Dove gli spari non arrivano

“Cara Lucia,
la prima cosa che ricordo del deserto, è il vento. I pescatori della nostra terra lo chiamano Scirocco, ma i combattenti libici usavano un altro nome. Guardavano il cielo sopra il fronte farsi scuro, annusavano l’aria calda e dicevano in arabo: “Il grande Sahara è inquieto: sta arrivando il Ghibli”. Pochi attimi dopo, le prime raffiche cominciavano a soffiare da sud-est. Le bandiere sventolavano, strattonate da mani invisibili, mentre gigantesche ondate di polvere ocra si sollevavano sibilando e sferzavano le trincee. Nell’aria vorticavano così tanti granelli di sabbia che a malapena potevo vedere i commilitoni del Quinto Battaglione accanto a me, rannicchiati nel terrapieno con l’elmetto calato sul volto per proteggersi. I baraccamenti svanivano nella bufera, gli ordini sbraitati dagli ufficiali si facevano ovattati, e per un attimo mi ritrovavo solo in mezzo al vento. L’urlo del Ghibli sovrastava ogni altro rumore. In quei momenti dimenticavo la guerra e il mio cuore tornava a casa.

Mi ritrovavo nudo, con i piedi sopra la scogliera e la pelle abbronzata velata di salsedine. Ti ricordi? Vincenzo e Giuseppe erano con me, ridevano per qualcosa che avevi detto tu, poco prima di spogliarti e tuffarti nello Strittu. Eri la più abile di noi in quel genere di tuffi. Quando il tuo corpo incontrava le onde, lo faceva in modo così naturale che pareva che il mare nemmeno se ne accorgesse. Ti guardavo nuotare sotto il pelo dell’acqua, i capelli fluttuanti e le gambe bianche come conchiglie, finché non riemergevi poco più in là. “Forza, che aspettate? Oggi è bellissimo!” ci urlavi, con una rara euforia da bambina. Inspiravo l’odore salmastro della brezza e piegavo le ginocchia, poi mi lanciavo verso di te con un urlo di gioia.

Avevo diciassette anni allora e l’unica guerra della quale avevo sentito parlare era stata quella del 15-18. Credevo, credevamo, che dopo tutto l’orrore di cui ci avevano raccontato nelle sere d’estate, noi saremmo stati destinati a un futuro luminoso e senza guerra. Sognavo una barca tutta mia, per andare ovunque ne avessi voglia, ma senza mai allontanarmi troppo dalla casa che avrei costruito per la mia donna. Ero sicuro, anche allora, di non volere nessuno se non te. Immaginavo di fare l’amore e avere due gemelli, un maschio e una femmina. Dei nomi non mi importava molto, li avrei lasciati scegliere a te. Io mi sarei occupato di raccontargli storie prima di dormire, gli avrei insegnato a pescare, a intagliare il legno e a rispettare il dolore nascosto nelle altre persone. Mai avrei immaginato che quel sogno mi sarebbe stato strappato via un anno dopo.

Arrivò una nuova guerra a separarci, molto più vasta e feroce della precedente. Mi arruolarono e andai a finire a Palermo, tra i paracadutisti della “Folgore”. La mia divisione, la Centottantacinquesima, fu una delle prime a mettere piede nel porto di Tripoli dall’altra parte del mare. La nostra Sicilia non era poi così distante, eppure mi ritrovai in un mondo totalmente diverso da quello in cui avevo vissuto fino a quel momento. Mentre raggiungevamo il convoglio che ci avrebbe portato al fronte, vidi uomini con la pelle olivastra e un turbante sul capo camminare a testa alta, all’ombra delle palme nelle piazze. Fra i banchi del suq scorrazzavano orfani vestiti di stracci e cani randagi, che spesso si contendevano i rifiuti negli angoli dei vicoli. Le donne erano silenziose e portavano un velo che gli nascondeva i capelli e parte del viso. I loro sguardi mi incantavano: molti si posavano su di noi con fierezza, quasi con sfida, altri con curiosità, altri ancora, ed erano i più numerosi, con timore. Nell’aria echeggiavano le invocazioni altisonanti del muezzin, che dall’alto dei minareti richiamava alla preghiera i fedeli di un Dio che non conoscevo.

