Albeggiava. Le lettere della mia tastiera erano mute ormai da ore. La pagina di Word se ne stava lì, intonsa, la barra della digitazione che lampeggiava, come in attesa. In sottofondo, le note di una playlist lo-fi. Abitavo all’ultimo piano di un palazzo del centro ed ero affacciato al davanzale della finestra. L’aria del mattino profumava di indaco e saudade.
Cercavo un’ispirazione.
Molti vicoli erano ancora nascosti nell’ultimo buio. I semafori flirtavano in codice morse, così nessuno poteva capirli. I lampioni rimasti a bighellonare in giro, sbadigliavano e cominciavano a spegnersi uno dopo l’altro. C’era persino un gatto, che miagolava nella penombra di una siepe. Mi sembrava quasi che piangesse. Forse la luna era svanita troppo presto e gli aveva spezzato il cuore.
Scrivere è come avere un appuntamento, pensai, mentre la notte sbiadiva per le strade. Tu ti siedi sopra un muretto o al tavolo di un ristornate giapponese…e aspetti. Se guardi abbastanza a lungo, vedrai qualcuno: una ragazza in riva a un lago, per esempio. Oppure una donna che suona il piano, o un uomo che bacia suo figlio sulla fronte. Non importa.
Prima o poi, qualcuno arriva sempre.
La Città Sotto si stava svegliando. La osservai rigirarsi per qualche istante fra lenzuola di luce rosea, cullata dal silenzio. Poi, le timide dita dell’alba sfiorarono gli alberi nei viali e le strade si inarcarono, intirizzite per la lunga notte. Vidi palazzi sgraziati stiracchiarsi nel primo chiarore e scuotere dal torpore i comignoli, che si voltarono imbronciati dall’altra parte e ficcarono la testa sotto guanciali di fumo. I fili per stendere il bucato, tutti spettinati, mugolarono qualcosa a proposito delle correnti d’aria notturna. I campanili sorrisero ai loro primi riflessi nell’acqua delle fontane e si alzarono sovrastando il buio.
Le dita mi prudevano: dopo la notte insonne, finalmente stava per arrivare qualcuno all’appuntamento, ne ero certo. Mi sporsi di più e cominciai a scrutare ogni via della Città Sotto, alla ricerca di un passante qualsiasi.
“Forza, fatti vedere…”
Ai miei occhi si aggiunsero quelli delle piazze, che subito ammutolirono.
I marciapiedi si guardarono intorno insonnoliti.
I balconi si affacciarono esterrefatti dalle case popolari.
I monumenti sgranarono gli occhi per lo stupore.
La Città era deserta.
Le porte erano ancora tutte chiuse, le serrande dei negozi abbassate, le finestre sprangate. Strinsi le dita sul cornicione fino a sbiancare le nocche. No, non è possibile, mi dissi. Prima o poi, qualcuno arriva sempre. DEVE arrivare.
Passarono i minuti. Un cane abbaiò in lontananza e sentii l’eco dei suoi latrati riecheggiare fra i quartieri vuoti. Le ultime note della mia playlist si dissolsero.
Calò un grande silenzio.
Un brivido gelido percorse i muri tatuati della Città nuda, le sue mani di vetro corsero a drappeggiarsi l’ultimo lembo di aurora sulle spalle. In tutti quegli anni, non si era mai risvegliata sola. Si guardò intorno smarrita, poi si accorse di me. Un refolo di vento mi portò la sua voce.
Tremava.
“Che cosa è successo al mondo?” mormorò, “Dove sono tutti?”
Aspetta, resta ancora un attimo. Ci sono un paio di doverosi ringraziamenti che voglio fare prima di ributtarmi a scrivere.
Il primo va ai ragazzi di DallaFinestra, che hanno pubblicato questo breve racconto anche sul loro sito. Passate a trovarli, si sono messi a costruire un palazzo pieno di storie e immagini di quarantena. Valli a capire, questi scrittori 😉
Il secondo grazie invece, è per Magda, l’artista che ha realizzato la bellissima illustrazione che avete visto in copertina e sul mio profilo Instagram.
Ecco, ora se vuoi puoi andare.
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Stay safe. Un abbraccio,
Jacopo
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