Il paese delle lacrime

Io non piango mai.
Anzi, forse sarebbe più giusto dire che “io non piango più”.
Sapete, da bambino ero un tipetto dal pianto fin troppo facile. Bastava un nonnulla per urtare la mia iper-sensibilità di allora e far scaturire un fiume sulle mie guance. La colpa spesso era di mia madre, che aveva l’abitudine di abbandonarmi in posti terrificanti, come l’asilo, ad esempio, o il carro di Carnevale durante la sfilata di paese.
Un’altra fonte di singhiozzi inesauribili, aggrappato al cuscino come se fosse l’unica ancora di salvezza nel mare oscuro della mia camera, erano gli incubi. Una giornata no o un film un po’ troppo “da adulti”, potevano togliermi il sonno per giorni.
Alle medie invece piangevo per colpa dei ragazzi più grandi, che spesso approfittavano della mia fragilità per torturarmi con scherzi idioti e parole velenose. Ero molto ingenuo e totalmente incapace di reagire, non riuscivo proprio a capire cosa ci fosse di così divertente nel rendere infernale la vita di qualcuno. Che bei tempi.

Crescendo, le cose sono migliorate. “Basta frignare, sei un uomo adesso” mi dicevo. Per un po’ ha funzionato, i primi anni di liceo li ho passati con gli occhi quasi sempre asciutti. Poi, durante un sabato pomeriggio di aprile, ho scoperto l’amore.
Nessuna ragazza mi aveva mai colpito come lei. Il dolore che mi ha attraversato quando mi ha risposto con eleganza di non ricambiare i miei sentimenti, mi ha spaccato in due. Quel giorno, ho capito che scoprire l’amore significa più che altro scoprire cosa si prova quando l’amore finisce, e ho cominciato a sospettare che più che un mare, tutte quelle lacrime fossero un paese.

Beh, non era che l’inizio.

Rose-Lynn Fisher è una fotografa statunitense. Ho trovato il suo nome per serendipità, in un post di Alessandro D’Avenia (uno che scrive libri che cambiano la vita, tipo Ciò che Inferno non è). La donna stava attraversando un periodo di grande difficoltà, durante il quale si è spesso trovata a fare i conti con ondate di sofferenza e crisi di pianto. “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior” canta De André, e io mi permetto di aggiungere che spesso “dalle lacrime nasce l’arte”. Forse Rose-Lynn aveva visto così tanta pioggia tutta uguale cadere dai propri occhi, che non ha potuto fare a meno di porsi questa domanda: “Le lacrime di dolore, sono diverse dalle lacrime di gioia?”. Ha quindi deciso di analizzare alcuni campioni e nel 2008 ha cominciato le ricerche. Dopo quasi un decennio di esperimenti e osservazioni al microscopio, aveva finalmente trovato la risposta.

Ha raccolto i risultati dei suoi studi in un libro, The Topography of Tears. Si tratta di un’analisi fotografica di come cambiano le lacrime in relazione alle nostre emozioni. Cento immagini, scattate al microscopio ottico e ingrandite da cento a quattrocento volte, che ci svelano la topografia del nostro paese interiore. Oltre a quelle della fotografa, ci sono anche tante lacrime cadute dalle ciglia di uomini, donne e bambini che avevano motivi per piangere molto diversi dai suoi. Che ve lo dico a fare? Appena le ho viste ho sentito un familiare prurito alle dita: c’era qualcosa da raccontare.

Immaginate di essere seduti in aereo. Siete diretti in Nuova Zelanda o magari in Giappone o in Kenya. Alcuni francesi chiacchierano fra di loro, un ragazzino grassoccio sta giocando a Fruit Ninja sull’Ipad. Dall’altro lato della corsia , una ragazza con gli occhi azzurri legge Hosseini rannicchiata sul sedile. Vi appoggiate al finestrino e guardate fuori: sotto di voi, si estende un mare di nuvole soffici. Tra gli squarci del cielo, potete scorgere criniere di neve sulle montagne, la pelle delle valli irrorata da fiumi simili a vene, il tappeto turchese dell’oceano a perdita d’occhio. Non vi mozza forse il fiato, vedere il mondo dall’alto?

