Cose di morbida tenebra

“Poco sé de la noche
pero la noche parece saber de mí,
y más aún, me asiste como si me quisiera.”

La Noche, Alejandra Pizarnik

Mi sono innamorato della notte da bambino.

Dopo una lunga giornata, quando le braccia stanche dei miei genitori mi depositavano nel tepore del mio nido di lenzuola, non potevano accorgersi che più che una buonanotte, il loro gesto era un passaggio di consegna. C’erano altre braccia ad aspettarmi, segrete, ma non meno amorevoli: quelle del buio. Tenevo gli occhi aperti per guardare il soffitto della mia stanza, con un ginocchio perennemente alzato e le mani dietro la nuca, come se fossi sdraiato in un campo di grano con una spiga fra le labbra. Dall’esterno sembravo calmo, ma dentro formicolavo per l’eccitazione. “Vi vogliamo bene” dicevano i miei. La luce si spegneva, i loro passi si allontanavano nel corridoio, il respiro di mia gemella Irene ben presto si acquietava. E finalmente, arrivavano.

Avvolto dall’oscurità, sprofondavo sotto una coltre che mi copriva come le onde del mare e mi ritrovavo sulla soglia di un universo inesplorato. Simile ai fondali marini, il mondo del buio era silenzioso e spettrale. Strane creature nuotavano ai confini dei miei sogni a occhi aperti. All’inizio le temevo, perché non riuscivo a riconoscerle nemmeno quando i miei occhi si abituavano all’assenza di luce. I suoni della vita quotidiana si affievolivano per fare posto a tutti quei rumori che durante la frenesia del giorno non percepivo: respiri, mugolii, scricchiolii, il frinire dei grilli nel prato, il ticchettio del cuore sottopelle, l’incresparsi di un sorriso invisibile.

L’ombra acuiva la mia sensibilità artistica e ingigantiva tutto: fantasie e paure, desideri e dolori. Forse è per questo che ancora oggi la mia creatività divampa quando cala il sole. La mia passione viscerale per la scrittura ha visto la luce nel cuore di quelle notti bambine, mentre vagavo sperduto nei labirinti del sonno come Borges. Creavo mostri, incubi, eroi, diventavo protagonista e narratore di storie silenziose. La paura di perdere tutto mi rendeva insonne: sapevo che al primo chiarore il mio piccolo mondo di oscurità si sarebbe dissolto e tutto sarebbe tornato normale. In quei momenti, il tempo smetteva di esistere e io sentivo nel cuore una sensazione inspiegabile. Ricordo le luci lontane della Riviera di tanti anni fa, in vacanza con i nonni, quando mi alzavo in punta di piedi per andare in terrazza ad ascoltare la risacca del mare e il vento mi accarezzava il viso come se fossi l’unico abitante di un paese di ombre. Potevo trovarmi in qualunque posto della terra, non faceva differenza: ovunque fossi, il buio era casa mia.

Era l’inizio di qualcosa, anche se ancora non sapevo cosa.

Come per molti scrittori, anche per me le parole sono ancore. Dare un nome a ciò che provo, a ciò che vedo, è un metodo ampiamente collaudato per evitare di perdermi nel mare aperto dell’esistenza. Per anni mi sono chiesto cosa fosse quello strano richiamo che sento nel petto quando tutto tace, senza mai trovare risposta. L’ho scoperto per serendipità (prima o poi dedicherò un articolo anche a lei, l’ho incontrata troppe volte per ignorarla) durante i primi anni di Lettere Moderne. Stavo girovagando online e mi sono imbattuto in una parola: Nyctophilia.

DottorBlog, fra i pochi che ne parlano, la spiega così: “La Nyctophilia o Nictofilia può essere definita come l’amore per la notte e per le caratteristiche che a questa si accompagnano, ovvero oscurità e silenzio. Il soggetto nictofilo trova conforto all’idea della notte e generalmente preferisce svolgere le proprie attività durante le ore buie piuttosto che con la luce del giorno”. E così ho scoperto di essere un nictofilo. Finalmente, il mio amore per la notte aveva un nome.

