Sarò per te l’aurora

Ai poeti
Ai soldati
E ai padri senza figli

“Come si chiama un padre che perde il figlio?” si chiedeva Giuseppe, seduto a capo chino su un panca di legno scuro in fondo alla navata, con un rosario stretto tra le dita. “Un marito che perde la sua sposa diventa vedovo, un ragazzo che perde i genitori, orfano. Ma un padre a cui muore il figlio cosa diventa?”. Giuseppe, a suo tempo, era stato uno che con le parole ci sapeva fare, eppure non gli veniva in mente nessun termine per descrivere quella condizione. Gli ispanici del Brasile dicevano deshijado; i francesi invece, nelle terre in cui aveva abitato e combattuto per tanti anni, désenfanté. Ma gli italiani non dicevano nulla: per la sua vecchia patria, i padri senza figli erano uomini senza nome.
Il suo sguardo si adagiò sulle macchie scolorite impresse nell’inginocchiatoio, dove chissà quante altre anime si erano prostrate prima di lui. Era mezzogiorno inoltrato, nella piccola chiesa del quartiere regnava la quiete. La penombra era fresca, una gradevole alternativa al caldo torrido che regnava per le strade di São Paulo a quell’ora del giorno. Nonostante quella chiesa fosse lontana dalla sua abitazione, aveva preso l’abitudine di andarci sempre più spesso, più che altro per il silenzio e il senso di solitudine che quelle mura dall’intonaco screpolato gli trasmettevano. Dalle strette finestre entravano solo il vociare dei ragazzini del vicinato, impegnati in un’agguerrita partita a pallone sui ciottoli, e il cinguettio di qualche tordo appollaiato sulle tegole. All’ingresso, una lama di sole sottile tagliava l’ombra, in corrispondenza del portone socchiuso. Il pulviscolo ondeggiava in controluce.
Lacrime silenziose solcavano il volto di Giuseppe. Affioravano dal fondo dei suoi occhi e per qualche istante rimanevano lì, come se volesse fermarle nelle iridi. Ma poi arrivavano i ricordi: i passeri che becchettavano le briciole sul davanzale della finestra quando suo figlio era malato, le sue mani esili aggrappate a quelle del padre, l’eco della sua voce mentre correva dentro e fuori dalle stanze della loro casa per non farsi acchiappare… “Antonietto”, mormorava. Al suono di quel nome, il pianto scivolava lungo le prime rughe del suo viso, lento come i ruscelli che scendevano dalle Alpi del Carso, gli imperlava la corta barba brizzolata e Giuseppe lo lasciava cadere, senza più curarsi di trattenerlo né di asciugarlo. Le piastrelle del pavimento sotto di lui erano punteggiate di piccole gocce scure. “Le vedi?” chiedeva, rivolto al crocefisso grezzo appeso dietro l’altare, “Sono le lacrime di un uomo senza nome”.
Non era la prima volta, per lui. Sapeva bene cosa significasse la morte. Aveva visto tanti uomini singhiozzare nel fango delle trincee, in mezzo a mucchi di compagni caduti come foglie d’autunno. Ricordava bene i loro volti distorti, le urla, l’inspiegabile euforia dei sopravvissuti coperti di sangue. Erano passati vent’anni da allora, eppure in quel momento gli sembrava che la Grande Guerra non fosse mai finita. All’epoca lui un figlio nemmeno ce lo aveva, né una moglie. Il suo unico amore era la patria, il desiderio di combattere per l’Italia bruciava il suo cuore di giovane caporale e Giuseppe non desiderava altro che mettersi alla testa dei suoi uomini per condurli verso la vittoria. Ma a differenza sua, tanti dei combattenti del 19° Reggimento della Brigata Brescia una famiglia ce l’avevano eccome: le loro donne scrivevano lettere davanti al fuoco, la sera, e riempivano di baci e ciocche di capelli profumati le buste che arrivavano al fronte; i loro figli probabilmente sognavano di vederli tornare sorridenti, con il fucile a tracolla e qualche nuovo giocattolo nella bisaccia. Giuseppe però lo aveva capito fin troppo presto che la maggior parte di quelli che erano partiti con lui non sarebbe mai più tornata a casa.
Le lacrime continuavano a cadere, lente, dai bordi dei suoi occhi pieni di dolore. Giuseppe sentì il bisogno di inginocchiarsi sul legno, sopraffatto dall’alta marea dei vecchi ricordi, come una zattera in balìa di un naufragio. Aveva cinquant’anni ma se ne sentiva addosso il doppio. “Prendi queste onde e portale via da me” mugugnò a denti stretti, rivolgendo il pensiero di nuovo al crocefisso.
In quel momento, un refolo di vento fece ondeggiare il pulviscolo sospeso nell’aria. Dopo qualche istante, una mano amica si posò con delicatezza sulla sua spalla. Il naufrago si voltò, passandosi i palmi sul viso per asciugarsi le lacrime alla bell’è meglio. Anche se ormai esausto e spezzato, era ancora un soldato: non voleva che qualcuno lo vedesse in quelle condizioni. Accanto a lui, illuminato in parte dalla luce che filtrava dall’entrata, c’era un uomo di Dio.

