“La vecchia guardava la luna, e viceversa”.
Nell’inizio c’è già tutto, l’ho sentito dire da molti. Vale per ogni storia e “Prendiluna”, romanzo del 2017 scritto da Stefano Benni, non fa eccezione. Il suo incipit è come il primo abbraccio tra due innamorati, che custodisce dentro di sé il germoglio di una storia d’amore non ancora sbocciata. Poche parole, semplici, autorevoli. E’ troppo tardi per andarsene, per rifiutare l’abbraccio dell’inchiostro. Proprio come chi sceglie di amarsi, siamo già diventati protagonisti di una storia che ancora non conosciamo.
Ve ne siete accorti?
E’ una calda notte estiva. La vecchia signora, una professoressa ormai in pensione, se ne sta seduta in veranda ad ascoltare il concerto dei grilli che friniscono nel prato. Si sente un po’ sola, probabilmente perché i suoi Diecimici sono usciti nel bosco in tutta fretta, invece di “dormire variamente spalmati per la casa”. La luna invece, brilla appesa alla notte come un orecchino di latte, sfiorando le cime aguzze degli abeti. L’aria fresca profuma di menta e rugiada. E’ una di quelle sere sospese tra il sonno e la veglia, in cui i ricordi si intrecciano ai sogni e non si capisce cosa sia reale e cosa no.
“E ricordò che, quando era piccola, vide per la prima volta la luna piena e la sorpresero mentre saltava e gridava perché voleva afferrarla e tirarla giù. Quel giorno lontano era nato il suo soprannome, Prendiluna.”
(Capitolo 1, Ariel)
Tra Prendiluna e la luna regna la quiete. Un senso di aspettativa serpeggia fra le prime parole del romanzo, come se stesse per succedere qualcosa di molto importante. In quel silenzio, il cuore della vecchina batte piano e a volte inciampa. “Mi sa che sto morendo, gatti miei” mormora, con voce roca.
Poi, un graffio nel buio.
La narrazione si increspa come un laghetto colpito da un ciottolo e con un balzo appare Ariel, il fantasma di una gatta dal pelo bianco e lo sguardo di fiamma, morta molti anni prima. Lo spirito del felino affida a Prendiluna il compito di salvare l’umanità.
“Hai otto giorni […]. Devi consegnare i Diecimici, ognuno a una persona degna e buona. Se troverai queste dieci persone, il mondo sarà salvo. Se no, sarà la fine di tutto e il mondo verrà annientato […]”
(Capitolo 1, Ariel)
Sembra quasi una profezia fantasy e, come ogni profezia che si rispetti, non ha bisogno di ulteriori spiegazioni. Nonostante il lieve sgomento iniziale, Prendiluna, cardiopatica e molto poco incline a tirare le cuoia con il culo sopra una sedia a dondolo, non se lo fa ripetere due volte. In barba al “rifiuto della chiamata”, da cui gli eroi si fanno sedurre decisamente troppo spesso, raccatta trentacinque chili di gatti, li ficca a forza dentro una valigiona a rotelle e parte.
Se stavate aspettando il momento in cui sospendere definitivamente l’incredulità e cominciare il viaggio, è questo. Da adesso in poi, tutto quello che vivrete insieme alla protagonista esisterà solo se sarete voi a crederci. Io ho scelto di farlo e, come sempre, mi ci sono buttato a capofitto. Pochi istanti dopo, mi sono ritrovato intrappolato in mezzo a duecento pagine fra le più surreali e divertenti che abbia mai letto.
Vorrei amare la scrittura quanto la ama Stefano Benni. Fin dalle prime righe, balza all’occhio il suo bisogno viscerale di raccontare divertendosi, di riversare sul foglio tutto quello che la sua fantasia gli suggerisce senza imporsi nessun limite. Capitolo dopo capitolo, sfodera un campionario vastissimo di giochi di parole, neologismi (Annibaliani, Trumpi, Smartafoni…), allusioni sessuali e riferimenti colti di ogni tipo. E’ politicamente scorretto, brillante e ha la capacità di mettere insieme un eccentrico sexy shop, una suora armata di alabarda e una setta di fanatici cannibali, senza che nessuno di questi elementi risulti fuori posto. Ci vuole del genio, non siete d’accordo?
