La città dorme sotto di noi. La vedi di certo da quassù, siamo così in alto. Forza, sporgiti un po’, anche se hai paura ti tengo io. Eccola lì.
E’ bellissima. Vedi le luci riflesse nell’acqua buia dei canali, i campanili aguzzi, le strade deserte? Da qui sembrano lontanissimi, non è vero? Di solito non è così tranquilla. Durante il giorno c’è molta confusione e le piazze si riempiono di gente colorata. Chissà dove mai andranno tutti così di fretta. Le gondole scivolano sull’acqua verde e dai tetti guardo sempre i gabbiani che si tuffano ad ali spalancate tra i banchi del mercato del pesce.
Probabilmente stai pensando che uno piccolo come me non dovrebbe starsene seduto qui, sul bordo di un tetto con i piedi a penzoloni. Forse hai ragione, ma è il mio posto preferito.
Ormai vengo qui tutte le notti. Mi piace il grande silenzio che c’è a quest’ora, i grappoli di luci calde sparpagliate nel buio come braci. A volte poi, parlo con la luna. E’ molto gentile, sai? Come faccio a parlarci? Non lo so, probabilmente nello stesso modo in cui parliamo io e te.
Ero solo prima che arrivassi tu, ma se ora sei qui significa che almeno per un po’ intendi restare. Ci sono alcuni posti in cui voglio andare, stanotte. Puoi venire con me se ti va.
Chissà, magari sarà una bella storia.
Sei veloce. Per essere la prima volta che corri sulle tegole te la stai cavando bene. Fatti guidare dalla luce della luna, ma attento ai comignoli e se puoi evita le grondaie: fanno troppo rumore, non ci devono sentire.
Come chi? Gli altri! Questa storia è per te, non voglio che la ascoltino tutti.
Attento, lì è ancora bagnato: ieri notte è piovuto. C’era odore di fresco e tutto era più lucido. Ho giocato con Aurora a ballare nelle pozzanghere e a contare le gocce appese ai cornicioni, è stato molto divertente.
Cosa? Vuoi sapere chi è Aurora? Ha gli occhi scuri, profuma di fiori e sorride sempre quando piove. Dovresti conoscerla. E’ molto brava a cantare, certe volte mentre la ascolto di sera mi addormento e quando mi sveglio lei è andata via. Scappa sempre, non so perché. Forse ha paura. Però poi torna.
Sei stanco? Possiamo fermarci un pochino. Non mi hai ancora detto come ti chiami, ora che ci penso.
Che strano nome. Io non ce l’ho. Non è che è un segreto o una bugia, proprio non ce l’ho. Nessuno me ne ha regalato uno, secondo me non hanno fatto in tempo. Ma non ti preoccupare, puoi sceglierlo tu uno per me.
Sei curioso di sapere cosa stiamo per fare? Lo vedrai presto. Ora andiamo, siamo quasi arrivati.
Ecco, appoggiati alla ringhiera. Guarda dentro, oltre il vetro. La vedi?
Non è buffa, addormentata su quella sedia a dondolo, con quel grosso gatto sulle ginocchia? Si chiama Rosa, è molto vecchia. Il gatto invece non so come si chiama, forse anche lui è senza nome. Ora lei dorme, ma so che si affaccia a questa finestra un sacco di volte per salutare le persone che passano sulla strada. Ho scoperto che prima era un’infermiera, una di quelle che fanno nascere i bambini. Ma è una parola difficile che usano i grandi e io non riesco mai a dirla.
I bambini vengono qui perché lei è gentile e regala sempre montagne di caramelle a tutti, ma stasera non sono qui per quelle.
Stai qui, io devo entrare.
Fatto, l’ho preso. Per poco quel gatto non mi faceva scoprire. Lo hai visto no, quando ha aperto gli occhi all’improvviso? Fortunatamente non si è messo a soffiare, perché sarei scoppiato a ridere. Sono molto buffi i gatti quando si arrabbiano, perché gonfiano il pelo e diventano ciccioni. Guarda, è ancora là che ci fissa con quegli occhi gialli. Meglio andare.