Viaggiammo lungo la via Balbia per settimane, macinando chilometri su chilometri a bordo di camion con le pareti rinforzate, in equilibrio tra due mari. Alla nostra sinistra luccicavano le onde del Mediterraneo, screziate di luna. Ricordo che le fissavo e non riuscivo a smettere di pensare a te, che forse guardavi lo stesso mare con le guance rigate di lacrime. A destra invece, si estendeva l’immensità del Sahara, una distesa di sabbia e arida roccia di cui non si vedeva la fine. Ci muovevamo di notte, a fari spenti in mezzo all’oscurità, perché farlo di giorno era un suicidio. “Occhi nel cielo” sussurravano i libici, indicando in alto con un dito ogni volta che sentivamo un rumore di eliche in lontananza. Nonostante fossimo ancora distanti dal fronte, i caccia della RAF pattugliavano tutta l’Africa Bianca. Erano rapidi e letali, emergevano all’improvviso da dietro le nuvole e facevano piovere un uragano di proiettili su qualsiasi cosa si muovesse. Ai bordi della strada vedevamo spesso ombre di famiglie in fuga, carcasse di camion carbonizzate o crivellate di colpi, cadaveri di animali e uomini che nessuno avrebbe mai seppellito. Ci fermavamo soltanto il tempo necessario per defecare e rifornirci di nafta, poi ripartivamo. Dato che canti e fuochi erano vietati, dovevamo arrangiarci: i miei commilitoni giocavano a carte, alcuni scarabocchiavano qualche riga a carboncino, altri cercavano di sonnecchiare nonostante gli sbalzi del terreno. Io cominciai a intagliare la forma del tuo viso sopra un pezzo di legno levigato che avevo trovato nella sabbia: non lasciò mai la tasca interna della mia divisa.

Durante il viaggio conobbi Walter. Avevamo accenti molto diversi, ma fumavamo le stesse sigarette e combattevamo gli stessi nemici. Nessuno sapeva usare un MAB 38 meglio di lui. Diventò mio fratello. Man mano che ci avvicinavamo al fronte, sentivamo montare un’eccitazione crescente. Le parole del Duce riecheggiavo dentro di noi e ci davano forza: “Combattenti di terra, di mare e dell’aria! Uomini e donne d’Italia! Ascoltate! L’ora segnata dal destino batte nel cielo della nostra patria. L’ora delle decisioni irrevocabili”. Avevamo già dimenticato i racconti sulla prima guerra. Invece ridevamo, pensando al sangue degli Alleati sulle nostre baionette e fantasticavamo di gareggiare a chi ne avesse uccisi di più. Il pensiero della sconfitta non ci sfiorò mai, nemmeno per un istante: il nostro destino era la vittoria. “Torneremo fra le braccia di chi ci ama e saremo eroi” dicevamo, guardando il cielo stellato sopra il Sahara. Dei miei fratelli del Quinto, nessuno fece più ritorno. Io solo. Walter, Enea, Michele, Gaetano e tutti gli altri ora sono solo spettri che chiamano il mio nome quando tutto tace. “Italo” sussurrano nel buio delle mie notti insonni, “perché non ci hai salvato?”.

Combattemmo fra le sabbie marmariche per due anni estenuanti, senza fermarci mai. Il fragore dell’artiglieria nemica scandiva lo scorrere dei minuti. Le prime settimane, il terrore mi torceva lo stomaco. Le esplosioni dei mortai erano talmente violente che mi sembrava scoppiassero nella mia testa. Vidi molti dei miei crollare in ginocchio con le mani premute sui timpani sanguinanti e altri svegliarsi di soprassalto nel cuore della notte, urlando, convinti che lo Squadrone Bianco ci stesse bombardando. Le truppe inglesi e maori attaccavano nelle notti di luna piena con le baionette fra le labbra come i pirati, strisciando fra i cadaveri disseminati sui costoni della terra di nessuno, e dopo aver superato la cortina di filo spinato e i campi minati, si gettavano contro la nostra trincea annebbiati dall’alcol e dalla voglia di uccidere.

Da quando il primo uomo scavalcava i sacchi di sabbia, cominciavo a pregare. Non muovevo nemmeno le labbra e non sapevo a chi stessi parlando, in guerra funziona così. Le preghiere sono come le fucilate: non sai mai chi le sente. Se il nemico fosse riuscito a sopraffarci, l’intero battaglione sarebbe stato sterminato e avremmo perso l’avamposto, perciò non avevamo altra scelta che combattere fino all’ultimo respiro. Alla fine, quando il fumo si diradava, ci trascinavamo esausti nella sabbia intrisa di sangue per contare i morti e razziare dai cadaveri tutto ciò che poteva aiutarci a sopravvivere. Walter una volta strappò un bel paio di scarpe a un tenente, di quelle solide degli inglesi, perché le sue erano ormai senza suole. Cercavamo cibo, indumenti, munizioni, armi e soprattutto l’acqua, la benedetta acqua che avrebbe alleviato la ferocia della nostra sete per qualche ora. Poi assistevamo i feriti, riorganizzavamo le difese e ci preparavamo all’attacco del giorno successivo.

