Oggi voglio parlarvi del mare, del mio mare.
Non fatevi illusioni, però. Le acque della Riviera Romagnola non sono né limpide, né così belle da sembrare finte come quelle della Sardegna. I fondali sono bassi, mollicci, terribilmente noiosi da esplorare e le città non vantano certo una storia millenaria né particolari contaminazioni con antiche civiltà, al contrario di quelle della Sicilia. Spesso sono piccole, poco interessanti e strabordanti di turisti. Qualcuno potrebbe pensare che non ci sia poi molto da raccontare. Ma io me ne frego e ve lo racconto lo stesso.
E’ un pomeriggio di luglio di tanti anni fa, c’è un caldo torrido. Con l’arroganza dei miei sette anni e mezzo, emergo dall’Adriatico sentendomi una specie di piccolo Aquaman, solo con la pelle molto più pallida (e ustionata), senza barba, né tridente, né pettorali. Zigzagando tra balenottere spiaggiate al sole e famigliole trincerate dietro barricate di asciugamani, sfreccio verso l’ombrellone stringendo tra le mani il mio secchiello giallo, galvanizzato dall’impresa di poco prima. “MAMMA! MAMMA!” urlo, al settimo cielo, senza preoccuparmi di schivare il vassoio di dolcetti di sabbia preparati con tanta cura da mia sorella. Mirtilli spappolati e frammenti di muffin volano dappertutto. Neanche a dirlo, Irene scoppia in un pianto rabbioso e sfodera una micidiale paletta di plastica, pronta alla vendetta. Mio nonno, steso sulla sedia a sdraio, si riscuote dal sonno con un sobbalzo: “Tina, cosa succede? C’è la guerra?”. Sua moglie Santina, santa donna e santa nonna, alza il viso dalla Settimana Enigmistica e rassicura il marito con la solita pacatezza: “Ma no Walter, la guerra è finita. E’ solo tuo nipote che fa i dispetti a sua sorella.” Nel frattempo, sfuggo per un soffio alle palettate e finalmente mi catapulto fra le braccia di mia madre. “Mamma, guarda cosa abbiamo trovato io e lo zio! E’ un granchio vero!” strillo, porgendole il mio trofeo. “Amore, ma…ma è bellissimo!” esclama lei, lanciando un’occhiata mezza schifata alla carcassa di granchio che galleggia senza vita in tre dita d’acqua limacciosa. Dal tono non mi sembra molto convinta. Poi però mi abbraccia e allora sì, deve essere convinta per forza.
Seconda scena, un po’ più recente.
Stavolta è sera. Dove potrei mai essere, se non sopra una terrazza a guardare la notte? C’è poesia nelle terrazze. Quando andrò a vivere da solo, farò in modo di trovarmi un appartamento che abbia un balcone, una ballatoio, o comunque un posto qualsiasi affacciato sul mondo esterno, in cui scrivere, ascoltare musica country, baciare qualcuno o semplicemente starmene zitto a pensare. Sotto di me, la strada è illuminata a tratti dai fari delle poche automobili ancora in giro e dalle insegne a neon delle gelaterie. I grilli friniscono fra le fronde dei pini marittimi che ombreggiano il viale. L’alta marea accarezza il corpo del litorale con la tenerezza di un’innamorata: si ritrae, si riavvicina con insistenza, esige una risposta. Non c’è in giro quasi nessuno: un paio di nottambuli in bicicletta, qualche sporadico gruppetto di ragazzi che tornano a casa dopo una serata in discoteca e una donna dai capelli lunghi che fuma, appoggiata a un davanzale. Il suo viso è un enigma che la fioca brace della sigaretta non riesce a svelare. Sto aspettando, con il telefono stretto fra le mani e il mio cuore ventenne che batte nel buio. Sento vibrare la notifica di un messaggio, lo schermo del mio vecchio Nokia si accende di colpo.
“Ei, scusami se rispondo ora. Sei ancora sveglio?”
Una scarica di silenziosa euforia mi pervade: è lei, finalmente.
“Sì”.
Ultima scena.
Sono le 5.30 di una mattina di qualche settimana fa. A quell’ora la penombra nella case sul mare è azzurra e un respiro di brezza salata fa ondeggiare le tende alle finestre. Da qualche parte in un paesino della Riviera, un vecchio pescatore apre gli occhi. Il suo primo istinto è di cercare la moglie con la mano, come fa tutte le mattine fin dalla loro prima notte insieme. Quando le dita rugose trovano il vuoto e ricadono sul lenzuolo, si ricorda che la donna che ama è morta tanti anni prima. Chissà come però, a volte la sente vicina come se non se ne fosse mai andata. Si alza dal letto a fatica, con le membra intorpidite dal sonno e dalla vecchiaia, e trascina le ciabatte fino alla piccola cucina. Manda giù due sorsi di caffè freddo, si butta addosso una camicia stropicciata e un paio di pantaloncini, afferra un retino scolorito ed esce di casa. L’ho incontrato nel primo chiarore, mentre me ne stavo con i piedi dentro la sabbia fredda, a guardare i pedalò ondeggiare mollemente a pochi passi dalla riva. Camminava curvo sul lungomare, in mezzo ai mucchi di conchiglie lasciati dalla bassa marea. Cercava vongole e molluschi con la quieta lentezza dei vecchi, mentre la risacca ricamava fili di schiuma sotto i suoi piedi. Appena ha visto il sole fare capolino dall’orizzonte, ha smesso di cercare e ha raddrizzato la schiena per godersi lo spettacolo. E’ rimasto fermo lì, a guardare la superficie del mare che si copriva di barbagli d’oro, finché la luce non ha illuminato tutta la distesa di onde e il sole non si è levato nel cielo di fronte a noi. A quel punto, si è lasciato sfuggire un sospiro di malinconia e ha ricominciato a cercare telline lungo la battigia. L’ho guardato finché non l’ho visto diventare un puntino scuro in lontananza, poi mi sono alzato e sono andato via.
Forse, tutti quelli che dicono che non ci sia poi molto da raccontare sulla Riviera hanno ragione. In fin dei conti, il mio piatto, noioso mare è tutto qui, fra granchi nei secchielli, primi amori e vecchi vongolari. Ma è così bello che sembra casa mia.
° ° °
Se questo articolo ti è piaciuto, leggi anche:
https://jacopoazzimondi.wordpress.com/2021/04/24/cose-di-morbida-tenebra/
E non dimenticare di condividere ovunque questo articolo e iscriverti alla Newsletter per rimanere sempre aggiornato su tutto quello che scrivo.
L’immagine di copertina è stata scattata all’alba sul lungomare di Pinarella.
Scopri di più da The Eagle and Child
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.