Come? Dici che non ti interessa nulla dei gatti ma vuoi sapere cosa ho preso a Rosa? Questo ancora non te lo posso dire, è un segreto.
Si, sono come un ladro però un po’ diverso. Non mi interessa se è sbagliato, io lo faccio lo stesso.
Andiamo dai.
Eccoci qui. Come ti sembra la città, vista dalla strada?
Hai ragione, è un po’ più brutta. Soprattutto in questa zona, vicino al porto. Senti che puzza. Colpa dei pesci morti e del fumo dei cantieri, che è così denso che l’aria non riesce a soffiarlo via. Però voltati, guarda.
Ecco, quell’acqua lì tutta nera, lunga fino là in fondo dove sparisce, è il mare.
Lo guardo spesso anche dal mio tetto. Vedi come si muove la schiuma intorno ai piloni? Sono sicuro che anche a te piace il rumore che fanno le onde. Sai, a volte mi sembra come una canzone di Aurora.
Sì, penso anche io che sia molto bello.
Adesso seguiamo il molo, devo vedere una persona.
Eccolo, è lui. Si chiama Gabriel. La barca in cui dorme è come la sua casa. Lo seguo spesso di sera quando esce con una bottiglia in mano. Cammina per la strada come se non sapesse dove andare, a volte mi fa ridere perché sbatte contro le cose e parla sempre da solo, ma non capisco mai cosa dice. A volte urla parole molto cattive però, e quelle le capisco. Quando arriva alla barca, smette. Serena si chiama. Ma no, non lui, la barca! C’è scritto sul bordo, ormai non si legge quasi più.
Gabriel si sdraia dentro sul fondo e guarda la luna come faccio io, solo che lui piange. Non so perché. Forse con lui la luna non è così gentile e gli dice delle cose che lo fanno piangere.
Cosa? Non vuoi che io vada da lui? E perché? Mmm, capisco. Pensi che non sia giusto rubare a qualcuno che non ha niente. Non ti preoccupare, gli darò qualcosa in cambio.
Lo faccio sempre.
Andiamo, c’è un’altra visita che voglio fare. E’ l’ultima.
Scommetto che un po’ ti dispiace, vero? Anche a me. Anche se hai uno strano nome mi sembri una persona perbene. Mi piace parlare con te, non avevo mai avuto nessuno prima d’ora. A parte Aurora certo, ma lei non è come te. E’ più simile a me. Quando sorgerà il sole dovrò dirti addio, e probabilmente non ci vedremo più. Ma non è ancora il momento, vedi nel cielo? C’è qualche piccola stella e la luna quasi sfiora il mare. Finché non scende tutta di là, posso farti compagnia.
Guarda, la finestra della terrazza è aperta. Puoi venire dentro con me stavolta, ma solo se prometti di non fare nessun rumore. No, non basta che me lo dici con la voce, dobbiamo fare giurin giurello. Non sai cos’è? Ma come! Dammi il mignolino, ecco bravo. Giu-rin-giu-rel-lo! Ora che hai giurato non puoi più tirarti indietro. Attento ai vasi di fiori, se li rompiamo si arrabbiano. Chi si arrabbia? Lo puoi vedere da te.
Sono proprio belli vero? Si chiamano Miriam e Federico. Sono sempre abbracciati sotto le coperte, quando arrivo qui. A volte sono ancora svegli e li sento sussurrare. Non capisco mai cosa si dicono, ma devono essere delle cose molto dolci perché poi si baciano un sacco di volte. Anche i grandi che si baciano mi fanno molto ridere.
La prima volta che li ho visti però, non c’era proprio niente di buffo. Miriam piangeva sul pavimento e tremava anche se era estate. Federico invece era seduto sul letto con la testa fra le mani, immobile al buio. Non diceva niente, ma era come schiacciato sotto un’ombra gigantesca.
