Nonostante fosse sabato sera, il piccolo pub alla periferia di Bergamo era quasi vuoto. Le lampade appese alle pareti emanavano una tenue luce dorata e nell’aria sfrigolava l’odore degli ultimi hamburger rimasti sulla piastra. In sottofondo stavano passando i Coldplay: “I hear Jerusalem bells are ringing, Roman Cavalry choirs are singing…”. Il barman, in piedi dietro il bancone, muoveva la testa a ritmo e approfittava dell’assenza di clienti per scrollare la bacheca di Facebook. Vicino all’entrata, un uomo di mezza età, curvo e con la barba sfatta, beveva da solo. Due innamorati stavano limonando da più o meno un quarto d’ora, in un angolo non troppo appartato, sotto lo sguardo perplesso dei cocktail lasciati a metà. Poco distanti da loro, un gruppo di ragazzi cazzeggiava intorno a un tavolo.
Rik buttò giù l’ultimo sorso di birra e appoggiò il bicchiere con un tonfo. “Che palle raga, stasera non mi viene in mente niente” sbuffò. Aveva i capelli ricci, gli occhi limpidi e una zeppola molto marcata. Ogni volta che pronunciava la “s”, gli usciva come un sibilo contro i denti.
“Mmm hai la testa altrove, eh?” sogghignò Elio, seduto accanto a lui.
“E sappiamo tutti dove l’ha lasciata” ammiccò Paso, tirandogli una gomitata.
“Che macchina era?” intervenne Butt, “una panda del 2006?”
“Fanculo” rise Rik, rosso in volto, “chi se lo ricorda?”
“Finisci a fare sesso sul sedile della moretta più carina di Bergamo e non ti ricordi che macchina aveva?”
“Ero concentrato su altro, poi c’era buio e… ma vi fate i cazzi vostri? Pensiamo al nome della band, piuttosto. Sono settimane che spariamo nomi a caso.”
“Capre Miotoniche a me piaceva…”
“Butt, ne abbiamo già parlato. Con un nome del genere, le probabilità di rimorchiare una fan si azzerano ancora prima di cominciare a cantare.”
“Ma poi ti immagini le facce della gente? “E adesso salutiamo con un applauso le miticheeee…CAPRE MIOTONICHE!” Roba da sotterrarsi per l’imbarazzo.”
“In realtà, anche a me non dispiace. Di sicuro non è un nome che si scorda facilmente.”
“Non ci siamo signori, sono sicuro che possiamo fare di meglio. Serve qualcosa di più…evocativo, qualcosa in cui i fan possano identificarsi. Nessuno vuole essere paragonato a una capra.”
“Beh, mentre voi ci pensate io prendo un’altra birra”. Rik aprì il menù direttamente alla pagina delle birre artigianali e iniziò a scorrere i nomi uno dopo l’altro, alla ricerca di qualcosa che fosse abbastanza alcolico per dargli una bella scarica di creatività extra.
Alba Rossa, 6,4%…mmm, troppo poco.
Dark Metal, 8%…cos’è? La birra preferita dai Cannibal Corpse?
Melafoi, 9,5%…pfff, tutto qui?
Tactical Nuclear Penguin. 32%.
Rik si immobilizzò. Non aveva mai visto prima né quella gradazione né tantomeno quella marca, che per il suo stipendio da fattorino delle pizze costava decisamente troppo. Un brivido di adrenalina gli attraversò la schiena. All’improvviso, sentì nelle narici il profumo dello shampoo di Bea, la ragazza che la notte prima si era messa a cavalcioni sopra di lui. Rivide se stesso, Elio, Butt, Paso, Simone e Matt che suonavano “Lode al nome Tuo” in garage, durante un pomeriggio di luglio. Si immaginò fuori nel buio, appoggiato a una delle vetrate, a guardare verso l’interno del pub. Erano passati molti anni. Lui e i suoi amici si erano fatti crescere la barba e indossavano vestiti più o meno da adulti, ma stavano ancora stravaccati intorno a quel tavolaccio, a bere e a parlare di vita, amore e canzoni, che alla fine sono un po’ la stessa cosa. Voltandosi verso la finestra, l’altro se stesso lo vide, gli sorrise e alzò la bottiglia di Tactical Nuclear Penguin in segno di saluto.
In quel momento, il ragazzo tornò in sé.
“Ragazzi” disse, alzando gli occhi dal menu, “ho trovato il nostro nome.”
Aspettavo questo momento più o meno da un anno.
Era il dodici aprile e, insieme ad alcuni amici, stavo assistendo al mio primo concerto dei Pinguini Tattici Nucleari. Mentre cantavo a squarciagola Antartide, con la maglietta della band intrisa di sudore e il viso in fiamme per l’emozione, ho avuto la certezza che prima o poi avrei scritto anche di loro. Tra uno sproloquio e l’altro, le parole giuste le ho trovate solo di recente, sulla scia dell’immenso successo che questi ragazzi hanno riscosso sul palco dell’ultimo Sanremo. Forse ce ne siamo già dimenticati, ma mentre eravamo tutti impegnati a gridare allo scandalo per l’outfit “francescano” dell’Achille Nazionale, o a soffocare dalle risate per “le brutte intenzioni, la maleducazione…”, i Pinguini Tattici hanno scalato la classifica fino a piantare la loro bandiera sul terzo gradino del podio. Qualcuno li ha accusati di paraculaggine, sostenendo che Ringo Starr fosse “una canzone molto poco indie che piace a tutti”, qualcun altro invece afferma che fossero gli unici cantanti degni di nota ad essersi esibiti all’Ariston (guardate meglio…c’era anche Rancore). Chi ha ragione? Lascio a voi l’ardua sentenza.
