Le sei parole di Hemingway

New York, un pomeriggio imprecisato del ventesimo secolo. Immaginate quattro amici seduti al tavolo di un ristorante: il tintinnio dei bicchieri, il chiacchiericcio in sottofondo, la luce bianca di mezzogiorno, il caldo afoso. I primi piatti tardano ad arrivare e, fra un antipasto e l’altro, i quattro ammazzano il tempo discutendo di letteratura.
«Centottantamila parole, signori. Vi sfido a fare di meglio!»
«Soltanto? Siete un dilettante. In meno di due settimane io ne ho scritte ben duecentotrentamila.»
«Ah sì? E cosa avete raccontato? Storiacce di ricche matrone e scapoli squattrinati come voi?»
«Andate al diavolo, Arthur.»
«Non credete che duecentotrentamila parole siano un po’ troppe? Con tutte quelle lettere, il lettore rischia di ammuffire prima ancora di arrivare alla fine.»
«Voi credete, James? Allora sentiamo il parere di una lettrice!» dice l’uomo chiamato Arthur, occhi azzurri e baffi ben curati, voltandosi verso il tavolo accanto. Due fanciulle pallide come bambole di porcellana e vestite alla moda stanno chiacchierando amabilmente.
«Signorine, permettete una domanda?»
«Ma certamente, signore. In cosa possiamo esservi utili?»
«Secondo il vostro parere, quante parole deve contenere un romanzo per essere definito tale?»
La ragazza dai capelli scuri si volta verso la compagna con aria dubbiosa.
«Non saprei…minimo centocinquantamila parole, io credo.»
«Io dico duecentomila» ribatte James.
«Rilancio a duecentocinquantamila.»
«Credo ne bastino sei.»
I tre scrittori e le due donne si voltano incuriositi verso l’unico membro della compagnia che per tutta la durata della discussione non ha mai aperto bocca.
«Ernest, vi siete forse bevuto il cervello?»
«Niente affatto, William. So quello che dico. Posso scrivere un romanzo utilizzando sei parole contate, qui e ora se lo desiderate. Scommettiamo?»
«Questa è buona. Dieci dollari che non ne siete capace.»
«Siete pazzo, Ernest. Dieci anche per me.»
«Ecco anche i miei. Se vincete, il piatto è tutto vostro. Ma se perdete, vi toccherà offrire il pranzo a noi e a queste belle fanciulle, mio caro.»
«Ci sto.»
Hemingway sorride e strizza l’occhio alle dame. Sfila una penna dal taschino con un gesto elegante, distende sulla tavola un tovagliolo immacolato e scrive: “For sale: baby shoes never worn”. Poi rimette la penna al suo posto, piega con cura il tovagliolo e lo porge alla ragazza bruna con un gesto teatrale. «Signorina» le dice, «questo potete portarvelo a casa. Dite a tutti che è il romanzo più corto della storia.»

D’accordo, l’ho un po’ romanzata ma d’altra parte sono uno scrittore e questo non è che un aneddoto di provenienza incerta (non siamo neanche sicuri che il protagonista fosse Hemingway, ma per esigenze narrative facciamo finta di sì), quindi ho la licenza di trattarlo come mi pare. A una prima occhiata, quelle sei parole scritte in fretta sul tovagliolo non sembrano poi molto diverse da un annuncio che chiunque potrebbe trovare sul giornale o magari fra le inserzioni di un sito di e-commerce, non credete? Di certo, sono quanto di più lontano ci sia dal concetto di romanzo. Eppure mi piace pensare che l’aneddoto prosegua con la fanciulla che emette una risatina deliziata e si stringe al seno il fazzoletto, mentre William, James e Arthur guardano basiti il loro collega che raccoglie il gruzzolo della vittoria tutto compiaciuto. Non possono credere a quello a cui hanno appena assistito. In pieno novecento, l’epoca di mattonazzi alla Guerra e Pace, l’Ulisse e simili, una storiella così breve è quasi scandalosa. Oscena. Un atto rivoluzionario vero e proprio.

Come sempre, se vogliamo capirci qualcosa ci tocca fare un passo indietro, come quando un pittore indietreggia per studiare al meglio la composizione del suo quadro. Più precisamente, dobbiamo comprendere quello che dice Elena Varvello, autrice di tre romanzi e di un corso di scrittura creativa che mi ha cambiato la vita (parlo di lei anche in Vedere per scrivere), quando ci spiega l’autorevolezza dello scrittore.

Pensiamo un secondo a quello che succede ogni volta che compriamo un libro.

