Prologo
“Ricordo la prima volta che l’ho visto. Ho cercato di trovare le parole per descriverlo ma non ci sono riuscita. Niente mi aveva preparata, nessun libro, nessun insegnante, neppure i miei genitori. Avevo sentito centinaia di storie, ma nessuna poteva descrivere questo posto. […] Per conoscerlo devi calpestarlo, sanguinare nella sua sporcizia, annegare nei suoi fiumi. Allora diventa chiaro: è l’Inferno, e ci sono demoni ovunque.”
Elsa, ep. 1
1883 si apre con una ragazza in fin di vita che lotta disperatamente in mezzo alla prateria. Indossa un lungo abito bianco, ha i capelli gialli come l’oro, una pistola in mano e una freccia che le trapassa il fegato. Intorno a lei, carri infuocati e cavalieri Lakota assetati di vendetta, che urlano e uccidono chiunque tenti di combatterli o fuggire. Una sequenza feroce, con un messaggio inequivocabile: la storia che seguirà sarà intrisa di sangue e racconterà l’inferno. Sono le prime, indimenticabili immagini di un’epopea, un viaggio meraviglioso e spietato che nel giro di dieci episodi mi ha trascinato a dorso di cavallo verso le terre inesplorate dell’Ovest e si è impresso nel mio cuore come le pitture di guerra sul viso di un Comanche. Oggi, come Elsa, vorrei trovare le parole per raccontarvelo, anche se probabilmente non basteranno. Statemi dietro, vi prometto che sarà una bella cavalcata.

Atto I – Il Viaggio
“Voi siete pionieri, ed è tutto ciò che sarete fino all’arrivo. Voi non avete una dimora, un’occupazione, un pezzo di terra…avete solo il viaggio. Tutto qui.”
Shea, ep.4
1883, prima di ogni altra cosa, è il racconto di un viaggio. L’epoca storica in cui è ambientato, messa in evidenza dal titolo, è quella della cosiddetta Gilded Age americana, un periodo di crescita economica repentina dovuto alla sempre crescente industrializzazione del paese, che vide l’arrivo di milioni di immigrati provenienti da oltreoceano. Per far fronte ai problemi di sovrappopolamento e trovare terra libera in cui vivere, sempre più persone decisero di intraprendere il viaggio verso la frontiera occidentale, un luogo incontaminato e selvaggio, in cui la mano dell’uomo non era mai arrivata prima.
La trama ruota intorno a una carovana di coloni tedeschi in procinto di mettersi in marcia da una cittadina del Texas verso l’Oregon. Sprovveduti e totalmente inadatti ad affrontare quello che li aspetta, cercano una guida esperta che li possa accompagnare e proteggere lungo la strada. La trovano in Shea, un vecchio soldato dal cuore pieno di cicatrici, che ha servito come capitano delle truppe unioniste durante la guerra di secessione, e Thomas, sergente veterano dell’esercito, un uomo taciturno e dalla pelle scura. Ai due soldati si aggiunge ben presto James Dutton (bisnonno di quel John Dutton che se avete visto la serie Yellowstone conoscerete già fin troppo bene), anch’egli ex capitano delle truppe confederate, con la moglie Margaret e i due figli Elsa e John.

“Per questa terra ho combattuto con tutto me stesso e dubito che sia finita. Io sposo tua figlia, ma appartengo al mio popolo e il mio popolo appartiene a questa terra, e non osiamo lasciarla. Forse troverai la terra a cui appartieni, così mi capirai.”
Sam, ep.8
Il respiro della narrazione è lento, misurato, si prende tutto il tempo che serve per mettere in scena ogni personaggio. Ciascuno di loro porta nel cuore un sogno: Joseph e i coloni sognano di trovare una terra ricca in cui prosperare, finalmente liberi dal giogo ferreo della madrepatria; Shea sogna di vedere l’oceano; Thomas sogna di rendere felice la donna che ha paura di amare; James sogna di costruire per Margaret “una casa così grande che ti ci perderai”; Elsa sogna l’avventura e la libertà dalle stupide consuetudini che il mondo civilizzato le impone. Tutti partono guidati da una promessa, che brilla lontana nel cuore di una terra vergine come un falò nella prateria buia.
Il viaggio è duplice, dunque: uno è quello in mezzo alla polvere, oltre fiumi impetuosi e strade dissestate, l’altro invece, è interiore, e chiama in causa non solo la necessità di sopravvivere ma anche l’essenza stessa dei personaggi. Prendiamo Elsa, per esempio, protagonista e voce narrante del racconto, che descrive in prima persona le fasi salienti del viaggio con una profondità narrativa impressionante. 1883 parla di lei, che lascia il Tennessee nei panni della classica ragazzetta diciassettenne, impetuosa tanto quanto ingenua, che non sa chi dovrebbe essere. Nel giro di pochi mesi si trova faccia a faccia sia con l’amore che con la morte più di una volta, impara a cavalcare in stile Comanche, a sparare e a condurre mandrie come un vero cowboy, ma soprattutto impara che forse, più importante ancora del “chi dovresti essere”, è il “chi potresti diventare”. Oppure Shea, il vecchio capitano che ha perso moglie e figlia a causa del vaiolo, ha dato fuoco alla sua stessa casa e ogni mattina pensa se spararsi alla tempia o se valga la pena vivere un altro giorno. 1883 parla anche di lui, della sua incapacità di credere in un mondo migliore e di liberarsi dai pesi di un passato troppo doloroso, ma soprattutto della sua ostinazione nell’alzarsi in piedi nonostante la sofferenza e del desiderio di paternità che ha nascosto sul fondo dell’anima.