Padre Bernàrd si era svegliato presto quella mattina, quando ancora le prime luci dell’alba non si erano alzate del tutto a illuminare i tetti di São Paulo. Aveva aperto le imposte scolorite e si era goduto il profumo dell’aria frizzante che entrava dalla finestra insieme ai primi rumori del quartiere sottostante. Si preannunciava una magnifica giornata. Il suo primo pensiero, mentre si sciacquava il viso con l’acqua fredda del catino, fu, come sempre, per il suo Signore. A Lui si era aggrappato come un naufrago nelle notti di burrasca vissute sotto il fuoco delle artiglierie, e sempre Lui aveva deciso di servire come frate vent’anni prima, una volta tornato a casa dopo la vittoria degli Alleati. Non si dimenticava mai di Dio, ed era certo che la cosa fosse reciproca. La seconda cosa che fece, mentre recitava le preghiere del mattino ai primi raggi del sole di luglio, fu ripassare mentalmente gli impegni della giornata. Era giorno di benedizioni quello, ed essendo padre Bernàrd l’unico uomo di chiesa in quella zona della periferia, toccava a lui andare di casa in casa a seminare nei cuori la parola di Dio. Inoltre, il giorno prima aveva ricevuto la triste notizia che la figlia della signora Vera Lúcia fosse in fin di vita. Purtroppo per la piccola non restava nulla da fare, se non impartirle la benedizione degli infermi per accompagnarla verso la fine del suo viaggio. Aveva promesso alla vedova che sarebbe andato da lei il prima possibile, perciò, dopo la solita colazione frugale, indossò il saio e si avviò.
Tra la visita alla bambina, le benedizioni nelle case e gli inviti a fermarsi per mangiare un boccone, tornò alla chiesa che era ormai mezzogiorno inoltrato. I ciottoli dei vicoli sotto i suoi sandali scottavano e l’aria tremolava per il calore. Il solito gruppo di ragazzi di strada stava giocando poco lontano dall’ingresso, impegnati come sempre a colpire il muro di mattoni rossicci dell’abitazione vicina con un pallone scolorito e rattoppato alla bell’è meglio. La maggior parte di loro era scalza, tutti indossavano canottiere troppo larghe e bandane legate intorno alla fronte. All’avvicinarsi del frate, i monelli afferrarono il pallone e sciamarono ridendo tra i vicoli, ben sapendo che padre Bernàrd non approvava i loro schiamazzi a quell’ora del pomeriggio, perché “disturbavano il sonno degli anziani”. Il frate li guardò sparire con una luce benevola negli occhi. “Dona loro vestiti della giusta misura e palloni nuovi di zecca” mormorò, con un breve sguardo verso l’alto. Dopodiché entrò in chiesa.