Ora ho venticinque anni e ho visto nascere e morire più di novemilacentoventi notti. Nonostante i miei innumerevoli tentativi di decifrarle però, anch’io, come Alejandra Pizarnik (la poetessa che ho citato in apertura), sento di saperne ancora troppo poco. C’è qualcosa di immenso nel mondo sommerso dal buio, una poesia segreta, invisibile agli occhi di chi si accontenta di osservare soltanto la superficie del giorno. Tutte le notti che ho amato le custodisco dentro di me, al sicuro sul fondo del mare, così che il sorgere del sole non possa portarmele via.

Può vederle soltanto chi si inabissa.

Appena sotto le onde, nel crepuscolo dell’acqua, ho disseminato le notti passate insieme agli amici di una vita. Da ragazzini, nei dormitori dei campeggi estivi, rimanere svegli a parlare sottovoce era la trasgressione suprema. Il brivido della punizione alimentava il desiderio di disobbedire, e la voglia di ridacchiare e scambiarsi segreti sulle prime cotte è sempre stata più forte di qualsiasi divieto. Crescendo, non è cambiata poi troppo: abbiamo continuato a parlare dell’amore, ma non c’era più nessuno che ci metteva in castigo se lo facevamo fino all’alba.

Più in basso ho nascosto le notti passate in posti lontani, così diverse da quelle della mia monotona provincia.
La notte del trentuno dicembre 2014, ad esempio, eravamo sul tetto del nostro albergo a Gerusalemme, a contemplare i fuochi d’artificio che esplodevano sopra la Città della Pace. Mio nonno, mia cugina e mio zio erano gli unici della famiglia a non aver ceduto al sonno, oltre a me. Sentivo il cuore allargarsi e farsi acqua limpida nel buio. Mi chiedevo cosa Dio stesse preparando per me.
Oppure la Francia: un rifugio in alta montagna di cui non ricordo il nome, una partita a carte che langue sopra un cumulo di tappeti gettati alla bell’è meglio in mezzo a un corridoio gelido. Quando siamo usciti all’esterno, il freddo mi ha morso le guance e il respiro mi si è mozzato in gola: sopra le montagne c’erano SOLO stelle. Milioni. Miliardi. Mi è venuto istintivo alzare una mano per toccare la Via Lattea. Volevo piangere. Non ho mai più visto una notte così bella in tutta la mia vita, mai più.

Scendendo ancora, dove tutte le cose sono di morbida tenebra, custodisco le notti condivise con le poche donne che ho amato (o che ho immaginato di amare, che sono di più). Non voglio che tutti vedano quando ti ho scostato i capelli dalla schiena per contare i tuoi nei alla luce fioca di una lampada. E neppure che ascoltino quello che ci siamo detti quella notte, seduti sul bordo di una fontana: ti raccontavo chi ero, ma ero avido di sapere chi fossi tu. O ancora, che ci trovino nascosti sulle scale del pianerottolo, la notte in cui ci siamo morsi le labbra e ci siamo detti il primo “ti amo” sottovoce.

Infine, nell’abisso più oscuro di me, tengo nascoste le notti più preziose di tutte: quelle in cui cammino solo nel buio dei miei deserti. Quelle illuminate dalle ultime braci del camino, con il sangue che cola dentro e il dolore che non molla la presa. Quelle con gli auricolari al minimo, lo smartphone abbandonato fra le lenzuola e “One More Light” dei Linkin Park che mi ricuce l’anima con dita di musica.
Quelle, nessuno le vedrà mai.

Non so quasi nulla della notte. Ma proprio adesso, mentre scrivo questi ultimi pensieri sulle righe della mezzanotte, mi accorgo che forse quello che so è abbastanza: so che questa notte è madre, amica e poetessa, e mi abbraccia come se mi amasse.

° ° °

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L’immagine di copertina è tratta dalla raccolta “Alone Together” del fotografo Aristotle Roufanis.


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