Atto II – La Morte
“Al fiume non interessa se sai nuotare; al serpente non interessa quanto ami i tuoi figli e al lupo non interessano i tuoi sogni.”
Elsa, ep.5
La terra incontaminata che si apre davanti ai viaggiatori in tutta la sua magnificenza, in realtà è molto di più di un semplice contorno. Uno dei principali meriti di Taylor Sheridan, il regista, è quello di riuscire a raccontare la strada verso ovest con grande maestria e rappresentarla come se fosse un’unica grande protagonista. La frontiera, “un luogo di cui Dio non ha ancora deciso il destino”, è immersa in un’atmosfera quasi fiabesca, resa però estremamente vivida e reale grazie a campi lunghissimi e spettacolari carrellate a volo d’uccello. Il vento soffia tra gli alberi delle boscaglie, il cielo si specchia nelle acque dei grandi fiumi e le ombre lunghe dei cowboy cavalcano immerse nella luce dorata del tramonto. Nella prateria i carri si mettono in cerchio sotto le stelle, mentre ciotole fumanti passano di mano in mano tra le tende e qualcuno intona una canzone.
Ma nelle grandi pianure, piene di tesori e opportunità, la meraviglia va di pari passo con l’orrore e nell’ombra si annidano pericoli di ogni genere. “Se la terra può provare emozioni, questa odia” dice Elsa, in uno degli ultimi episodi. La morte è ovunque e la ragazza, nonostante la sua giovane età, non ci mette molto a rendersi conto che tutto ciò che ha imparato quando ancora viveva nella bambagia della civiltà, lì non ha alcun valore. Secondo lei, Dio non ha creato il mondo per l’uomo: noi bianchi siamo un popolo di invasori e, per quanto possiamo amarla, “la terra non ci ricambierà mai”. Ben presto, le storie sulle meraviglie del west che leggeva da piccola si rivelano nient’altro che favole per bambini. Il viaggio, inizialmente percepito come una grande avventura, si tramuta in un “necessario e miserabile percorso tra un posto e l’altro”, attraverso un territorio che non alcuna pietà di chi lo calpesta.

“Conoscevo la morte da quando ero bambina. La morte è ovunque, ma non mi aveva mai toccata. Non aveva mai posato il suo dito putrido sul mio cuore, fino ad oggi. Oggi i miei occhi sono morti. Ora vedo il mondo attraverso gli occhi di mia madre. Sì, la libertà ha le zanne, e le ha affondate dentro di me.”
Elsa, ep.5
Il nostro mondo ha dimenticato la morte, l’ha allontanata ed esorcizzata in ogni modo pur di sfuggire al suo influsso maledetto. Ma laddove la civiltà non esiste, la morte domina incontrastata e si rende presente sotto diverse forme, tutte ugualmente letali: potrebbe nascondersi in un gruppo di comancheros attirati dalla promessa di un bottino facile, oppure fra le spire di un serpente velenoso pronto a colpire in mezzo all’erba alta; potrebbe essere vista cavalcare insieme a orde di pellerossa, oppure vorticare sghignazzando nell’occhio di un tornado che spazza via ogni cosa sul suo cammino e strappa carri, uomini e cavalli ai loro fragili ripari. Nessuno è al sicuro, mai. E spesso, a causa sua perdi tutto.
1883 non racconta gesta eroiche, rimane sempre aderente alla realtà nuda e cruda, senza edulcorare niente. Mette in scena morti stupide, morti improvvise, sacrifici inutili, suicidi e ogni altro segno del passaggio della morte, che arriva e lacera i cuori con le sue unghie putride. Potremmo dire che per un occidentale, anche la morte, come la terra, è inesplorata. Non la conosce, non sa niente di lei…e per quanto si sforzi, le parole per descriverla gli si strozzano in gola.