Con il passare dei mesi, i nostri sogni di gloria si infransero. Mussolini aveva mentito: non c’era nessun onore nella guerra, solo disperazione. I corazzati dell’Eight Army schiacciavano i nostri come se fossero scatolette di latta e l’equipaggiamento dei loro soldati era molto più avanzato. Dalle basi egiziane ricevevano costantemente rifornimenti di ogni tipo, mentre noi pativamo la fame e la sete per giorni interi prima di veder apparire un convoglio solitario all’orizzonte. I morti si accumulavano e ce n’erano talmente tanti dopo ogni battaglia che la differenza tra vittoria e sconfitta si faceva sempre più sottile. Eppure, nonostante tutto, resistemmo senza indietreggiare di un solo passo. Fino alla fine.

La sera del ventitré ottobre del ‘42, stavo fumando insieme a Walter. Nei giorni precedenti, il Ghibli aveva scatenato una tormenta di sabbia che aveva paralizzato qualsiasi operazione militare per una settimana e ci aveva concesso qualche momento di tregua. Il mio compagno d’armi fantasticava su una ragazza berbera incontrata durante un’incursione in un villaggio sperduto. “Dovevi vederla, Italo. Era bella da togliere il fiato. Quei fianchi…non esistono donne così nella nostra Italia, giuro su Dio. Se fossimo rimasti in quel villaggio io…”, le parole gli morirono in gola. Improvvisamente, ci accorgemmo che qualcosa non andava: il deserto era muto. La luna piena splendeva alta sopra le dune azzurre, il vento era cessato e con lui ogni altro suono. I latrati dei cani randagi, i canti sommessi e il brusio delle preghiere si erano fermati di colpo. In due anni di guerra, non avevamo mai sentito un silenzio così surreale. Poi, alle ventuno e quarantacinque, un lampo accecante squarciò le tenebre a est, come se fosse apparso il sole, e il fronte inglese si illuminò all’improvviso, diventando un’unica linea fiammeggiante lunga chilometri e chilometri.  Non avevo mai visto niente di così bello. Nello stesso istante, il silenzio spettrale del Sahara fu squassato dal fragore di migliaia di cannoni che aprivano il fuoco contemporaneamente. Le rocce tremarono e si sbriciolarono, mentre gli animali rintanati negli anfratti uscivano allo scoperto e fuggivano terrorizzati. Il suono stridente delle granate che tagliavano l’aria mi riportò alla realtà. Mi tuffai di faccia dentro un fossato. “WALTER!” gridai, ma non mi sentì. Lo vidi là, imbambolato a fissare il cielo rischiarato a giorno, con la sigaretta morente tra le dita e una smorfia meravigliata stampata in volto. Corsi da lui e lo strattonai con violenza per spingerlo al riparo. “Ci ammazzano, Walter!”. Le sue labbra si mossero: “…io le avrei detto che la amavo” mormorò, poco prima che una tempesta di fuoco e acciaio si abbattesse su di noi. L’esplosione ci scaraventò lontano come fossimo i soldatini di latta di un bambino che non ha più voglia di giocare. Sentii in bocca il sapore ferroso del sangue e un dolore lancinante mi trafisse. L’ultima cosa che vidi furono i tuoi occhi, poi precipitai nel buio.

Quello che è successo dopo, io non l’ho vissuto, perciò posso dire soltanto ciò che mi è stato raccontato in seguito. Pochi giorni dopo la disfatta di El Alamein, Rommel ci voltò le spalle. La Volpe aveva capito che non c’era più nessuna speranza di vittoria per le armate dell’Asse, perciò caricò i suoi soldati sopra gli ultimi convogli disponibili e ripiegò in Tunisia. Noi italiani fummo costretti a ritirarci a piedi e i sopravvissuti marciarono per settimane nel deserto, senza cibo né acqua. Quando lasciarono le postazioni, non ci fu tempo di esaminare i corpi, perciò vedendomi riverso a terra coperto di sangue, credettero che fossi morto e mi lasciarono lì dov’ero. Quando finalmente mi risvegliai, mi accorsi che il mondo era cambiato. Non ero più nel Sahara, ma in una luminosa struttura ospedaliera. Nell’aria c’era odore di morfina e disinfettante, qualcuno aveva fasciato la mia ferita e disteso un panno di lana su di me. Cercai i camerati della Centottantacinquesima nei letti vicini al mio, chiamandoli ad alta voce, ma nessuno dei feriti capiva la mia lingua. Chiamai di nuovo e quando la porta si aprì, vidi una donna dalla pelle nera venirmi incontro a passo deciso. Era piuttosto avanti con gli anni ed era nata in Kenya. Mi disse di chiamarsi Fàlala, era una delle tante infermiere che prestavano servizio nella base alleata di Alessandria. Aveva un timbro severo, ma nonostante per lei fossi il nemico, mi sembrava gentile. Mi spiegò che nonostante le fratture alla cassa toracica e i litri di sangue perso, ero fuori pericolo, anche se prigioniero.