Non si aspettava certo che qualcuno avesse il coraggio di affrontare una calura così opprimente, quindi fu molto colpito quando si trovò davanti un uomo inginocchiato in una delle panche vicine all’ingresso. Piangeva, con le nocche bianche per lo sforzo di stringere un rosario. Era tipico degli uomini piangere in quel modo, con la testa incassata fra le spalle, il corpo rigido scosso dai sussulti e i singhiozzi brevi, spezzati, come se facessero fatica a uscire. Guardandolo, Bernàrd non ebbe dubbi: quell’uomo era stato un soldato come lui. Si mosse d’istinto e gli posò una mano sulla spalla, come tante volte aveva fatto in trincea. L’altro si girò, pulendosi gli occhi di scatto. In quel momento il frate lo riconobbe. Lo aveva già visto entrare in quella chiesa diverse volte nelle ultime settimane, ma per un motivo o per l’altro non si era mai fermato a dialogare con lui. Non sapeva nemmeno il suo nome.
“Le chiedo perdono padre, me ne vado subito” si giustificò lo sconosciuto, accennando ad alzarsi. Bernàrd lo trattenne. “Resti, non serve che vada via. Anzi, scusi se l’ho disturbata, immagino volesse stare solo”. L’altro esitò. “Veramente” rispose, dopo un momento di riflessione, “credo che la compagnia di uno come lei in questo momento potrebbe farmi bene all’anima. Le va di restare?”
Il frate si accomodò sulla panca.
“La sua faccia non mi è nuova, señor…”
“Giuseppe. Mi chiamo Giuseppe.”
“Giuseppe come?”
“Ungaretti.”
“Ah, italiano. E’ un piacere conoscerla, io sono Bernàrd, parroco di questa chiesa e di questo piccolo quartiere di periferia.”
Il poeta strinse la mano che il frate gli porgeva. Una stretta sicura, che lo fece sentire immediatamente come se la stesse stringendo a un suo commilitone.
“E’ francese?”
Oui, vengo da Reims.”
Giuseppe annuì e frugò nelle tasche alla ricerca di un fazzoletto con cui ripulirsi il viso.
“Ci sono stato, tanti anni fa. Una bella cittadina, che però non ho fatto in tempo a visitare come avrei voluto. C’era la guerra all’epoca.”
“Lo so bene, ho combattuto anch’io. Era la strada che il buon Dio aveva scelto di farmi percorrere perché lo incontrassi.”
Giuseppe abbozzò un mezzo sorriso.
“Beh, pare abbia funzionato.”
L’altro annuì.
“Dove combatteva?”
“Quinta divisione francese, sono tra i pochi sopravvissuti alla Somme.”
“Dio mio…quindi ha assistito al disastro.”
“Già. Credo sia nata lì la mia vocazione, sa? In mezzo a massacri senza senso e atti disumani. Ho visto piangere Dio e mi ha fatto tenerezza. Persino Lui sembrava impotente di fronte a tutto quell’orrore, così gli ho promesso che se mi fossi salvato da quella follia gli avrei dato la mia vita. Volevo fare la mia parte.”
Per un attimo, lo sguardo di Bernàrd si posò sul crocefisso. Il silenzio entrò di soppiatto e si accomodò tra i due vecchi soldati per qualche minuto. Nessuno dei due parlava, il ricordo del passato aveva chiuso la bocca a entrambi.
“L’ho vista piangere, poco fa” disse infine il frate, quando la marea nel suo cuore si placò, “Va tutto bene?”
Giuseppe impedì categoricamente alle lacrime di riaffiorare.
“Non direi…no” mormorò.
“E’ la guerra?”
Giuseppe scosse la testa senza dire nulla.
“Ho un po’ di tempo, oggi” lo incoraggiò Bernàrd, “Se ha una storia da raccontarmi la ascolto volentieri.”