Atto III – La Libertà
“Le pianure sono per vagabondi, giramondo e cowboy. La loro casa è una sella, il cielo il loro tetto e la terra il loro letto. La mancanza di comodità materiali è compensata dalla consapevolezza di essere sempre a casa. Per loro, il viaggio è la destinazione. Se trovassero l’oro alla fine dell’arcobaleno, lo lascerebbero e ne cercherebbero altro, preferendo la libertà al peso del premio.”
Elsa, ep.8
Dunque perché partire? Perché affrontare un viaggio così pericoloso senza la minima garanzia che arriverai dove desideri? Lo abbiamo capito in apertura: a spingere gli uomini verso la frontiera sono i sogni. È James stesso ad affermare, nell’episodio dieci: “Racconti e sogni hanno costruito questo mondo”. Indipendentemente da quanti dei pionieri sopravviveranno, quello che affrontano è il loro ultimo, grande viaggio. Nel giro di qualche anno tutto l’Ovest sarà colonizzato, le piste scompariranno, sostituite dalle strade e il suolo non verrà più irrigato da sangue e sudore, ma dal veleno e dai liquami tossici del progresso. Gli spazi bianchi sulla mappa si riempiranno, ciò che è sconosciuto verrà trovato e depredato. La terra violentata non sarà più vergine, ma schiava. Quindi ecco perché partire: il viaggio è l’ultima occasione per realizzare il desiderio di chi sogna la libertà.
Mentre scrivo queste righe ho negli occhi una sequenza memorabile, in cui Shea, per alleggerire i carri e poter guadare il fiume Brazos, ordina ai pionieri di abbandonare tutto ciò che non sia assolutamente necessario. Il suo comando desta rabbia e disperazione tra i tedeschi, perché come si può chiedere a chi non ha niente di lasciare tutto? Eppure, questo rende inestimabile il valore della libertà. Chi non è disposto a lasciarsi alle spalle ogni legame con il passato, rimarrà schiavo. Alcuni desisteranno e rimarranno indietro, rinunciando all’impresa. Ma gli altri invece, non si fermeranno: il richiamo della terra promessa sarà più forte di tutto. Decimati, disperati, esausti, i sopravvissuti continueranno a marciare, aggrappati al loro sogno nonostante le innumerevoli croci conficcate ai bordi della strada alle loro spalle.
Chi avrà lottato con le unghie e con i denti per strapparsi alle grinfie dell’abisso, troverà la terra a cui appartiene e sarà libero: libero dall’ombra della guerra, dai macigni accumulati sul cuore, dalla paura della morte. E anzi, proprio nella morte troverà terra fertile su cui edificare la sua casa. In ultima analisi dunque, il messaggio centrale di questa splendida storia è che sia la destinazione stessa a giustificare il viaggio: nessun dolore è troppo lacerante se la ricompensa è la libertà e nessun sacrificio è troppo grande se la meta è la Valle del Paradiso.
“Libertà. Per molti è un’idea, un pensiero astratto che riguarda il controllo. Quella non è libertà, quella è indipendenza. Libertà è cavalcare a perdifiato in terre selvagge, con la sensazione che non esistano altri momenti oltre a quello che stai vivendo.”
Elsa, ep.2

Epilogo
Sono davvero poche le opere western in grado di raccontarsi così bene come questa serie. L’ho cominciata grazie al consiglio di un amico, con il quale spesso condivido chiacchiere e bicchieri di whisky a tarda sera, e dalle mie parole credo abbiate intuito quanto mi abbia segnato. L’atmosfera che si respira, anche grazie alla colonna sonora magistrale di Brian Tyler e Breton Vivian, mi è entrata dentro così tanto da farmi diventare gli occhi lucidi ogni volta che la guardo. Mi trasmette una profonda malinconia e allo stesso tempo, una grande pace e un’immensa sete di spazi aperti, un po’ come quelle canzoni country alla Zach Bryan, con la chitarra acustica e la voce ruvida, che spesso ascolto a fine giornata. Non posso concludere il mio racconto in nessun modo diverso da questo: fatevi un regalo e immergetevi in 1883 come se fosse un fiume. Fidatevi di questo scrittore (che vorrebbe mollare tutto per trasferirsi in Montana): vi porterà lontano.
“Ho guardato a destra e ho visto mio padre che cavalcava quasi verticale sopra la terra. Dietro di lui, i cowboy e il bestiame spinto verso di noi, seguiti dalla polvere come un’ombra nebulosa. La luce era soffusa, tenue e rosata, come se Dio avesse deciso di illuminare questo giorno con le candele. C’era tutto il Texas davanti ai miei occhi…e io non avevo mai ammirato una cosa più bella.”
Elsa, ep.2

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