
Il nome di questo blog dovrebbe darvi un’idea piuttosto precisa di ciò che penso di Tolkien. Per tutti quelli che non hanno mai letto il mio primo articolo (Nomen Omen), il “The Eagle and Child” è un pub di Oxford dove il Professore aveva l’abitudine di incontrarsi con gli Inklings,“quella cerchia mobile e variabile di amici” (come lui stesso li definisce in una lettera del 1967) con i quali condivideva la creazione di mondi fantastici, letture di racconti inediti, risate e pensieri tra il fuoco del camino e qualche boccale di birra. Ho scelto questo nome per il legame profondo e indissolubile che ho con questo scrittore, le cui opere sono state per me una porta di ingresso (e un punto di non ritorno) nel mondo del fantasy, prima letterario, poi declinato in quasi ogni altra forma possibile (dalle canzoni dei Rhapsody of Fire a Elden Ring, passando per D&D, per dire). “Il Signore degli Anelli”, “Lo Hobbit” e “Il Silmarillion”, che ho avuto la fortuna di leggere quando ero molto piccolo, sono storie che hanno forgiato il mio modo di pensare, scrivere ed essere, romanzi dalla qualità letteraria indiscussa, dopo i quali non è stato più possibile concepire il fantasy allo stesso modo. Stesso discorso vale per i film di Peter Jackson, santa trinità di ogni appassionato di fantasy che si rispetti, che pur con tutti i loro difetti sono stati gli unici al mondo a rappresentare la complessità e la meraviglia della Terra di Mezzo con un livello di fedeltà, qualità e soprattutto amore ancora oggi insuperato.

Ciò detto, potete ben immaginare la mia reazione quando ha cominciato a diffondersi la notizia che Amazon in persona avrebbe portato sulla sua piattaforma una serie tv dedicata all’universo narrativo creato da uno dei miei scrittori preferiti. No, non ero in hype. Il mio primo pensiero è stato: “Ok, o fanno una cazzata, oppure questa roba sarà un capolavoro”. Per farmi un’idea più precisa però, ho preferito aspettare i trailer (che di solito non guardo, ma stavolta la curiosità ha avuto la meglio). Mi è bastato vederne alcuni di quelli rilasciati nei mesi precedenti al debutto per sentire i miei piedi farsi di piombo: non mi stavano convincendo, avevo una fastidiosa sensazione addosso, come se tutto ciò che appariva a schermo, per quanto esteticamente d’impatto, avesse qualcosa di strano. Non avrei saputo spiegarlo a parole. Non ero eccitato, però non ero nemmeno deluso, così ho optato per una via di mezzo: attendere pazientemente l’uscita dei primi due episodi, mosso non da un desiderio incontenibile ma da una genuina curiosità. “Chissà, forse sarà bello e questa sensazione sparirà. Forse questa serie si ritaglierà un posto nel mio cuore, magari accanto alla trilogia di Jackson” dicevo tra me e me, senza avere il coraggio di esprimere quella flebile speranza ad alta voce.
Beh, ancora non lo sapevo, ma di lì a poco avrei visto quella speranza precipitare nell’oscurità, come Gandalf dal ponte di Khazad-dûm.

Le prime cose a colpirmi positivamente (che poi sono le stesse che all’inizio hanno colpito positivamente tutti), sono state la potenza visiva di alcune ambientazioni e la colonna sonora, nelle cui note ho sentito un’eco di jacksoniana memoria. Sì, mi ha emozionato ascoltare la voce narrante di Galadriel nel prologo, scorgere per un breve attimo gli splendidi Alberi di Valinor e la silhouette minacciosa del Signore Oscuro, ma questo non mi ha impedito di notare tanti difetti: incongruenze, eventi privi di senso (vogliamo parlare della mogliettina di Celeborn che si tuffa in mare aperto senza avere la benché minima speranza di raggiungere la costa prima di affogare?), dialoghi poco incisivi, pettinature elfiche che avrebbero fatto furore negli anni sessanta e personaggi troppo, troppo tiepidi. Un bilancio iniziale piuttosto deludente nel suo complesso, seppure a mio parere non ancora disastroso.

Così ho continuato, settimana dopo settimana, episodio dopo episodio. Ben presto purtroppo, le cose che all’inizio scricchiolavano hanno cominciato a sfasciarsi completamente e quelli che avevo intravisto come semplici difetti, si sono rivelati abomini grossi come Olifanti: le incongruenze si sono trasformate in voragini narrative, gli eventi accaduti “perché sì” hanno cominciato ad accumularsi e la “qualità” della sceneggiatura è precipitata a livelli infimi. Alle pettinature alla Elvis si sono aggiunte tonnellate di scene cringe, sequenze in slow motion ridicole (su tutte l’indimenticabile cavalcata/pubblicità dello shampoo di Galadriel nel terzo episodio, con quel terrificante ghigno finale) e coreografie di combattimento stranianti. Per non parlare poi dell’inutilità di personaggi come Eärien (se non ricordate chi sia non preoccupatevi, è normale), della mancanza di ritmo e dell’incongruenza quasi totale con il canone tolkeniano, per il quale gli sceneggiatori non hanno avuto il minimo rispetto, salvo poi infarcire gli episodi (su tutti, l’ottavo) di citazioni ai film di Jackson in un vano tentativo di strappare qualche lacrima agli appassionati prima dei titoli di coda.
Dopo essere arrivato al “gran finale” con non poca fatica, facendo un bilancio mi sono reso conto di aver passato otto ore della mia vita a guardare un prodotto che non meritava il mio tempo. Non me ne pento, sia chiaro, l’ho scelto io. In primis, perché da appassionato ho voluto arrivare fino in fondo per poter dire la mia. In secundis, perché grazie agli “Anelli del Potere” ho conosciuto diversi fan di Tolkien molto autorevoli in ambito sia cinematografico che letterario (su tutti Luca Pantanetti di Scriptorama e Paolo Nardi), capaci di analizzare ogni episodio con passione, senso critico, oggettività e sarcasmo tagliente. Non li ringrazierò mai abbastanza per le grasse risate che mi sono fatto e per avermi reso uno spettatore più consapevole.

