«Abìtuati, figlio, al deserto.»
(Josif Brodskij)
La scorsa notte ho fatto un sogno.
Ho sognato di essermi perso da qualche parte in un deserto senza confini, fra dune di sabbia indefinita. Il vento arido che mi scompigliava i capelli non mi portava alcun suono e il cielo sopra la mia testa era troppo distante perché potessi vederlo. Non saprei dire se ci fosse il sole. Ai miei occhi tutto era bianco e senza nuvole eppure proiettavo un’ombra. Intorno a me, per miglia e miglia non si scorgevano città, né oasi, né animali, né esseri umani. Il nulla.
Ero libero o ero soltanto solo?
Mi accorsi di essere nudo. La mia pelle scottava ed era tesa su fasci di muscoli appena definiti, il sangue guizzava sotto l’epidermide. Il mio cuore contava battiti sicuri e percepivo il soffio di ogni respiro: non mi ero mai sentito così pieno di vita. Ero consapevole di essere molto lontano dalla cittadina nella quale avevo sempre vissuto, eppure avevo la sensazione di essere già stato in un posto simile. Quel luogo non aveva un odore e nemmeno un colore. Non ricordo se la sabbia fosse rossa, azzurra, indaco oppure ocra. Il silenzio mi sovrastava. Ventagli di sabbia danzavano sugli orli delle dune e rimanevano sospesi nel vuoto per un istante, poi ricadevano nel ventre del deserto.
Urlai. L’eco del mio grido fuggì lontano, come un’antilope spaventata da un predatore, ma nessuno rispose. Dov’erano i miei cari? La mia famiglia, gli amici di una vita, tutti i miei amori passati…perché sembrava tutto così remoto?
Per un momento, mi sembrò che una voce sottile chiamasse il mio nome. Mi guardai intorno per scoprire chi avesse parlato, ma ero solo. Sentivo l’urgenza di dover fare qualcosa, qualsiasi cosa pur di lasciarmi alle spalle tutta quell’immobilità, così iniziai a camminare seguendo la direzione che lo sguardo mi suggeriva. Mi muovevo senza fatica. La sabbia del mio sogno era morbida sotto i miei piedi, le orme disegnate dietro di me tracciavano un tatuaggio sinuoso fra le scapole del mare di polvere. In quel momento la mia mente era vuota, galleggiava da qualche parte come se non mi appartenesse più. La moltitudine di pensieri che in circostanze normali avrebbe affollato la mia intelligenza sembrava sparita ed io procedevo così, quasi per istinto, verso una meta che non conoscevo ma che sapevo di voler raggiungere.
Camminai per ore, un puntino in mezzo a distese desolate, un passo dopo l’altro, senza speranza nè disperazione. Improvvisamente, come un pittore che scopre una sbavatura nel quadro che ha appena dipinto, mi accorsi di uno strano dettaglio. A pochi metri da me, mezzo sepolto dalla sabbia, c’era un libro. Il vento disordinava le sue pagine, come se le stesse sfogliando in fretta alla ricerca di parole ormai dimenticate. Cosa ci faceva in mezzo al deserto?
Sentii di nuovo quella voce, stavolta più vicina. Sembrava provenire da quel libro. Ebbi un brivido. Mi avvicinai lentamente, i nervi tesi. Non successe nulla.
Allora mi chinai e lo raccolsi. Quando sentii la consistenza ruvida della copertina sotto i polpastrelli, ebbi l’assoluta certezza di avere trovato ciò che mi chiamava. Lo aprii di scatto e fu come se una lama mi avesse squarciato il cranio. La mia mente si spaccò in due e dalla ferita fuoriuscì una cascata di immagini vorticose.
Nella sala del trono erano appesi magnifici stendardi colorati. Il trono era splendente come non mai: sullo schienale era appeso uno stemma raffigurante un’aquila dorata ad ali spiegate. Per terra c’era una tappeto di broccato rosso. Le finestre erano spalancate. Jaiko era al colmo della gioia: quello era il Gran Giorno. Durante la nomina, il re disse: “Io, Re di Azeroth, ti nomino Cavaliere. Il tuo simbolo araldico sarà l’aquila. Sarai leale e aiuterai tutti coloro che avranno bisogno di te.”
“Vai, Leo! Il paracadute si aprirà automaticamente!” urlò Thunder, le sue parole a malapena comprensibili nel turbine della corrente. Vacillai, terrorizzato…poi lui mi spinse. Il mondo iniziò a vorticare mentre precipitavo vertiginosamente verso le onde. Urlai, urlai tanto da strapparmi la gola, con gli occhi serrati e lacrimanti e la certezza che non sarei mai potuto sopravvivere. Poco dopo sentii l’esplosione del dirigibile sopra di me e le fiamme squarciarono la notte con un boato assordante.
Sentiva il ferro scavare nei tagli già profondi sul collo, sotto il pelo sudicio e infangato. La violenza del terremoto aveva indebolito la catena, ma non abbastanza per strapparla via. In ogni caso, non era più un problema. Ringhiò e si leccò le zanne: aveva fame, l’odore di tutto quel sangue ancora caldo lo faceva sbavare. Sentì tremolare l’aria marcescente vicino a sé e capì che Loki era sceso nel pozzo. Avvertì il tocco delle sue dita sul fianco e l’odore inebriante di carne macellata e acciaio…
Boccheggiai, il libro precipitò aperto sulla sabbia. Ma…cosa…
Una folata di vento mi costrinse a cadere in ginocchio. La testa mi girava all’impazzata, mentre il sogno intorno a me ruotava e si trasformava.
Miliardi di voci impazzite e parole aggrovigliate si aggrapparono ai bordi della ferita nel mio cranio e sciamarono dentro le pagine immacolate del libro, riempirono ogni spazio bianco e strabordarono insaziabili come un branco di lupi, mi ricoprirono le mani e le braccia e tutto il corpo e poi la sabbia e le dune, e non si fermarono fino a quando non ebbero sommerso ogni centimetro del deserto fino all’orizzonte. Fu allora, inginocchiato davanti a un mucchio di pagine sanguinanti inchiostro, che compresi: il cielo bianco, il deserto senza nome, tutte quelle visioni…erano storie. Le mie storie.
Quello non era un sogno: ero in un libro e qualcuno mi stava scrivendo.
Fine

Se ti è piaciuto questo racconto, ti consiglio di recuperare anche Indaco e Saudade e Tutto il fiato che resta. Ma pure L’attesa e Le sei parole di Hemingway non sono male, eh…
Insomma, guardati intorno. Sono sicuro che troverai quello che fa al caso tuo.
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