Mov to Normandy

Venerdì nove agosto, le undici di sera circa. Il parcheggio del gommista accanto alla chiesa di Ospizio era gremito di voci e volti e valigie ammassate vicino ai pullman. Il cielo estivo era scuro e nell’aria si respirava la tipica atmosfera che precede un grande viaggio. Avete presente, no? Amici che ridono e si abbracciano, ragazze con la paranoia di essersi dimenticate il phon, rapidi sguardi fra sconosciuti. I cuori di tutti fremevano di aspettativa. La voglia di partire serpeggiava tra di noi, invisibile, e io non stavo più nella pelle. Durante l’omelia della messa che abbiamo celebrato prima della partenza, Don Luca Ferrari ha messo in luce la frase che avrebbe guidato la nostra settimana: “A che serve la vita se non per essere donata?”

Siamo saliti sui pullman con queste parole che ci riecheggiavano dentro. Ho preso posto e fuori dal finestrino ho visto ondeggiare le mani di chi ci salutava per augurarci buon viaggio. Ci aspettavano una ventina di ore di strada, forse di più. L’aria condizionata era gelida e dopo pochi minuti le luci del pullman si sono affievolite. Qualcuno ha tirato fuori una felpa e l’ha usata come coperta, un sacerdote ha benedetto sottovoce il nostro pellegrinaggio e due innamorati si sono scambiati un bacio protetti dal buio. Io mi sono infilato gli auricolari e ho deciso che l’ultimo album degli Of Monsters and Men era la colonna sonora perfetta per guardare la città scivolare via nella notte. Non mancava nulla.

E così siamo partiti.

Cambiano le mete, ma il desiderio che ha spinto a partire centonovanta giovani del Movimento provenienti da Reggio Emilia, Roma e Verona era lo stesso degli anni precedenti: trovare Dio insieme. E’ raro incontrarlo dietro l’angolo, non succede quasi mai. I sentieri su cui passa sono invisibili, per questo abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a individuare le sue orme.
La notte è diventata giorno e il giorno ha rubato le sfumature a un tramonto di Monet, finché alla fine non siamo scesi dai pullman con i muscoli rigidi e le gambe formicolanti. Eravamo in Francia, precisamente in Normandia, la terra di San Michele Arcangelo, Santa Teresa di Lisieux e Santa Giovanna d’Arco. Un angelo, una suora bambina e una vergine guerriera: gente che di sentieri divini se ne intende parecchio.

I primi due giorni abbiamo alloggiato in un ostello nei pressi di Mont Saint-Michel. Dalla finestra della nostra camera potevamo vedere la sagoma lontana dell’abbazia appoggiata sull’orizzonte. Durante il periodo delle maree l’acqua si ritira per qualche ora e noi ne abbiamo approfittato per raggiungere l’isola a piedi. Sembrava l’Esodo, con la differenza che noi non stavamo scappando da nessuno: camminavamo in fila, chi da solo, chi in coppia o in piccoli gruppi, con scarpe appese agli zaini e passo malfermo. Intorno a noi non c’era nulla per chilometri, soltanto una distesa di melma grigiastra, pozze d’acqua salata e insidiose sabbie calcaree. Per una breve (troppo breve) mezz’ora è calato il silenzio. Si sentivano solo le strida di qualche gabbiano e i piedi sciaguattare nel fango. In quel momento ho avuto la fortissima sensazione che Dio fosse appena passato di lì.

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Nei giorni seguenti ci siamo spostati a Lisieux. La seconda tappa del nostro viaggio era il Normandy American Cemetery and Memorial, un parco di settanta ettari sulla cima dell’altopiano che sovrasta Omaha Beach, costruito per fare memoria di una delle pagine più sanguinose della storia contemporanea. Su quelle spiagge, il sei giugno del 1944 sbarcarono 156.000 soldati americani, con l’obiettivo di sfondare le difese tedesche e trafiggere il cuore del Terzo Reich. I corpi di tutti coloro che si sacrificarono perché fossimo liberi sono tornati alla terra. 9387 croci bianche conficcate nell’erba umida, a ricordarci che “l’amore passa sempre attraverso delle morti” (Don Pietro Adani). Non è uno spettacolo che lascia indifferenti, ve l’assicuro.
Ci siamo presi un po’ di tempo per pregare in silenzio prima della messa e non ho potuto fare a meno di immaginare Dio che sfiorava quei nomi incisi nella pietra e camminava su quello stesso prato. Ma quando arrivammo noi, doveva essere già andato via.

