Sul sito del Santa Caterina da Siena ETS si legge: “Dalle relazioni vive che Santa Caterina da Siena ETS e le sue associate hanno stretto e alimentato negli anni, è nata la collana di racconti illustrati “Un’amicizia inesauribile – Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il Cuore dell’Uomo”. Scrittori e illustratori hanno ritratto le testimonianze di 6 comunità appartenenti a contesti complessi e/o in conflitto per raccontare ciò che permette loro di vivere con positività anche laddove non sembrerebbe possibile e scoprire che le forze che cambiano il Cuore dell’Uomo sono le stesse che cambiano anche la storia“. Sono stato coinvolto in prima persona nella realizzazione di questo progetto, per il quale ho deciso di scrivere la fiaba che state per leggere. Le illustrazioni ad acquerello che vi accompagneranno durante la lettura sono scaturite dalle abili mani di un’amica, Elena Bardelli, che ringrazio di cuore per aver dato volti e colori al mio fiabesco Madagascar.

Il diciassette aprile 1947 Lucien Botovasoa viene condannato a morte e ucciso nei pressi del villaggio di Manakara, a causa della sua fede in Dio. Beatificato il quindici aprile del 2018 da Papa Francesco, è uno dei martiri malgasci più noti e importanti. La popolazione dell’isola gli ha anche dedicato una festa nazionale. La mia storia è ambientata a una settimana di distanza dalla sua morte. Ho immaginato Fabien, uno degli otto fratelli di Lucien, come un povero pescatore cristiano. L’uomo, rimasto vedovo dopo pochissimo tempo, ha un figlio di cinque anni, Rémi, con il quale decide imbarcarsi su una piroga in piena notte per sfuggire alle persecuzioni. Vuole portarlo verso nord, dove spera di tenere il piccolo lontano dalla guerra per tutto il tempo che sarà necessario.

Fabien apre gli occhi. Non usa più la sveglia da tanti anni, non gli serve: è stato abituato a svegliarsi nel cuore della notte fin da ragazzino, quando suo padre lo tirava a forza giù dal letto per portarlo a pescare al largo della costa della loro bella isola rossa. D’istinto allunga la mano, cercando la sua sposa, poi si ricorda che Lala non c’è più: una brutta malattia l’ha portata in Paradiso alcuni anni prima, quando era ancora bella come il mare al mattino. Un sospiro che sa di malinconia gli sfugge dalle labbra. Alla sveglia ci ha fatto l’abitudine, ma l’assenza di Lala è un altro paio di maniche. Non ci si abitua mai davvero a certe cose.
Comunque, non c’è tempo da perdere. Con l’immagine della donna che ama ancora impressa nella mente, Fabien si alza. La stanza intorno a lui è spoglia, buia, dalle finestre aperte della piccola capanna entra la brezza sottile della notte, ma nessuna luce. Fortunatamente la luna è coperta, questo faciliterà la loro fuga. L’uomo si butta addosso una casacca aperta sul davanti e un paio di pantaloni logori, poi controlla che nelle bisacce con le provviste preparate il giorno prima ci sia quel poco che gli serve per il viaggio. A quel punto si china sul giaciglio. Nell’oscurità, sente il respiro sommesso di suo figlio Rémi. Riesce quasi a vederlo, lo spia per qualche attimo nella penombra: la punta del naso, le palpebre abbassate, i riccioli spettinati. Non ha nemmeno sei anni, non sa ancora quasi niente del mondo: non conosce la guerra, né il male, non sa che in tutta la regione uomini malvagi stanno dando la caccia a chi crede in Dio. Per questo Fabien vuole fuggire, perché lui in Dio ci crede eccome. Poggia una mano sul torace magrolino del figlio, con delicatezza. Il bimbo ha un piccolo sussulto, si avvolge ancora più stretto nella coperta.
“Amin’ny firy izao?[1]” mugugna, senza aprire gli occhi.
Fabien sorride. “Efa alina be ny andro[2]” risponde. “Dobbiamo andare, figlio. Stanotte la luna è nascosta, perciò l’oceano sarà generoso. Se Dio vorrà, all’alba torneremo con le reti piene”. La pesca in realtà è una bugia, ma è necessaria per convincere il piccolo a seguirlo: se gli dicesse la verità ora, Rémi si spaventerebbe.
“Vai tu, papà. Io ho ancora sonno…”
Fabien lo scrolla per la spalla con più insistenza, devono fare in fretta.
“Coraggio Rémi, mi servirà il tuo aiuto. Dormirai quando torneremo a casa. Chissà, se ti sbrighi forse facciamo in tempo a vedere anche qualche squalo…”
Le orecchie di Rémi si drizzano. Ama gli squali, ma a differenza di molti dei suoi compagni di scuola, non è ancora riuscito a vederne uno vivo. Gli unici che ha visto erano appesi ad essiccare oppure stesi sui banchi del mercato del pesce ogni mattina. Socchiude un occhio, lentamente.
“Dici davvero?”
“Ia[3], fidati di me. Ce ne sono tanti in questo periodo, persino vicini alla costa. Allora ci stai?”
“D’accordo, papà: vengo anch’io.”

