“Ne conosco uno bravo”

E’ il ventitré dicembre 2020, una di quelle giornate di primo inverno in cui la luce svanisce presto. Sono accaldato, dopo essere sceso dal treno ho camminato in fretta. Sposto lo sguardo sui campanelli, cercando un nome in mezzo alle targhette dell’elenco: Aretè. Eccolo. Prendo un respiro profondo e alzo un dito per suonare.
Ho imparato che in casi come questi, la scelta migliore è non esitare: non devi permettere al tuo cervello di rendersi conto di quello che stai per fare, perché ti spingerebbe a pentirtene. E io non voglio certo pentirmene, ho rimandato questa cosa per troppi anni. L’ombra della solita selva di stereotipi misti a dubbi e paure mi oscura dentro, come una pioggia di frecce che minaccia di abbattersi su di me: “Dallo strizzacervelli ci vanno gli sfigati”, “Cosa diranno i miei?”, “Spenderò un sacco di soldi per niente”, “Forse è meglio rimandare, non sto poi così male…”
Non è la prima volta che le affronto: nell’ultimo periodo le ho viste spesso, ci ho combattuto fino allo sfinimento e finora mi hanno sempre sconfitto. Ma stavolta le scaccio con veemenza. Prima che mi colpiscano, suono il campanello.
“Chi è?”
“Sono Jacopo Azzimondi, ho prenotato un colloquio.”
“Sì, vieni pure.”
Entro nell’edificio e salgo le scale senza pensare a niente, dimenticandomi di alzare la mascherina. Mi batte il cuore, non ricordo neanche a che piano devo andare. Dopo qualche rampa, mi ritrovo davanti a una porta. E’ già socchiusa, dall’altra parte mi aspettano. La consapevolezza di non poter più tornare indietro spazza via tutta l’ansia in un colpo solo, come durante gli esami universitari quando un prof chiama il tuo nome da dentro il suo studio. “E’ fatta”, mi dico mentre spingo la maniglia e varco la soglia, “adesso sono cazzi miei”.

Ebbene sì, esattamente un anno fa ho iniziato ad andare dallo psicologo.

E’ cominciato tutto a novembre del 2020. Anzi no, molto prima, ma la mia presa di coscienza definitiva risale a quel periodo. Vuoi per gli effetti della pandemia, vuoi per le burrasche amorose, sta di fatto che mi sono reso conto di avere dei grossi problemi interiori che stavano minacciando la mia capacità di relazione, problemi che mi ero trascinato dietro per venticinque anni e che non avevo mai avuto il coraggio di riconoscere come tali. Mi sentivo inetto come Zeno Cosini, un personaggio di Italo Svevo in cui mio malgrado mi sono sempre rispecchiato. Esattamente come lui, ero convinto di essere “inadatto” a vivere la mia stessa vita e ormai troppo debole per riuscire a prenderla in mano con decisione. A un certo punto mi sono state sbattute in faccia tutte le mie mancanze. Quel dolore così profondo mi ha salvato.

E finalmente ho reagito.

Ho cominciato a guardarmi intorno, soprattutto online. Ho fatto un primo colloquio virtuale con uno psicologo toscano. Sembrava preparato e molto professionale, ma mi sono subito accorto di avere bisogno di altro: mi serviva qualcuno che fosse vicino a me, sia in termini di vicinanza fisica che di mentalità, che potesse ascoltarmi e comprendermi fino in fondo. Ho chiesto consiglio a chi ne sapeva più di me ed è saltato fuori il nome del Progetto Aretè di Reggio Emilia. Ho prenotato un appuntamento, stavolta in presenza, e un pomeriggio di dicembre sono saltato sul primo treno disponibile. Ovviamente non ho detto nulla a nessuno. In casa me la sono cavata con un evasivo: “Esco per un po’, devo andare a Reggio”.

Così ho iniziato il mio percorso. Mi fa ancora strano chiamarla “terapia”, perché di fatto durante le sedute non abbiamo mai usato questa parola. E nemmeno “sedute”, ora che ci penso. Paolo, il mio strizzacervelli personale, li chiamava “incontri” e definiva il nostro rapporto con il termine “percorso”, perciò mi sono adattato. Ha dimostrato fin da subito una grande professionalità (“vissuta” e non solo “studiata”, come si legge sul suo profilo). Mi ascoltava parlare e prendeva righe e righe di appunti sul suo computer, cercando di capirci qualcosa in mezzo al marea di roba che ogni volta gli riversavo addosso. Da narratore in erba, come ormai avrete capito, non sono uno che si fa dei problemi a raccontare le cose alla gente. Con Paolo non è stato diverso. Fin dal primo incontro si è interessato a me e mi ha lasciato libero di parlargli di qualunque cosa volessi, dalle piccole inezie quotidiane alle contraddizioni più nascoste. E’ un tipo acuto, appassionato dell’uomo e molto discreto. Ogni volta che parlava era capace di sciogliere pazientemente tutti i nodi della mia matassa. Io sproloquiavo per quaranta minuti, spesso facendo confusione, accavallando eventi ed emozioni, ma chissà come alla fine lui riusciva sempre a ridurre tutto ai minimi termini, senza sminuire né dimenticare nulla. Mi aiutava a concentrarmi sui traguardi, anche quelli piccoli, e a dare un nome alle cose. Accendeva luci in mezzo alle mie nebbie, facendo emergere le parti di me che per tanti anni erano rimaste sotto la superficie. Ogni volta che uscivo dal suo studio, ero leggero e sentivo di essermi capito un po’ di più.