Così mi sono avvicinato. Non mi piace vedere le persone che stanno male, sai? Secondo me non piace a nessuno. Miriam sapeva di lacrime e di tagli, ma non sanguinava.
“Non abbiamo neanche fatto in tempo a dargli un nome” ripeteva singhiozzando, le mani chiuse sulla pancia.
Ho pensato che avessero perso qualcuno, che una parte di loro non ci fosse più. Così ho fatto il mio primo furto, che in realtà è uno scambio. Ho dato un bacio sulla fossetta di Miriam e le ho rubato le lacrime, il freddo, il dolore che la graffiava dentro. Le ho regalato i gabbiani che avevo visto quella mattina, così liberi, e il riflesso del sole caldo sulle onde della laguna. Poi ho preso la paura di Federico con due dita, come faccio quando catturo i ragni, e gli ho regalato la piccola farfalla bianca che avevo trovato su una foglia di edera e la canzone di un pescatore.
Quelle cose per me sono belle, e mi fanno sentire una specie di sorriso dentro. Credo di averli fatti stare meglio, perché quando sono andato via Federico l’ha abbracciata. “Lui è qui con noi, è vicino. Andrà tutto bene, te lo prometto” ho sentito che diceva.
Da allora sono tornato qui ogni notte, per vedere se lui avesse mantenuto la sua parola. Non aveva fatto giurin giurello, secondo me i grandi proprio non lo sanno fare, ma la sua promessa è servita lo stesso. Miriam non ha pianto mai più.
Stava sveglia a lungo, come ad aspettare. Certe volte ho avuto l’impressione che mi guardasse, ma non mi ha mai visto. Quando si addormentavano, sgusciavo fra i loro corpi lisci e caldi e stavo un po’ lì ad ascoltarli respirare, a sentire i loro cuori che ticchettavano nel buio come orologi.
Scambiavo sempre qualcosa: una risata di Aurora, una conchiglia, il colore delle tegole dopo la pioggia…ad un certo punto ho iniziato a prendere anche i loro sogni felici. Perché vedi, sono molto piccoli e trasportarli non è difficile. E’ così che ho conosciuto Rosa e Gabriel. Ho aperto la mano e loro erano lì con me.
Miriam scrive sempre delle lettere alla vecchia infermiera, ma non so cosa si dicono perché non so leggere. Federico invece sogna spesso Gabriel e Serena. No, non la barca! Serena è una donna vera, cammina anche nei sogni di Gabriel ma non so chi sia. Federico le vuole molto bene perché da piccoli giocavano insieme. Gabriel invece non giocava con nessuno e la prima volta che Serena gli ha sorriso è diventato rosso come un pomodoro.
Prima dell’alba, quando li vedo stiracchiarsi e mugolare come fanno i gatti, vado via.
Eccola lì, la vedi? Quella luce che spunta fuori dietro i tetti e colora il cielo di rosa è l’alba. E’ timida come Aurora, all’inizio. Però piano piano diventa sempre più bella, fino a quando non riempie tutto il cielo e poi tutte le strade.
Non posso restare oltre, ora devo proprio andare. Prima di partire però, facciamo uno scambio. Se c’è qualcosa che ti fa male dentro, o che ti fa ridere fino alle lacrime, o quello che vuoi tu… puoi regalarlo a me. Io ti lascio il ricordo che ho rubato a Federico due notti fa, puoi farci ciò che vuoi. Spero ti piaccia.
Ti voglio bene.
Miriam è a piedi nudi sugli scogli, il vento salato scuote i suoi lunghi capelli ricci. Sorride. Federico la abbraccia, appoggia le mani sulla sua pancia gonfia. Sotto le dita sente battere un piccolo cuore.
“Come lo chiamiamo?”
Se credevi che questo blog fosse ormai morto e sepolto leggi anche: Tutto il fiato che resta
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