L’ultima tappa si trovava ancora più a nord. Il lungo sentiero che conduce alla cittadina di Étretat è disegnato sul bordo delle grandi falesie affacciate sul Canale della Manica, uno degli spettacoli naturali più belli che mi sia mai capitato di condividere con qualcuno. Il respiro dell’oceano che abbraccia le scogliere, il sole così alto da dare le vertigini. La bellezza di quella costa mi ha mozzato il fiato e mentre camminavamo ho sentito spesso l’urgenza di fermarmi a fotografarla. Non c’era il minimo dubbio che il Signore fosse passato anche lì. Aveva respirato la stessa brezza salata che ci scompigliava i capelli e forse aveva socchiuso gli occhi per il troppo sole esattamente come noi, eppure non lo vedevamo da nessuna parte.

Durante il momento di ringraziamento dopo la Comunione mi sono azzardato a sfidare il bordo della falesia, con i piedi a pochi centimetri dal vuoto. Una folata di vento salato si è alzata dal basso. In quel momento mi sono reso conto che fin dal nostro arrivo non avevamo fatto altro che camminare in equilibrio fra la terra, il mare e il cielo. Se c’è una cosa che la Normandia mi ha insegnato è che ogni uomo è un punto di incontro fra questi tre luoghi, come un’intersezione fra insiemi immensi. Dobbiamo barcamenarci come possiamo fra i problemi della terra, siamo innamorati del mare e Qualcuno ci ha destinati all’eternità del Cielo. L’unione di questi mondi trasforma ciascuno di noi in uno spazio così grande che non può rimanere disabitato. Possiamo essere casa per l’altro e in Normandia lo abbiamo sperimentato tutti. Dio c’era eccome ma abbiamo sempre guardato nei posti sbagliati. Per questo in sette giorni abbiamo intravisto soltanto le sue impronte: perché il luogo in cui Lui ha scelto di farsi trovare siamo noi.

° ° °

Casa.
I grilli friniscono nel buio dei campi. Ho abbandonato valigia e zaino davanti al garage e mi sono seduto in giardino a guardare la luna. Sto pensando a tante cose. A Dio, a una ragazza, alla santità, alla solita vita che ricomincerà dopo l’estate. Alla pizza, a un piatto di spaghetti, al bidet. A tutta questa Normandia che ho dentro. Il mio cuore batte piano. Le note di Wrongonyou sarebbero perfette per questo momento, se solo il mio telefono non fosse scarico.
Un refolo di brezza fa frusciare le foglie della siepe. Non sono più solo, o forse non lo sono mai stato. Si siede accanto a me senza dire nulla. Non l’ho nemmeno sentito arrivare.
Che fine avevi fatto? gli chiedo.
Non ero mai troppo distante. Sono arrivato qui poco prima di voi, risponde.
Ti abbiamo cercato per una settimana.
Lo so, vi guardavo da lontano. Ma perché quel tono amareggiato? Credevo che ormai fosse chiaro.
Che cosa?
Che lo scopo della vostra vita non è trovarmi, ma seguirmi.
Nel giardino cala il silenzio.
Allora?
Allora cosa?
Lo sai. Dovete fare della vostra vita un capolavoro. E non potete farlo finché non mettete in acqua quei benedetti piedi.
Mi sfugge una risata sommessa. La malinconia nera che mi ha assalito la sera della partenza da Lisieux svanisce in un soffio, come la marea di Mont Saint-Michel quando si ritira. Sulla sabbia scura rimane una promessa che mi affiora sulle labbra.
Lo farò. Metterò i piedi nell’acqua.
Annuisce. Si alza, fa per andarsene.
Aspetta, gli dico.
Si ferma. Non è che un’ombra.
Sbarcherai con noi?
Scorgo un lieve sorriso.
Sì.


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Tutte le fotografie che trovate nell’articolo sono state scattate dal sottoscritto con una Nikon D3300.

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