“…io e lei leggiamo libri diversi ma sono quasi tutti libri di morti, io mi commuovo a parole di morti, lei studia parole di morti ma da ogni pagina fiorisce la vita […]” (Capitolo 2, Clinica Roseto)
Oltre al linguaggio, quello che mi ha conquistato definitivamente mentre leggevo, sono stati i personaggi che Prendiluna incontra durante la sua missione.
Due malati mentali in fuga da un manicomio, ossessionati dall’idea di picchiare Dio per vendicarsi di tutta la sofferenza che infligge all’umanità.
Un vecchio commissario che vorrebbe tanto vivere in un film, perché nei polizieschi la realtà è molto meno ingarbugliata.
Un pianista obeso innamorato del jazz.
Un sicario misterioso, con tanto di cicatrice sulla bocca e cappello rosso.
Il dolce fantasma di una ragazza che qualcuno non ha ancora smesso di amare… e chissà quanti altri, che hanno trovato una stanza libera nel mio cuore di scrittore. Alcuni sono un po’ fuori di testa, sì. Dopotutto, visto l’universo narrativo in cui abitano, c’era da aspettarselo, eppure non sono poi così diversi da noi. Ciascuno di loro vive, soffre, sorride, dice le parolacce, si innamora, cambia e sogna, sempre in bilico tra la realtà e la fantasia.
“Ogni notte è meravigliosa quando torni vivo da un campo di battaglia, o esci da un ospedale, o lasci una prigione, bella è la gioia degli scampati, dei guariti, dei salvi, anche se sarà breve.”
(Capitolo 6, Hamlet)
Già, realtà o fantasia? Mentre svaniscono le ultime note d’inchiostro del finale, viene da chiederselo.
La risposta è nascosta nella frase scritta in apertura. “Prendiluna” è tutta lì, una terra di mezzo tra la vecchia e la luna, la realtà e la fantasia, il termosifone e i sogni. E’ la protagonista stessa a chiedersi quale dei due mondi sia meglio scegliere, a un certo punto del romanzo: “Cosa scegliere tra i sogni e il termosifone?”
Da un lato, un mondo leggero che esiste soltanto mentre dormiamo, meraviglioso ma effimero per sua stessa natura. Un mondo in cui i ragazzini diventano campioni giocando con Palloni Invisibili e i giardinieri parlano con i tulipani. Un terra di Trisogni e sogni Matrioska, di anime bambine e uomini pazzi che si credono angeli o dei. Un mondo quasi magico, che per una sera d’estate diventa il palcoscenico perfetto per la favola surreale di una vecchia signora innamorata della luna.
Dall’altro, la prepotenza di un termosifone saldamente ancorato al muro della realtà. Un mondo vero e spesso brutale, che non ha nessuna pietà per chi si lascia irretire dalle illusioni. Il mondo dell’uomo contemporaneo, schiavo dell’apparenza e della “schermofilia”. Un palcoscenico che mette a nudo tutta l’ipocrisia e la superficialità di una società fagocitata dal consumismo che strappa i sogni e li lascia marcire. In questo mondo, Prendiluna non è altro che “una gattara pazza che crepa di noia” e tra lei e la luna non c’è un bel niente. Solo vuota aria notturna.
E tu e io, caro lettore, siamo capitati proprio nel mezzo.
Forse siamo soltanto gatti che zampettano in equilibrio tra un sogno e un termosifone.
“Voi dormite, figli miei immaginari. Vi avevo promesso un futuro. Volevo insegnarvi ciò che ancora inseguo, il saper dire, il saper capire, il saper fare. E guardando i vostri visi chini su un compito o assorti in un pensiero, io speravo insieme a voi.”
(Capitolo 21, Centro commerciale Butterman)
Dedicato a
Nasone, Hanta il Rosso, Sylvia, Dolores, Gonzalo, Emily, Cronopio, Raymond, Jorge e Prufrock
Vuoi sapere cosa ne penso di altri libri? Leggi anche Ciò che Inferno non è – Libro del mese
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