Quando i due escono di casa, il sole è ancora nascosto dall’altra parte del mondo. Le luci del villaggio di Manakara sono poco distanti, brillano come lucciole in mezzo alla foresta silenziosa. Rémi sente un brividino lungo la schiena. Senza la luce rassicurante della luna, il cuore della notte malgascia è buio e pieno di schiocchi, scricchiolii, sibili e sussurri. Tra le fronde di una palma, i grandi occhi tondi di un maki-maki[4] brillano nel buio, per poi svanire chissà dove un attimo dopo.
“Pa’.”
“Dimmi, Rémi.”
La voce del bambino trema, è poco più di un sussurro. “Ho visto uno spirito della notte”.
“Farai bene a starmi vicino allora” ribatte Fabien, “Se quelli ti prendono poi non torni più. Sei pronto?”
“No, ho paura.”
“Non devi, ci sono io. Coraggio.”

Papà e figlio si incamminano verso la spiaggia. Fabien, carico di bisacce, stringe la mano del bambino. Si guarda indietro con insistenza, è inquieto. Nei giorni precedenti gli sono giunte notizie drammatiche: ribelli ovunque, chiese incendiate, persone catturate…o peggio. Gli appare nella mente l’immagine del fratello. “Oh Lucien” pensa tra sé e sé, “Cosa ti hanno fatto?”. Scaccia il pensiero e continua a muoversi sopra foglie e radici, seguendo un sentiero che ormai conosce come gli angoli di casa sua. Rémi lo segue, con le orecchie tese e le gambette pronte a scattare al minimo segnale di pericolo, impaurito ma anche eccitato per quella nuova avventura notturna. Guardare il suo papà lo riempie di coraggio. Quando Sanda, la sua insegnante, gli domanda cosa vorrebbe fare da grande, Rémi risponde che vorrebbe diventare come lui.
“Dove andiamo?” chiede al padre, dopo qualche minuto di camminata silenziosa.
“Alla spiaggia, quella dove vai sempre a raccogliere granchi con Faly, Joseph e Tina. La nostra piroga è lì.”
“E dopo?”
“Dopo ti porto in mezzo al mare, figlio. Dobbiamo…”, Fabien ha un attimo di esitazione, “Dobbiamo andare in un posto insieme. Piuttosto, vedi di fare attenzione quando saremo sulla barca, ok? Stanotte non c’è luna, perciò mi raccomando: resta seduto, non sporgerti e vedi di obbedirmi. L’oceano non è gentile con i piccoli.”
“Io non sono piccolo, ho cinque anni! Sono grande, papà!”
“Beh, non è gentile nemmeno con i grandi. Ora fai silenzio, siamo arrivati.”