Io, in qualità di scrittore, ho una storia da raccontare.
“Sento già profumo di pizza ma forse è solo la libertà” (Bagatelle)
La storia di questi sei spiantati bergamaschi comincia molto prima di Sanremo. Prima di “volare” in televisione infatti, i Pinguini Tattici, fedeli al nome che portano, si sono fatti un bel tratto di strada ghiacciata dondolando sulle zampe. Sono partiti dal basso (“e pure dalla chitarra, dalla batteria…”, questa l’ho rubata al frontman della band. Carina, vero?), più precisamente dai banchi di scuola della Val Seriana, intorno al 2012. “Fondamentalmente eravamo dei ragazzi senza la ragazza, […]. Dei ragazzi che non avevano particolari modi di esprimersi se non urlando dentro a un microfono (e tutt’ora lo siamo)”, svela Riccardo Zanotti (voce) in un’intervista. Accomunati dalla smisurata passione per la musica e da cassetti strabordanti di sogni, all’inizio suonavano cover di canzoni liturgiche e sigle di cartoni animati, rigorosamente in stile metal, nella saletta dell’oratorio parrocchiale.
Dopo un Ep di sei brani dal titolo “Cartoni Animali”, seguono due album: “Il Re è nudo” nel 2014 e “Diamo un calcio all’aldilà” nel 2015. Alcune caratteristiche del loro atipico stile musicale emergono già da questi primi lavori. Sono brillanti, scanzonati e attingono a piene mani da tutti gli ambiti della cultura pop, dai social ai cartoni animati. Musicalmente parlando, ciascuna delle loro canzoni sembra essere un piccolo universo a sé stante: “Dal reggae al prog, dal folk al jazz, dal punk alla cartoon music: offriamo un frullato di identità musicali, pietanza rara di questi tempi”, spiegano. Grazie alla loro freschezza sonora e a canzoni geniali del calibro di “Cancelleria” e “Il Paradiso degli orsi gay”, in pochissimo tempo conquistano una sottile ma fedelissima fetta di pubblico.
Il 2017 segna un anno di svolta per il brillante sestetto di pennuti, che si impone sulla scena indipendente italiana con l’indimenticabile “Gioventù brucata”: l’album di “Tetris”, “Sciare”, “Irene” e “Ninnananna per genitori disattenti”, alcuni fra i brani più iconici della storia della band. Un paio di anni più tardi, emigrano dalle zone poco frequentate del panorama indie per inoltrarsi nei continenti più affollati del mainstream, finendo nientemeno che nel caldo abbraccio di Sony Music. Grazie al nuovo contratto con la major, il cinque aprile 2019 esce “Fuori dall’Hype”, che spalanca definitivamente le porte del successo tanto atteso.
“Tu eri per me il pezzo del Tetris longilineo/ quello che lo aspetti una vita/ ma finalmente quando arriva ti risolve tutto” (Tetris)
Sono entrato nel mondo “pinguino” un paio di anni prima del loro ultimo album, proprio grazie a Tetris. Stavo parlando di musica con Soldo, un amico dai capelli rossicci che era con me anche al concerto. Dopo un lungo tiro di sigaretta, mi fa: “Conosci Tetris? E’ dei Pinguini Tattici Nucleari”. Ricordo di aver reagito con una risata. “Di chi scusa?”. “Pinguini Tattici Nucleari. Sono un gruppo”. Sulle prime credevo mi stesse proponendo una qualche roba mezza trash, perché dai, quale razza di band sceglierebbe un nome che ti fa rimorchiare così poco? Ma quando Soldo parla di musica, di solito non lo fa per dare aria ai denti. “Ascoltali, secondo me ti piacciono. Fidati” insisteva. Così, mi sono fidato.
Tetris mi ha fatto lo stesso effetto del primo bacio: quando stacchi le labbra, sei talmente elettrizzato che non puoi non rifarlo almeno altre cinque o sei volte. Dopo il primo ascolto ce ne sono stati molti altri, e mentre cercavo di capire dove volesse andare a parare il testo, mi sono accorto che stavo già scandagliando i video correlati alla ricerca di altre canzoni…COSI’.
“Che cosa vogliono saperne loro di cos’è la felicità, che non ascoltano Battisti, e non metton la cipolla nel kebab” (Fuori dall’Hype)
Da Tetris fino alla “sanremese” Ringo Starr, ho messo le radici in Antartide e non credo me ne andrò tanto presto. A queste latitudini, possono farci compagnia soltanto i Pinguini (che siano Nucleari o Imperatori, poco importa) e vi assicuro che sono tutt’altro che gelidi.