La verità è che in questa serie sembra esserci tutto ma manca l’essenziale: manca la vita che permeava la Terra di Mezzo nei libri e nella trilogia originale, manca l’epicità delle battaglie come il Fosso di Helm o i Campi del Pelennor, la profondità dei valori, la complessità dei personaggi e l’incanto che soltanto un genere come il fantasy del Professore può trasmettere.
In definitiva, manca il cuore.
A distanza di sei mesi dal debutto, per quanto sia un boccone molto amaro da ingoiare, “Gli Anelli del Potere” si conferma una gigantesca occasione sprecata. I due showrunner Patrick McKay e J.D. Payne, appassionati del “Signore degli Anelli” quanto volete ma comunque esordienti, hanno portato sui nostri schermi un prodotto noioso, banale e deludente, condannato ad essere ricordato soltanto per i suoi difetti. Amazon ha confezionato un compitino da un miliardo di dollari che non rende minimamente giustizia all’universo narrativo che vorrebbe raccontare, un guscio bellissimo all’esterno ma vuoto all’interno, in grado di soddisfare solamente le aspettative di uno spettatore superficiale e con il senso critico azzerato. L’ennesima prova che non basta fregiarsi del nome di un grande scrittore per diventare capaci di raccontare una grande storia.
° ° °

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Grazie mille Jaco per l’articolo, molto bello e mi sono trovato d’accordo su tutto. Vorrei aggiungere un paio di cose: per me si vede che hanno preso un prodotto che sapevano già che sarebbe stato “fruttuoso” (passami il termine) e hanno cercato di farci su dei soldi. Anche solo il fatto che si chiami “Il Signore degli Anelli: gli Anelli del Potere” dimostra questo voler cavalcare l’onda della fama dei film di Peter Jackson. La cosa che mi fa girare di più è che hanno puntato tantissimo sull’epicità della serie (basti guardare i paesaggi come l’isola di Numenor) ma senza che questa epicità veicolasse qualcosa. Non racconta una storia, fa vedere delle scene che servono solo a fare da sfondo per degli effetti grafici (belli per carità, ma con i 40 e passa milioni che ci hanno speso ci mancherebbe solo che ci propinassero degli effetti speciali scadenti) tralasciando totalmente l’approfondimento dei luoghi e dei personaggi. A questo proposito mi ha molto infastidito la caratterizzazione dei personaggi, così piatti da poterli usare come livella per i mobili, Galadriel è una bambina capricciosa che è contenta solo se tutti fanno come dice lei (o se sta facendo una pubblicità per gli shampoo), Arondir -con Bronwyn- (sì i nomi li ho dovuti cercare), Beren e Luthien wannabe, con lui che potrebbe andare in giro solo in elfiche mutande perchè tanto ha già la plot armor più spessa del West. Potrei andare avanti ma mi fermo qui che è meglio, ma la sostanza è che (almeno io personalmente) in questi personaggi non ci si riesce ad immedesimare, non c’è chiaroscuro, i personaggi sono fatti e finiti fin dall’inizio della serie, non c’è crescita. Non li impari a conoscere, perchè alla fine a chi ha fatto la serie non interessa che tu li conosca, basta che tu ti guardi le battaglie “epiche” e non gli rompi le scatole. Concludo (per la gioia di Jaco) con una serie di premi per i nostri personaggi:
-Miglior pubblicità per shampoo a Galadriel
-Acrobazie più inutili nei combattimento a cavallo (sempre) a Galadriel
-Plot Twist meno twist della storia a Sauron (Halbrand perchè Annatar era troppo fedele all’originale)
-Miglior barba nanica a Disa la nana (ma guarda che se guardi bene ha le basette lun- SEVABBE)
Un ringraziamento speciale agli elfi, esseri immortali per volontà di ERU IN PERSONA, che hanno deciso di iniziare a morire per mandare avanti la trama
Un minuto di silenzio per Celeborn fratm ingiustamente “ammazzato” per il bene superiore (la “trama”)
Infine i miei più sinceri complimenti ad Elrond, migliore amico di Galadriel, che in virtù di questa amicizia si sposa sua figlia (di Galadriel e CELEBORN) Celebrian.
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Assolutamente d’accordo Bizzo, questa serie è un ammasso di immagini epiche che in realtà non raccontano nulla, e di personaggi completamente privi di qualsiasi crescita. Iniziano in un mondo e finiscono uguali a se stessi. Perciò la domanda sorge spontanea… raccontare la storia storia a cosa cavolo è servito??
Ho particolarmente apprezzato la fantasia dei premi che hai dato ahahaha
Grazie del commento!
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