La sabbia tra le dita dei piedi è azzurra, fresca e friabile, in poche ore la notte ha fatto evaporare tutto il calore del giorno precedente. La sagoma scura della piroga è adagiata sulla riva. La risacca del mare sfiora la punta della prua e si ritira con un fruscio frettoloso, come se volesse scappare dopo averle fatto il solletico. Le onde sono lunghe e schiumose, l’oceano respira placido nell’oscurità. Fa paura persino visto dalla riva, figuriamoci navigarci sopra. Come se non bastasse, dense nuvole scure ingombrano il cielo e coprono la luna e la maggior parte delle stelle, per cui è quasi impossibile vedere qualcosa. Fabien controlla i remi, comincia ad armeggiare con le reti. “Guarda e impara, figlio” dice, mentre sistema la vela sotto l’occhio attento di Rémi. “Forza, spingiamola in mare” aggiunge, senza perdere tempo. “Metti le mani qui, bravo, sopra le mie. Ora spingi”. I due premono le mani sulla chiglia in legno di palma, stringono i denti e tendono i muscoli (in realtà Rémi non tende un bel niente, la forza di suo padre è più che sufficiente): dopo una breve spinta, la piroga traballante scivola nell’acqua. “Ecco fatto” mormora Fabien. Ora viene la parte difficile, quella che lui e gli altri pescatori affrontano ogni notte: lasciare la riva per prendere il largo. Da quelle parti l’oceano ti inganna, tende tranelli molto pericolosi e la sua furia non viene addolcita da alcuna barriera corallina. Ogni volta che un pescatore si stacca dall’isola, mette la sua vita e quella di chi lo accompagna nelle mani di Dio. Quella notte però, persino l’oceano è più sicuro della terraferma. “Ti prego” supplica Fabien, dentro di sé, “stacci vicino e portaci a destinazione”.
In quel momento, uno sparo riecheggia nel folto della foresta. Fabien rivolge un’occhiata preoccupata in direzione degli alberi: il rumore veniva da lontano, ma non c’è tempo da perdere. “Cos’era, papà?” chiede Rémi, intimorito. Fabien non risponde. Sale sulla piroga con un balzo, tende le braccia per afferrare il piccolo e lo solleva a bordo. A quel punto, spiega la vela e lascia che il vento li porti con sé.

Passa più di un’ora. I muscoli delle spalle di Fabien bruciano a ogni colpo di remi, perché deve fare da solo il lavoro che solitamente si fa in due. Nessuno dei due parla: il padre si limita a remare per allontanarsi il più possibile dalla riva e il figlio si riempie gli occhi di ogni cosa che vede. Per lui è tutto nuovo. L’acqua vorticosa sollevata dalle vogate è nera come l’inchiostro che lui e i suoi compagni usano per scrivere le parole sui libri di scuola. Come è possibile, si chiede, che il mare che di giorno è così azzurro da essere quasi verde, ora è tutto scuro? Ma l’oceano non è solo acqua salata. C’è anche un sacco di cielo sopra di loro, un mantello immenso lungo fino all’orizzonte, come se quel pezzettino di mondo avesse voluto coprirsi con una lunga coperta per non prendere freddo. Ma la cosa che più colpisce l’attenzione di Rémi è la bella isola rossa alle sue spalle. In realtà, ora non è rossa, né verde, ne bianca; è solo nera. La sagoma fitta di alberi della “grande terre” dorme sul letto del mare dietro di loro, simile a una creatura gigantesca, punteggiata di luci sparse come lentiggini sopra una faccia buia. Un’onda più impetuosa delle altre colpisce di lato la piroga, il piccolo albero maestro scricchiola e la barca si inclina.
“Pa’”
“Va tutto bene, figlio mio. Non ti preoccupare, l’oceano è solo un po’agitato.”
Il vento soffia, la vela si gonfia, Fabien vira dolcemente per cambiare direzione. Viaggiano veloci e silenziosi tenendosi paralleli alla costa ma abbastanza distanti, ombre buie nel buio, invisibili come fantasmi.
“Cos’era quel rumore nella foresta, prima?” chiede Rémi a un certo punto.
Fabien non risponde subito. Continua a remare e intanto guarda la notte che abbraccia le cose come una mamma fatta di ombre. Di nuovo l’immagine di suo fratello Lucien gli compare nella mente per un attimo: un uomo dagli occhi scuri e le labbra carnose, sempre umile e sorridente, che amava Dio e la sua famiglia più di ogni altra cosa al mondo. Lo avevano catturato una settimana prima, era stato obbligato a presentarsi al cospetto del re Tsimihoño e non era più tornato.
“Quello era il rumore che fanno gli uomini cattivi, figlio” dice infine Fabien, “Sai, di quelli che odiano tutti e fanno paura anche ai grandi come me.”
“Perché ci odiano?”
“Ricordi cosa diceva sempre tuo zio Lucien?”
Rémi corruga la fronte per pensarci. Voleva bene allo zio, erano anche andati a trovarlo qualche volta nella sua bella casa a Vohipeno, ma da qualche tempo non si vedevano più. Papà diceva che era meglio rimanere vicini a Manakara. Prima di quel momento però, Lucien era riuscito a parlare a Rémi di tante cose. “Sì certo” risponde, “Diceva che Dio ha creato la nostra isola e ci ha messo dentro gli uomini perché potessero farla diventare un po’ come il Paradiso, ma non so bene cosa vuol dire.”
“Vedi Rémi, quegli uomini non vogliono che questa terra diventi il Paradiso. Lo detestano.”
“Perché? Non è un posto bello?”
“Certo che lo è, figlio mio, ma molti non ci vogliono andare. Sono troppo impegnati a giocare a chi è più potente, a chi ha più soldi, a chi fa più paura: per questo fanno la guerra.”
“Non capisco.”
“Nemmeno io, Rémi.”
Rimangono in silenzio, assorti nei loro pensieri, mentre la piroga ondeggia in balia delle onde.
“Io ci voglio andare però” ribatte Rémi dopo un po’, “In Paradiso, dico. Devi aiutarmi a costruirlo.”
“Come mai?”
“Beh…perché così la mamma potrà stare ancora con noi.”