Durante i mesi di convalescenza, mi insegnò qualche parola di inglese e presto mi affezionai a lei. Nei vetri dell’ospedale vedevo riflessi i volti dei miei compagni del Quinto e il tuo, e mi chiedevo che fine aveste fatto. Una mattina di gennaio, vedendomi così pensieroso, Fàlala si sedette sul bordo del materasso e mi porse qualcosa. “Era nella tasca della tua divisa quando sei arrivato” disse, con un sorriso lieve, “L’ho recuperata poco prima che bruciassero tutto. Ho pensato che volessi tenerla”. Guardai il piccolo pezzo di legno intagliato adagiato sulle pieghe del suo palmo. Durante le lunghe notti di veglia al fronte, avevo avuto il tempo di aggiungere tutti i dettagli che ricordavo di te: le lentiggini sugli zigomi, la piega delle fossette, l’arco rialzato delle tue labbra. Per tutto quel tempo eri stata vicina al mio cuore. Strinsi con affetto le mani dell’infermiera, senza sapere cosa dire. Rimasi prigioniero ad Alessandria fino all’armistizio dell’otto settembre 1943. Quando l’Italia proclamò la resa incondizionata agli Alleati, mi fu concessa la libertà. Fàlala mi strinse al seno, mi sistemò il colletto della camicia e mi salutò in swahili: fu il nostro addio. Poche settimane dopo, veleggiavo sulle onde del Mediterraneo, diretto a casa.

Tra una settimana attraccheremo nel porto di Messina. Sto scrivendo questa lunga lettera a bordo del piroscafo Admiral. Non so cosa succederà quando busserò alla tua porta per consegnartela. Non so se tu sia viva, né se abiti ancora in quella casa vicina alla spiaggia. Forse hai sposato Vincenzo, o magari Giuseppe, e ti sei dimenticata di me. O forse, vedendomi, leggerai nei miei occhi l’orrore del sangue che ho versato e avrai paura. Non lo so. Mi sento vecchio, Lucia, e non ho nemmeno venticinque anni. La guerra mi ha cambiato molto più di quanto potessi mai immaginare, persino i miei sogni sono diversi: non sogno più una barca, una casa, una famiglia. Ora vorrei solo la pace. La mia pace sei sempre stata tu. Fra le tue braccia esiste un mondo migliore, cuore mio, un mondo lontano dall’inferno in cui le urla del Ghibli diventano brezza marina e gli spari non arrivano. Se vorrai tornare, io ti aspetterò: cercami sulla cima della scogliera dove ti ho promesso che ti avrei amata per sempre.

Ti bacio. Tuo, Italo.” 

Giacomo sentì scricchiolare le scale della soffitta e alzò lo sguardo, interrompendo la lettura. “Ah, sei qui!” esclamò sua gemella Sara. “Finalmente! Nonna Lucia ti sta cercando da un’ora. Che stai facendo?”. Il ragazzo si asciugò gli occhi umidi e le mostrò la vecchia lettera che teneva tra le mani. “Ho trovato questa” le disse. “E’ del nonno”.

Fine

__________________________________________________________________________________

Ringrazio di cuore Matteo di StoriaPerTutti per la bellissima idea della collaborazione. Se siete appassionati di eventi storici, personaggi eroici e grandi battaglie, vi consiglio caldamente di seguirlo su Instagram: https://www.instagram.com/storiapertutti/

Se ti piacciono sia la Storia che le storie, leggi anche: https://jacopoazzimondi.wordpress.com/2019/03/09/piccolo-bianco-fior/

https://jacopoazzimondi.wordpress.com/2018/02/09/tutto-il-fiato-che-resta/

Non dimenticare di iscriverti alla Newsletter e di seguirmi su Instagram per rimanere sempre aggiornato sui nuovi contenuti.

Buon anno a tutti!


Scopri di più da The Eagle and Child

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Lascia un commento