“Ho perso un figlio, padre, e non è la prima volta. Era il 1921 quando è morto il primo, avevo sposato mia moglie Jeanne da poco più di un anno. Il lutto è stato difficile da affrontare, all’epoca nemmeno credevo in Dio, ma credevo nella mia sposa. L’amore che provavamo l’uno per l’altra ci ha tenuto in piedi anche quando nostro figlio appena nato ci è morto tra le braccia. Non siamo nemmeno riusciti a dargli un nome, ma nel mio cuore io avrei voluto chiamarlo Ettore, in memoria di uno dei miei più cari amici. Siamo rimasti forti, saldi…e ce l’abbiamo fatta. Il matrimonio ha retto e quattro anni dopo siamo stati benedetti con la nascita di un’altra vita: Anna Maria.”
Lo sguardo di Giuseppe si illuminò mentre ricordava, come quello di un bambino a cui viene fatta una sorpresa.
“Doveva vederla padre, era profumata come il pane appena sfornato e così bella da togliere il fiato, come sua madre. La gioia della mia “Ninon”, la vitalità che l’animava, sono state un balsamo per le nostre ferite. La sua sola presenza è stata sufficiente per convincermi che la vita non poteva essere tutta lì. Doveva necessariamente esserci qualcosa, Qualcuno anzi, di molto più grande di noi, una sorgente originaria di tutta quella vita che si opponeva giorno dopo giorno alla morte in cui ero stato immerso negli anni della guerra. E così, mi sono convertito. 1928, l’anno in cui Dio finalmente si è mostrato ai miei occhi. Ci ho messo qualche anno in più di lei, padre, ma alla fine mi sono reso conto che Dio era sempre stato con me.”
Padre Bernàrd annuì. Conosceva molto bene quella sensazione.
“Cosa accadde poi?”
“Due anni dopo la mia conversione è nato il piccolo Antonietto. Io e Jeanne eravamo al settimo cielo: il bambino era in salute, il parto non era stato affatto complicato e tutto stava andando per il verso giusto. “È fatta” mi sono detto, “il mondo è finalmente in pace, mia moglie mi ama, i miei due figli sono la mia più grande gioia e ho persino scoperto l’esistenza di Dio”. Anche la mia carriera stava andando a gonfie vele. Le poesie che avevo scritto durante la guerra piacevano alle persone, venivano lette, commentate, apprezzate, per tanti erano un modo per fare memoria di tutto ciò che il nostro mondo aveva dovuto subire, ma che era ormai acqua passata: ero convinto che da quel momento in poi la vita avrebbe avuto in serbo per me soltanto una sequenza ininterrotta di meraviglie. Mi chiamarono nientemeno che dall’università di São Paulo per insegnare letteratura e decisi di trasferirmi qui in Brasile con tutta la famiglia. Una nuova pagina della nostra vita si spalancava davanti a noi. Pensavo non potesse esserci un posto migliore in cui crescere i nostri figli, in cui portare mia moglie a fare lunghe passeggiate nei viali e magari anche in cui godersi la vecchiaia. Eppure, nonostante tutto, commisi l’imperdonabile errore di dimenticare.”

Giuseppe fece una lunga pausa. La stretta che si era allentata grazie alla presenza amica e alle parole del frate si chiuse di nuovo intorno al suo cuore. Un’ombra calò sul suo viso, la luce che gli aveva animato lo sguardo fino a quel momento si spense e quando riprese a parlare, il suo tono di voce divenne cupo. Improvvisamente, sembrò molto più vecchio.
“Mi dimenticai di quella sensazione che avevo provato nelle trincee sul Carso, in quelle notti in cui le nuvole non velavano il cielo notturno e io e i miei compagni rimanevamo lì, stesi dietro le palizzate a fissare le stelle che brillavano fredde sopra di noi. Ci guardavamo nel buio senza parlare, prendendoci per mano, e osavamo sperare per qualche istante in un mondo senza guerra. Era proprio in quei momenti, quando ci dimenticavamo di essa, che la guerra tornava. Il silenzio della notte veniva squarciato da un urlo disumano e il nemico ci piombava addosso, rovesciandosi nei terrapieni come un fiume impetuoso. Le stelle sparivano, spariva il desiderio di un mondo migliore, spariva tutto. L’unica cosa che rimaneva era la disperazione, il desiderio feroce di rimanere attaccati alla vita e combattere per poter vedere il cielo splendere sopra di noi ancora una volta. La stessa cosa è successa di nuovo, anni dopo. Mentre ero distratto a guardare il cielo stellato della mia vita, all’improvviso è arrivata la morte e mi ha portato via il figlio che più amavo. Antonietto soffriva di appendicite e non ce ne siamo accorti finché non è stato troppo tardi. I medici non hanno potuto fare niente per salvarlo.”
Il flusso dei ricordi si spezzò, si tinse di nuove lacrime, Giuseppe piegò la schiena e si premette le mani sul viso. “Mia moglie ha dovuto stringere tra le braccia il corpo senza vita di un altro figlio” balbettò, “Credevo…credevo di essermi abituato alla morte. Credevo di…”
Non riuscì a continuare. Padre Bernàrd lasciò che si sfogasse. Il pianto degli uomini era una terra sacra che aveva imparato a calpestare con discrezione, perciò la sola cosa che fece fu avvolgere le spalle di Giuseppe in un abbraccio senza parole. I due uomini restarono uno accanto all’altro per lungo tempo. Entrambi erano soldati, entrambi erano padri. Si capivano a vicenda anche se si erano appena conosciuti.
“Come si chiama un uomo che perde un figlio, padre? Lei lo sa? A questo pensavo quando è entrato. Pensavo a quanto sia ingiusto che nella mia lingua non ci sia neanche un termine che descriva la condizione di chi, come me, aveva un figlio e ora…gli è stato tolto”.

