Il Dio del ramo spezzato

Il silenzio è casa e pace, stanotte.

Busto Arsizio, chi avrebbe mai detto che ci sarei tornato? L’ultima volta risale a qualche anno fa, quando ho portato qui la mia famiglia, guidato dalla convinzione ferrea di aver vinto un premio letterario che in realtà non mi era stato assegnato. La più grande figura di merda della mia vita, probabilmente. Ma quella è una storia poco interessante. Piuttosto, credo sia più importante raccontarvi cosa io ci faccia seduto qui.

Guardo l’orologio: l’una e mezza. Le mura della cappellina mi circondano come braccia. Mi è stato detto che qui ultimamente avvengano i miracoli: le persone piangono e si liberano dei loro fardelli, nelle pieghe dell’anima fioriscono semi e vite spesso alla deriva trovano una costa amica. O almeno, questo è quello che don Alberto Ravagnani e Alessio, uno dei suoi ragazzi, ci hanno testimoniato. Hanno raccontato l’esperienza del loro oratorio a viso aperto, davanti a centinaia di persone riunite per ascoltarli, usando termini quali “miracoli”, “santità”, “dare la vita” con uno sguardo e un’autorevolezza tali da suscitare ammirazione e interesse in molti di noi. “Venite e vedete” ci hanno detto alla fine, a mo’ di sfida, e così abbiamo fatto: il 24 e il 25 aprile, insieme a un gruppo molto variegato di ragazzi di Cavriago e Sassuolo, siamo partiti alla volta dell’Oratorio San Filippo Neri.

Solo ora mi accorgo di quanto questo silenzio mi sia mancato. Gli ultimi anni non sono stati facili per la mia fede. Non l’ho mai persa, ma spesso l’ho trascurata, accantonandola in un angolino buio come se fosse un cimelio su una mensola che ti scordi di possedere. Giorno dopo giorno, se non li curi, i valori si offuscano, la luce si affievolisce e le ragnatele rischiano di ricoprire tutto. Le mie colpe sono la routine, la pigrizia, la sfiducia…le solite cose, insomma. Nonostante tutta la polvere accumulata però, c’è una cosa che questi luoghi mi trasmettono sempre con la stessa intensità: la sensazione di sentirmi come se fossi a piedi scalzi a girare per casa mia. In ogni cappellina, chiesa o cattedrale di cui varco la soglia, mi sembra di percepire il “sussurro” che Elia ha sentito sulla vetta del monte, una “qòl demamah daqqah” che mi invita a sedermi e a lasciarmi guardare per quello che sono. Non ci sono giudizio né filtri in quello sguardo, solo il bagliore di un sorriso di compassione, come se Dio mi dicesse: “Guardati, possibile che tu ancora non ti sia reso conto di quanto vali?”. Poi si siede accanto a me e mi mette un braccio intorno alle spalle con fare paterno. Rimaniamo lì, a guardare entrambi verso la Croce a cui è appeso suo Figlio.

Forse è per questo che i ragazzi che passano a fare adorazione al San Filippo cambiano vita. Forse intuiscono che qui Dio non se ne sta in un punto imprecisato tra il soffitto e l’altare a farsi ammirare, ma si siede a pregare pure lui sulla panche, incrocia le gambe sui cuscini sparsi sul pavimento, sgomita per infilarsi nei posti migliori. Qualche sera si accontenta anche di stare in piedi, verso il fondo della stanza, dove nessuno lo vede. Al suo passaggio le candele, prima immobili, ondeggiano. Si gode il silenzio, oppure le dita di una ragazza che di tanto in tanto accarezzano le corde di una chitarra. A volte fa sgorgare le lacrime in un animo arido, altre le asciuga. A volte racconta storie, più spesso però ama ascoltarle. Gli hanno parlato di tutto ormai: rami spezzati di colpo, proposte di matrimonio, droga, perdita di senso, incontri rivoluzionari, vocazioni sacerdotali, desideri realizzati e suppliche lasciate senza risposta. In mezzo a queste storie non è raro che si prenda anche insulti stretti fra i denti, rabbia, odio, accuse, schiaffi…accetta pazientemente ogni cosa, senza mai sottrarsi. Nel frattempo, mentre le ore e le persone lentamente scorrono via, Lui rimane: abbraccia, semina, risana, accende, sussurra verità scomode e rivoluziona i cuori. Mi piace pensare che a un certo punto rimanga solo, poco prima dell’alba, a guardare i primi raggi del sole che filtrano nella cappellina ormai vuota.

Alla base di ogni vita che cambia, più che un miracolo, c’è un incontro. Come in ogni storia degna di questo nome, ciò che fa la differenza sono i personaggi, le relazioni che nascono con coloro che troviamo sul nostro cammino. Ecco, io credo che Alessio, Cecilia, Pietro, Alberto, Jacopo, Sofia e tantissimi altri, grazie a ciò che don Alberto sta creando, su quella strada abbiano trovato Dio. Ho visto un oratorio fatto di corpi, non esente da difetti fortunatamente, ma libero da tutte quelle sovrastrutture di cui spesso soffrono i posti come quello. In particolare sono rimasto colpito da come tutto ruotasse intorno a un unico centro: Dio. Le storie dei ragazzi, ma più di tutto il loro modo di essere e di stare insieme, hanno fatto affiorare il volto non di una divinità astratta o “costruita” che vive chissà dove, ma quello di un uomo vero, vivo, che abita le mura dell’oratorio e cammina spalla a spalla con loro. “Da come vi amerete sapranno che siete miei” diceva un tale. I loro sguardi luminosi, la loro schiettezza, il loro spirito di fraternità (tre cose, fra le altre, di cui non li ringrazierò mai abbastanza) hanno riacceso in me l’entusiasmo di credere.

Il messaggio che ci hanno consegnato in questi due giorni di vita insieme è semplice, scontato per tanti, ma di cui non è così scontato fare esperienza con così tanta verità: finché rimane un cimelio sopra una mensola, un concetto espresso durante una testimonianza o qualche riga di un articolo, Dio non sarà mai credibile. La fede deve impastare la vita dell’uomo, sporcarla, rimescolarla. Deve farsi carne, terra, pane, mani, volti, casa. Deve essere schiaffo, ferita, carezza, lacrime, risata. L’unica chance che Dio ha di poter entrare nei nostri cuori e spazzare via la polvere che li ricopre, è di sedersi accanto a noi dopo una lunga giornata, ad aspettare l’alba. Dopotutto, non ci cambierebbe forse la vita poter dire di aver visto il sole sorgere con il Signore?

Jacopo Azzimondi


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2 pensieri riguardo “Il Dio del ramo spezzato

  1. Jacopo oltre ad essere un ragazzo con gli occhi e il cuore aperto ti auguro di saper accompagnare altri sussurrando a tu per tu nell’amicizia ciò che vedi e vivi.

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  2. Bravo sei riuscito a comunicare emozioni positive che possono aiutare molti,giovani e non, a guardarsi dentro. Non è’ questo uno dei fini della nobile arte dello scrivere?

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