poi una notte mi sentì piangere. Le ustioni mi avevano tormentato per tutto il giorno e il viso mi bruciava come fuoco. Non la sentii nemmeno arrivare. Mi accorsi di lei solo quando prese la mia mano tra le sue e mi disse “Non avere paura. Ci sono io”. Nella mia testa me l’ero sempre immaginata giovane, ma quando strinsi le sue dita mi accorsi che la sua pelle non era più liscia da tempo e portava una fede all’anulare. Per la prima volta dopo settimane, in un barlume di lucidità in mezzo a tutto quel dolore, mi sembrò quasi di vederla. Era bellissima.
Dopo quella notte, dentro di me qualcosa cominciò a cambiare. La gabbia di oscurità e rabbia che mi ero costruito da solo cominciò a cedere. Durante le sue visite Isabella cominciò ad avvicinarsi sempre più spesso e a raccontarmi di sé: aveva sessantasei anni, venticinque dei quali trascorsi in quell’ospedale; vedova, madre di tre figli ormai adulti sparsi in giro per il mondo; le piacevano i datteri, le passeggiate in mezzo alla natura e suonare la chitarra. Parlava per ore, interrompendo il discorso ogni volta che correva ad assistere qualche altro paziente, per poi proseguire una volta tornata. Quando fui abbastanza in forze, i suoi monologhi ben presto divennero dialoghi. Parlavo meno di lei, e con molta più fatica, ma pezzo per pezzo riuscii a raccontarle anch’io la mia storia: trentadue anni, niente moglie né figli, pochissimi amici (a nessuno dei quali avevo voluto dare la notizia del mio incidente). Facevo il supplente alle scuole superiori, amavo i romanzi e i film d’autore. Non mi pareva di avere granché da raccontare, per la verità, ma a Isabella sembrava interessare ogni cosa che dicevo. Un giorno decise di farmi una sorpresa. Pur non avendo il turno del mattino, venne comunque in ospedale a trovarmi. La sentii sedersi accanto a me in un fruscio di tessuto mentre armeggiava con una cerniera. “Che cosa hai portato?” le chiesi. “Una vecchia amica che stava prendendo un po’ troppa polvere…vediamo se ci so ancora fare”. Aveva appena finito di parlare che la sentii pizzicare le corde di una chitarra. Le prime note cominciarono a diffondersi nella mia stanza, esitanti, incerte. Le dita di Isabella si muovevano in cerca della giusta intonazione. Avevo il fiato sospeso: nessuno aveva mai suonato per me. Poi, come il sole all’improvviso, la musica risplendette in mezzo alla mia oscurità.
Siamo arrivati alla fine della mia storia ormai. Sono seduto su questa panca da quasi un’ora. Il legno è liscio al tocco, l’aria profuma di pulito e fiori. La cappellina dell’ospedale intorno a me probabilmente è vuota, non sento respiri né preghiere, solo un profondo silenzio. Fa strano accorgersi del silenzio, prima dell’incendio non ci ho mai fatto troppo caso, ma ora che sono costretto a “sentire” il mondo più che a vederlo, non posso fare a meno di notare quanto siano preziosi i momenti come questo, in cui sei solo con te stesso e non ci sono altri rumori all’infuori del tuo respiro. Non sono mai stato credente, figuriamoci, ma sono già stato qui diverse volte nel corso dei mesi. È stata Isabella a insistere perché venissi, l’ho fatto per lei. La prima volta, diversi mesi fa, mi ha alzato dal letto e condotto attraverso i corridoi. Mi sono dovuto appoggiare al suo vecchio corpo da anziana infermiera, che in quel momento però era molto più saldo del mio. Lei si muoveva sicura, forte della sua vista…io non potevo. Perciò mi sono fidato. Passo dopo passo, con le ginocchia tremanti e il cuore che batteva forte, mentre intorno a me “sentivo” il mondo: la presa salda sul mio braccio, il cigolio delle rotelle di una barella, il profumo di caffè appena sfornato dalla macchinetta, le risate di un gruppo di dottori, una paziente che singhiozzava dietro una porta socchiusa, lo scalpiccio delle scarpe, il tepore del sole passando accanto a una finestra, il fruscio di un giornale in sala d’attesa, una canzone in lontananza…e poi il silenzio della cappellina vuota. Tutte quelle sensazioni mi confermavano qualcosa che avevo intuito fin dalla notte in cui Isabella si era avvicinata a me: che persino nell’ombra e nel dolore, la vita mi chiamava. Si sgolava per attirare la mia attenzione, cercava di fare di tutto affinché io tornassi ad accorgermi di lei.
Sono passati parecchi mesi e ormai mi sono completamente ristabilito. Fatta eccezione per la vista, naturalmente. Quella non tornerà mai, ma sto cominciando ad accettarlo, le sedute con il mio terapista e le ore infinite di “riabilitazione per soggetti non vedenti”, così la chiamano, mi stanno aiutando molto. Sto imparando a camminare con il bastone, a prendere il cibo nel piatto senza piantare la forchetta nel tavolo e persino qualche rudimento di braille.
Pensi alla luce in modo diverso, quando sei sempre al buio. Cominci a capire che, in qualche strano modo che non saprei spiegare, puoi vederla anche senza usare gli occhi e che forse perdere la vista non significa automaticamente che da quel momento in poi la tua vita farà schifo. Certo, devi imparare a vivere in modo nuovo, come se fossi un neonato, in un mondo buio in cui tutto quello che prima era facile diventa improvvisamente una sfida difficilissima. Ma respiri. Ascolti. Puoi annusare, toccare, gustare la vita, camminare sulle sue strade, emozionarti, avere relazioni con le persone e, semplicemente… esserci. Tutto questo forse un vedente lo dà per scontato, ma io no. La mia resurrezione è domani. Alle dieci di mattina uscirò dall’ospedale per fare tutto il giro del giardino, per la prima volta senza nessun aiuto a parte il mio bastone. Sarà una bella prova, imparare a camminare di nuovo all’aria aperta, in un posto che non riconosco. Isabella mi ha detto “E’ primavera”, ma io lo sapevo già: il sole sul mio letto alla mattina è più caldo, le infermiere aprono le finestre per far entrare aria pulita e diversi pazienti si lamentano per l’allergia. Come ogni anno, il mondo viene alla luce. Forse è il momento che lo faccia anch’io.
Scopri di più da The Eagle and Child
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.