Il frate non rispose subito. Quella domanda lo aveva colpito. Alzò gli occhi. Ripensò alla sua storia, a quanti figli spirituali aveva perso nel corso del suo ministero, alla figlia di Vera Lucìa che solo poche ore prima aveva visto spegnersi lentamente, con la testolina reclinata sul cuscino e il petto immobile. La madre della piccola aveva aperto le finestre. “Così domani può tornare” aveva detto, con le lacrime agli occhi e il sorriso caldo delle donne del Sud America. Improvvisamente, Bernàrd seppe cosa dire.
“Non ci si abitua mai alla morte, Giuseppe. La morte è morte, e quella di un figlio è la più straziante di tutte. Io non ho per lei una formula miracolosa che possa ridarle Antonietto, temo che credere nella Resurrezione non significhi poter riportare indietro a nostro piacimento chi non c’è più, ma…
“Allora a cosa serve?” lo interruppe Giuseppe, quasi con rabbia, con gli occhi arrossati fissi nei suoi.
“Dio non ci salva dalla morte, Giuseppe. Ci salva nella morte!” ora Bernàrd quasi gridava, la sua voce risuonava tra le mura della chiesa. “Non è venuto a portare invincibilità, ma salvezza. Lui c’era, in quella notte squarciata da grida di guerra e intrisa di sangue che io e lei abbiamo vissuto per anni. Ma c’era anche il giorno dopo, quando il sole sorgeva sui morti, sui feriti e sui vivi. Lui era lì, con noi, a gridare a gran voce che c’è luce dopo la notte.”
Il frate fece una pausa per riprendere fiato. Strinse le mani di quell’uomo spezzato e lo fissò. In quel momento, Giuseppe si accorse che anche il suo interlocutore aveva gli occhi lucidi, ma sorrideva. Quando Bernàrd riprese a parlare, lo fece quasi in un sussurro e gli diede del “tu” per la prima volta.
“Tu non l’hai perso, Giuseppe. E di certo non è stato Dio a strappartelo. Stai commettendo l’errore di cercare Antonietto nella notte, per questo non riesci a trovare un senso a tutta questa sofferenza. Cercalo nel mattino, Giuseppe. Ogni giorno. Apri le finestre della sua stanza e cercalo nel candore dell’alba, nel sole che scalda le guance di tua figlia, nel vento che soffia lungo i viali in cui passeggerai con tua moglie, perché sarà là che lo troverai, insieme a Ettore e a tutti coloro che hai perso. Tuo figlio sarà per te l’aurora, Giuseppe. Non dimenticarlo mai.”

Per un po’ nessuno dei due padri soldati disse nulla. Bernàrd teneva una mano sulla spalla di Giuseppe e il naufrago piangeva, senza più nessuna vergogna, abbandonato alla corrente di un mare che intorno a lui si faceva sempre meno impetuoso. Dopo diversi minuti, il frate si alzò. Giuseppe sollevò il viso e gli rivolse un sorriso messo insieme come poteva. “Ho la risposta alla tua domanda” disse Bernàrd, “E ce l’hai anche tu, la trovi laggiù”. Indicò in direzione dell’altare, poi salutò il poeta con un cenno del capo, si avviò lentamente lungo la navata e uscì senza aggiungere altro. Rimasto solo, Giuseppe attese che le lacrime si asciugassero, poi si alzò anche lui: era giunto il momento di tornare a casa, anche se era uscito solo da poche ore, sentiva la nostalgia delle braccia di Jeanne e della risata di Anna Maria. Mise una mano sul portone e rivolse un ultimo sguardo al crocefisso. Come aveva fatto a non capirlo subito? Padre Bernàrd aveva ragione.
Un padre che perde il figlio si chiama Dio.

” […] Questo sole e tanto spazio
ti calmino. Nel puro vento udire
puoi il tempo camminare e la mia voce.
Ho in me raccolto a poco a poco e chiuso
lo slancio muto della tua speranza.
Sono per te l’aurora e intatto giorno.”

(“Giorno per Giorno”, Giuseppe Ungaretti, 1946)


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