Dietro una leggerezza solo apparente, i loro testi nascondono riflessioni profonde che ricordano molto le poesie dei Crepuscolari di inizio ‘900. Gli esponenti di questa corrente letteraria lasciano da parte le emozioni travolgenti cantate dai Romantici, in favore di rime molto più “fanciullesche” sullo stile di Pascoli, con qualche richiamo al Decadentismo. Le loro strofe raccontano le storie di chi vive in provincia, lontano dai riflettori. Scrivono con un lessico semplice e dai loro versi traspare un senso di indefinibile malinconia. Secondo la poetica Crepuscolare, l’ironia e l’attenzione alle piccole cose quotidiane sono le difese più efficaci contro la moderna crisi dei valori. Se aggiungete ritornelli esuberanti, citazioni nerd a palate e tributi ai mostri sacri del passato (Kurt Kobain e Freddie Mercury, per citarne un paio), vi accorgerete che tutto questo è decisamente “fuori dall’hype”.
“E al di là delle nuove esperienze siam tutti schiavi dei nostri ricordi/ Perché è impossibile esser felici senza essere anche un po’ tordi” (In Vento)
Siamo tutti molto egocentrici quando si tratta di arte. Nessuno legge un romanzo cercando in esso lo scrittore, così come nessuno ascolta una canzone cercando il cantante nascosto tra i versi. Nelle parole di una storia, fra le rime di una canzone o nei colori di un dipinto ad acquerello, noi cerchiamo noi stessi.
Io mi sono trovato dentro “Fuori dall’Hype”.
Le loro canzoni vengono a trovarmi a tutte le ore, mi sembra quasi di conoscerle da sempre. Le abbraccio con un sorriso e le invito a entrare, scusandomi per il mio outfit da zingaro e il disordine che regna in molte delle mie giornate. Quando la voglia di cucina giapponese minaccia di uccidermi, so che posso contare su “Sashimi”, che non si presenta mai senza almeno due vassoi di sushi misto. “La Banalità del mare” invece, bussa alla mia porta nelle giornate di sole. Quando entra, il salotto si riempie dell’odore d’asfalto rovente e brezza marina. Io e lei fantastichiamo spesso di mollare tutto e partire, senza sapere verso dove. Se all’improvviso appare “Antartide”, dentro di me va tutto un po’ in tilt per qualche secondo, perché raramente arriva sola: insieme a lei c’è sempre una ragazza. Purtroppo, molto spesso le cose non vanno come vorrei, e dopo “Antartide” arriva “Ridere”, che mi aiuta a raccogliere i pezzi taglienti di tutte le storie che finiscono male. Resta sempre mezz’ora in più del necessario, giusto per assicurarsi che sia tutto ok e spesso mi porta anche una scatola di cerotti. Certe notti invece mi sdraio sul letto accanto a “Scatole”. Rimaniamo svegli insieme ad ascoltare il ticchettio della pioggia sul tetto e ci diciamo che, nonostante a volte il mondo faccia schifo, va bene così.
Quando sento le ultime note dissolversi nell’aria, capisco che stanno per andare via. “Nonono” si sistema i capelli e riallaccia la camicetta, “Bergamo” alza il bavero dell’impermeabile, “Monopoli” spegne la sigaretta nel posacenere. Ringrazio, le accompagno alla porta. “A presto. Promesso” rispondono, sfiorandomi la guancia con un bacio. Mentre le guardo allontanarsi lungo il viale mi accorgo che fuori c’è solo un grande silenzio.
Sbatto gli occhi.
Torno bruscamente alla realtà: non c’è nessun viale, solo una strada deserta, un cane che abbaia e le sirene di un’ambulanza lontana. Sono tutti barricati in casa da settimane per la quarantena e io sono soltanto uno scrittore incostante alla periferia di una cittadina che non smette di sperare. “Quanto potere ha la musica” penso, “che anche quando siamo chiusi fuori dal mondo, ci fa credere di essere vivi dentro le canzoni di un Pinguino”.
“Mi rivolgo a te, ascoltatore che ancora non conosce i Pinguini Tattici Nucleari. Tutto quello che hai sempre cercato, tutto quello che hai sempre bramato nella tua vita di provincia, di campagna o di metropoli, ecco: tu lo troverai dentro la musica… dei Korn. Poi ascolta anche noi, se vuoi.” (Riccardo Zanotti)
Tracklist “Fuori dall’Hype” (2019):
Fuori dall’hype – 3:50
Antartide – 4:35
Lake Washington Boulevard – 3:48
Monopoli – 3:57
Nonono – 3:31
Scatole – 4:05
Sashimi – 3:50
La banalità del mare – 3:12
Verdura – 3:29
Freddie – 4:57
Tracce bonus del repack “Fuori dall’Hype: Ringo Starr” (2020):
Ringo Starr – 3:03
Ridere – 3:34
Bergamo – 4:48
Se tutta la discografia dei Pinguini Tattici Nucleari non ti basta, leggi anche Linkin Park: amore e crepacuore
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2 pensieri riguardo “Pinguini sulla Quinta Avenue”