– Nel cuore dei ricordi –
Il buio. Poi le note inaspettate di un’orchestra guizzano per qualche secondo prima di scemare. Appare qualcosa: un battello. Lo stridio dei gabbiani, lo sciabordare delle onde e il rombo di un motore. All’orizzonte, seguendo la scia di schiuma, si intravede la sagoma della costa fitta di alberi. Abbasso lo sguardo sul diario che ho sulle ginocchia. “Edith Finch” c’è scritto sulla copertina. Mi sfugge un sorriso. Appoggio accanto a me il mazzo di fiori bianchi che ho comprato sulla terraferma per l’occasione e faccio un respiro profondo. L’aria che mi entra nei polmoni è fredda e profuma di salsedine. Apro il diario e inizio a leggere.
What Remains of Edith Finch è un’avventura grafica sviluppata da Giant Sparrow e pubblicata nel 2017 su tutte le piattaforme. Ne avevo sentito parlare come di un titolo dal mood molto simile a quello di The Vanishing of Ethan Carter e sono bastati questa semplice informazione e un paio di screenshot raccolti online a far salire alle stelle le mie aspettative. Fino a quando non ci ho messo le mani sopra, ho cercato di evitare qualsiasi tipo di spoiler, perché so bene quanto sia importante che niente rovini la prima run di opere del genere.
Credetemi, ne è valsa la pena.
Tutto comincia da quel diario, scritto proprio da Edith, una ragazzina nemmeno maggiorenne che dopo sette anni di assenza torna nella casa della sua infanzia. Non è rimasto più nessuno oltre a lei. Mamma Dawn è stata l’ultima ad andarsene, stroncata da una violenta malattia senza nome. Alla figlia ha lasciato una chiave e un’ultima volontà: tornare alla loro vecchia villa per scoprire la verità sui precedenti membri della famiglia.
Fin dalle prime battute è evidente che qualcosa non torni. L’atmosfera che si respira lungo il sentiero che porta alla residenza dei Finch mette i brividi. L’Unreal Engine 4 compie un lavoro magistrale nel ricreare intorno a noi una foresta fitta di ombre, completamente deserta fatta eccezione per qualche volatile e un cervo, che non appena si accorge di noi fugge tra gli alberi. C’è qualcosa di strano, un mistero impercettibile nascosto nel vento. La sagoma fatiscente di casa Finch si staglia sopra il bosco, immobile contro il cielo grigio. Dorme forse, ma ci aspettava: sapeva che saremmo tornati.
All’interno nulla è cambiato dalla notte in cui Edith e la sua famiglia se ne andarono: piatti sporchi nel lavabo, il tavolo apparecchiato, qualche scatolone abbandonato nei corridoi. I ragazzi di Giant Sparrow hanno dimostrato una raffinatezza e una cura per i dettagli fuori dal comune. Ogni stanza di casa Finch ha un’anima differente e riflette alla perfezione la personalità di chi ci abitava. Se siete maniacali come me vi accorgerete subito che in questo videogioco nulla è lasciato al caso. Tutto, persino il tempo, sembra sospeso in un silenzio surreale, “come se fosse esplosa una bomba che ha fatto scomparire le persone ma risparmiato i mobili”.
La voce limpida di Edith ci prende per mano e ci conduce passo dopo passo nell’intimità di una storia che parla al cuore. Ben presto, l’avventura che fino a quel momento sembrava così lineare, trasforma completamente la propria struttura. Il semplice walking simulator si frammenta in una serie di piccole storie dalle soluzioni di gameplay uniche e mai banali (anche se forse fin troppo brevi), che toccano le corde dell’anima per la loro intensità emotiva.
Arrivato a quel punto era troppo tardi per tornare indietro: la storia di Edith mi aveva già conquistato. Così sono andato Oltre.
(Per chi dovesse ancora giocare questo titolo, consiglio di fermarsi qui. Nella seconda parte dell’articolo pioveranno spoiler.)
La famiglia Finch sembra perseguitata da una maledizione che spezza precocemente le vite dei suoi membri. La morte, protagonista invisibile di tutta l’opera, viene raccontata in ogni sua sfaccettatura: la vecchiaia, la malattia, l’omicidio…eppure le storie dei Finch sono narrate con tale leggerezza che sembra quasi che morire sia una cosa da nulla in confronto alla bellezza di poter vivere. Quelle che appaiono a schermo sono vere e proprie fiabe interattive, in cui il confine tra realtà e fantasia è spesso impalpabile e che ad ogni finale mi hanno lasciato senza parole. Storia dopo storia, intorno all’albero genealogico che la ragazza ha disegnato nel suo diario, fioriranno i volti di ogni membro della famiglia, finché ogni spazio vuoto non sarà riempito. Nessuno dei Finch si pente delle proprie scelte, nessuno piange. Ci sono sofferenza e sangue nel loro passato, ombre e malinconia, ma mai disperazione.
A questo punto sorge una domanda, la stessa che è racchiusa nel titolo: visto che sono tutti morti, cosa resta di loro?
La risposta ci viene comunicata dopo essere saliti sul tetto della casa, quando Edith ci svela con spiazzante ironia di essere incinta di ventidue settimane. La notizia sul momento mi ha tolto il fiato. Poi, piano piano, la mia mente ha cominciato a unire i vari indizi che gli sviluppatori avevano sparso in giro: Edith non può correre, fatica a salire le scale, ha un ventre più rotondo del normale…e allora mi sono reso conto che la verità era sempre stata sotto il mio naso.
In quel preciso istante l’ultimo desiderio della ragazza diventa una missione. La lieve malinconia che ha accompagnato la scoperta delle tragedie passate viene spazzata via da un’esigenza molto più urgente: trasmettere all’ultimo dei Finch la memoria di tutti coloro che sono vissuti prima di lui.
In definitiva, ricordare.
Il verbo “ricordare” deriva dal latino e nasconde al suo interno la parola “cuore”. Richiamare nel cuore, potremmo dire, riportare dentro di noi un viso, una musica, un luogo che adesso non c’è più. Non si tratta di crogiolarsi nei rimpianti, vuol dire strappare qualcosa alla morte e riportarlo alla luce perché viva di nuovo.
Questo è quello che ci insegna Edith Finch con la sua storia. Attraverso le parole scritte nel suo diario, gli avvenimenti che legano i membri della sua famiglia riaffiorano dall’oblio e raccontano a noi videogiocatori che Molly, Lewis, Barbara e tutti gli altri hanno vissuto una vita meravigliosa. La loro fine, vera o falsa, tragica o surreale che sia, non deve essere dimenticata. Continueranno a vivere in eterno, come i personaggi di un romanzo, finché anche uno solo si farà carico di loro e custodirà le loro brevi esistenze dentro di sé. Lo ha fatto Edith e lo farà anche suo figlio, il ragazzo seduto sul battello che abbiamo intravisto nel prologo.
Oh, a proposito. Sta tornando alla vecchia casa per fare visita alla tomba della madre sulla scogliera, la ragazza è morta nel darlo alla luce. Quel ragazzo è tutto ciò che rimane di lei. Forse, l’ultimo desiderio che avremo quando tutto starà per finire, non sarà poi molto diverso da quello di Edith Finch: avere qualcuno che ci porti un mazzo di ricordi e ci racconti chi eravamo davvero.
Se sei qui, probabilmente fai parte di quella piccola percentuale di nerd che legge questa rubrica, perciò ti consiglio di recuperare anche 3 October 1911.
Ma hey, non scrivo solo di videogiochi. Potrebbe interessarti pure La brutta giornata di un pagliaccio qualunque.
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