Rose-Lynn ha fatto la stessa cosa, ma il mondo che ha visto ce lo aveva dentro. Le sue fotografie sono come panoramiche a volo d’uccello e raffigurano una varietà di situazioni impressionante, dalle cipolle agli addii, tutte custodite nei pochi millimetri di una lacrima. Guardandole, mi sono ritrovato a fare come facevo in estate da ragazzino, quando salivo sopra un albero con il naso all’insù e giocavo a indovinare galeoni e draghi nelle nuvole.

Sedetevi qui, c’è spazio anche per voi. Guardate che spettacolo.

13-_isher-covergenceofwonders_70
Tears at the convergence of wonders

Vedete quella? Fisher ha scelto un titolo particolare per descriverla: “Tears at the convergence of wonders”, un atlante salato che ha la forma degli spettacoli naturali più belli del mondo. Lacrime come queste solitamente sbocciano nel silenzio e ben pochi se ne accorgono, perché non scendono lungo il viso ma restano impigliate nell’iride. Le ho viste negli occhi di molti al cospetto delle falesie di Étretat, ma nessuno le ha viste nei miei, quando guardavo da un tetto l’immensità del cielo notturno sopra Gerusalemme.

fishercompassion
Tears of compassion

Queste invece, sono lacrime di compassione. Sono rare, spesso invisibili. Più che fuori, uno le sente dentro. Sembrano i rami a primavera, che germogliano solo quando permettiamo alla sofferenza di qualcun altro di irrigarli. Arrivano quando stringi le mani di una ragazza sopra il tavolino di un bar o avvolgi in un abbraccio un bambino napoletano che ha il papà in prigione.

5_fisher_grief
Tears of grief

Con il sostantivo “grief”, la lingua inglese sottolinea la sfumatura più cruda del dolore: la lacerazione profonda causata dalla morte. Serriamo i denti, tratteniamo le urla dentro le palpebre, ma prima o poi il pianto del lutto vince. Artiglia alla gola ed erompe dagli occhi, facendo a pezzi ogni nostro tentativo di resistenza. Le lacrime che porta con sé, pesano come macigni e nascondono un campo di battaglia: edifici squarciati dalle bombe, macerie e crateri slabbrati nel paese del nostro cuore.

6_fisher_hope
Tears of possibility/hope

Infine, la speranza. Anche questa l’ho vista brillare in tante pupille. Che siano quelle di una donna, di un padre o un amico sacerdote, non fa differenza: quando si tratta di speranza, tutti piangiamo le stesse lacrime. Sembrano crepe nel muro, una breccia che finalmente si apre nello sguardo di chi non credeva più in niente, e che lascia entrare un respiro di luce dentro una vita soffocata dal buio.

Io non piango mai.
Anzi, forse sarebbe più giusto dire che “io non piango più come piangevo prima”.
Ora tendo a nascondere le lacrime in luoghi segreti perché nessuno le veda: le tiro fuori da sotto il cuscino quando tutti dormono, le mischio all’acqua scrosciante della doccia, di tanto in tanto le porto a fare un giro in macchina. Lo facciamo tutti, no? Difendiamo i nostri mondi interiori alzando mura che nascondano gli occhi, perché in realtà lo abbiamo sempre saputo, che piangere di gioia fosse diverso dal piangere di dolore. Abbiamo paura di farci vedere deboli, piccoli, stupidi.

Comprensibile, siamo umani.

Ma quello che Rose-Lynn Fischer mi ha confermato è che dentro le nostre lacrime non c’è niente di debole, né di piccolo, né di stupido. Grazie alle sue fotografie, ho cominciato a credere che dovremmo tutti piangere di più davanti a qualcuno. Non ci mozzerebbe forse il fiato, indovinare galeoni e draghi nei paesi di chi ci ama?

12_fisher_timelessreunion
Tears of timeless reunion (in an expanding field)

 


 

WhatsApp Image 2020-06-05 at 17.09.25
“It’s such a secret place, the land of tears” (The Little Prince)

Ringrazio di cuore @annasorrentino.art per aver realizzato la bellissima copertina di questo articolo. E’ soltanto agli inizi ma è veramente brava, seguitela su Instagram.

(Date un’occhiata qui per vedere un altro po’ di mondi;)

Pare che la quarantena sarà ancora lunga, potresti approfittarne per leggere anche: Banksy e l’urgenza del trita(c)arteLe sei parole di HemingwayPinguini sulla Quinta Avenue.

Buona Pasqua!

P.s. Non dimenticare di iscriverti alla Newsletter!


Scopri di più da The Eagle and Child

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

5 pensieri riguardo “Il paese delle lacrime

Lascia un commento