Entravo, mi sedevo di fronte alla sua scrivania e cominciavo a raccontarmi. Lui ascoltava e scriveva in silenzio, mentre la luce che filtrava dai frangisole cambiava, mese dopo mese. Ben presto ho ricominciato a respirare. La mia visione di me stesso si è come allargata e lentamente mi sono accorto che di quella massa nebbiosa che all’inizio minacciava di soffocarmi, non restavano che gli ultimi strascichi. Ho riflettuto spesso su questo paragone durante la mia terapia: fino a quel momento, senza rendermene conto, ero stato come uno di quei nudi di Michelangelo imprigionati nello stesso marmo pallido che li compone. Ero un capolavoro del non finito. Dopo un anno ho finalmente compreso pienamente il senso del nome del progetto di cui facevo parte: aretè è una parola greca che indica la capacità delle cose di realizzare ciò che sono chiamate ad essere. Pezzo dopo pezzo, grazie all’aiuto di Paolo, la mia gabbia si è sgretolata: sotto il marmo ho scoperto la parte più libera e vera di me.

Questa nuova consapevolezza ha cominciato a farsi largo nella mia vita di tutti i giorni. Ne ho avuto la conferma in più di un’occasione, specialmente quando ho cominciato a confidare il mio “segreto” alle persone, quasi senza accorgermene. La mattina del primo aprile, ad esempio, mentre uscivo di casa per andare allo studio, ho incrociato mia madre. Alla domanda “dove vai?” mi è venuto spontaneo rispondere dicendole la verità sul mio percorso di psicoterapia. L’ho fatto con una serenità tale che non ci credevo nemmeno io. La stessa cosa è successa con altre persone, alle quali mai mi sarei aspettato di rivelare una cosa così privata. Da quel momento in poi, ogni imbarazzo che mi impediva di parlare di questi argomenti è svanito, tanto che ho deciso di chiudere questo cerchio mettendo tutto nero su bianco, davanti agli occhi di chiunque vorrà leggermi. Dopotutto, dove mai poteva finire una storia come questa se non qui?

Nel corso di questo anno, mi sono reso conto che c’è ancora troppa gente che teme gli psicologi. Le parole “terapia”, “sedute”, “salute psichica”, unite agli stereotipi che citavo in apertura e all’ignoranza di massa, generano una forma di paura sottile, come se fossero cose sgradevoli con cui è meglio non avere a che fare. Perché tanto lo psicologo è per i disperati, no? Per quelli messi davvero male…non certo per noi, che viviamo vite perfette al riparo dai problemi. Molte persone la pensano ancora così. E se è vero che negli ultimi anni ci sono segnali di una maggiore apertura, è anche vero che c’è e ci sarà sempre bisogno di qualcuno che racconti alle persone la verità.

“Fai tutto quello che non puoi non fare” diceva un tale. Ebbene, ho scritto questo articolo perché non potevo non scriverlo. Ci sono passato, gente. So cosa si prova a voltare la faccia dall’altra parte perché non ci si sente in grado di vincere le proprie paure. So anche che mettersi a nudo e farsi scavare dentro da qualcuno non è facile per niente. Però so anche che, a lungo andare, far finta di non vedere i problemi non fa altro che ingigantirli. Non serve chissà cosa, a volte è sufficiente fare il primo passo: oggi per prenotare un colloquio preliminare basta una chiamata, un messaggio sui social, una mail. Ci farebbe già tanto bene. E vi assicuro che per quanto possa essere ardua la traversata, dall’altra parte troveremo qualcuno ad aspettarci, come mai lo abbiamo visto prima.

Noi stessi.

° ° °

Ringrazio di cuore Paolo e tutto il Progetto Areté per avermi accompagnato e sostenuto. Qui sotto vi lascio il link al loro sito, con tutti i contatti utili. Spero possa servire a qualcuno.
Ci vediamo l’anno prossimo, buon anno a tutti.

Contatti: https://www.studiobernadette.it/contatti/


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