Diverse ore più tardi, la notte comincia a sbiadire. Le braccia di Fabien tremano per lo sforzo, il piccolo Rémi invece, è caduto addormentato sul fondo della barca. Alla loro sinistra, la linea della terraferma è riapparsa, Fabien sa esattamente dove andare. Ora che sono abbastanza lontani da Manakara non corrono più il pericolo immediato di essere individuati dai ribelli e possono riavvicinarsi alla riva. La sua speranza è che sua sorella Haja, rifugiatasi nel villaggio di Loharano qualche mese prima del conflitto, possa accogliere nella sua casa lui e suo figlio, per tutto il tempo necessario. Non sa se la guerra arriverà anche là, non sa nemmeno se mai finirà, ma non ha molta scelta: può solo fuggire abbastanza lontano per salvare sé stesso e il piccolo da quella follia. Non vuole che suo figlio viva nella paura. Vuole che studi in una bella scuola, magari sul continente; vuole che cresca felice e realizzi tutti i sogni che ancora non sa di avere. Vuole che costruisca il suo pezzo di Paradiso in un posto in cui nessuno glielo possa portare via.
Smette di remare e distende le braccia indolenzite, mentre il cielo sopra l’oceano si tinge di rosa pallido. Il sole sta per sorgere, le prime case di Loharano appaiono in lontananza. Mentre la luce aumenta, in quell’attimo di magia che precede l’alba, a Fabien sembra quasi di vedere la sua sposa: gli occhi luminosi, gli stessi di Rémi, le dita sottili, la pelle scura come l’ebano. Lala balla per le strade di Manakara, vestita a festa con fiori di ylang ylang[5] fra i capelli. Intorno a lei risuonano gli hira gasy[6] mentre l’intero villaggio canta, danza e suona. La guerra è solo un ricordo lontano: le chiese non bruciano, le persone non piangono e la luce del cielo colora tutte le case. Forse, pensa Fabien, suo fratello Lucien aveva ragione: il Paradiso è un’isola.
E Dio è la Pace.

° ° °
Note sulla lingua malgascia:
[1] “Che ore sono?”.
[2] “E’ notte fonda”.
[3] “Sì”.
[4] Nome con cui gli abitanti dell’isola chiamano i lemuri.
[5] Splendido fiore giallo che cresce sull’isola, molto apprezzato per il suo profumo.
[6] Canti popolari tipici della tradizione malgascia.
Se siete interessati a saperne di più su questo progetto e dare un’occhiata anche agli altri “libretti da visita”, potete cliccare su questo link. Sono belle storie, non ve ne pentirete!
Scopri di più da The Eagle and Child
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.