Vai in libreria, ti lasci ispirare dalle copertine, dai titoli, dai brividi che senti leggendo le prime parole, dagli odori delle pagine (ho assistito a scene di persone in estasi con il naso infilato dentro a romanzi freschi di stampa, giuro), giri per ore fra gli scaffali, arrivi a sdraiarti sul pavimento per raggiungere i libri incastrati in fondo, calcoli il budget e finalmente fai la tua scelta. A quel punto corri a casa, attento a evitare ogni granello di polvere o agente atmosferico che potrebbe compromettere il tuo nuovo acquisto, raggiungi un posto adeguato (che tanto è sempre lo stesso) in cui nessuno possa romperti l’anima e infine, con un gran sospiro di soddisfazione, ti siedi. “Il poeta dell’aria, di Chicca Galgliardo”, leggi sulla copertina.

A questo punto, scatta il patto silenzioso che ogni scrittore e ogni lettore stringono negli istanti che precedono l’apertura di un libro. Tu-lettore non hai la minima idea di chi sia questa Chicca Gagliardo. Nonostante la fotografia in terza di copertina, potrebbe in effetti essere chiunque. Qualcuno ha deciso che scriveva bene e una casa editrice ha pubblicato il suo romanzo, certo, ma per un lettore questi dati valgono ben poco. Eppure questa tizia riccioluta pretende di raccontarti qualcosa, è evidente. Quindi perché mai, tu-lettore, dovresti ascoltare quello che lei ha da dire? E se poi mente? Come farà a convincerti che le sue parole sono vere e che la sua storia vale davvero la pena di essere letta?

Ogni lettore, che gli piaccia o no, sta sul bordo di un romanzo come se fosse su un cornicione che si affaccia nel vuoto. Vorresti buttarti, vedere cosa c’è sotto, vedere se riuscirai a volare, ma non c’è nessuna garanzia di successo, perché non conosci il libro e nemmeno chi lo ha scritto. Ti attira il brivido, l’adrenalina di tuffarti senza pensare alle conseguenze, ma la caduta potrebbe essere rovinosa e rischieresti di sfracellarti sul fondo di un’opera che ti ha succhiato via il tempo senza donarti nulla.

Purtroppo, la strada da seguire (a meno che non si scelga di macchiarsi di omicidio gettando il suddetto romanzo dalla finestra) è quasi obbligata: bisogna sospendere l’incredulità e lanciarsi nel vuoto. Fidarsi che le parole dello scrittore non ci lasceranno precipitare ma anzi saranno mani di vento che ci insegneranno a volare.

E se nessuna donna si fida di mani incapaci di stringerla, nessun lettore si fiderà mai di parole che tremano. Gli scrittori devono essere come gli innamorati: delicati ma mai impauriti, appassionati, la presa sulle parole deve essere salda, le storie vere, convincenti, senza “trucchi da quattro soldi”. Come dice Elena Varvello (eccola finalmente), devono essere AUTOREVOLI.

“[…] mi dissi che la possibilità di stringere quel patto, la possibilità che lui o lei sospendesse la propria incredulità, dipendeva da una cosa che chiamerò autorevolezza, e l’autorevolezza aveva due caratteristiche: da un lato la chiarezza, dall’altro la semplicità. Pensai che avrei dovuto scrivere così, in modo chiaro e semplice.” (Elena Varvello)

Vi sarà capitato di imbattervi in libri poco autorevoli, immagino (e forse anche in partner impacciati). Sapete, quei romanzetti tutti arzigogolati, pieni di descrizioni interminabili e termini forbiti, che sotto la superficie dell’apparenza si rivelano vuoti come gusci di lumaca. Oppure quelle opere in cui la storia non comincia mai, e quando comincia gira e rigira su se stessa e si autocompiace senza mai arrivare a toccare il cuore di nessuno. Storie del genere prima o poi portano alla deriva e forse era meglio lasciarle sullo scaffale della libreria dal quale abbiamo avuto la malaugurata idea di prenderle. Libri non NECESSARI. Eccolo qui, il punto: la necessità.

“È come se Čechov, chino sul proprio scrittoio, si voltasse verso di noi […] e ci chiedesse: «Sapete o no, quando scrivete, cos’è davvero necessario? Ci avete mai pensato?» Oppure: «Siete sicuri che tutto quello che state scrivendo sia proprio necessario? Siete sicuri che non esista un modo più semplice e chiaro?»”
(Elena Varvello)

Questa domanda ho imparato a pormela dopo ogni visione. Riaffiora dentro di me ogni volta che appoggio la biro sopra un foglio bianco e mi metto a scrivere. Non è che si possa ignorare, sapete? Dalla risposta a quella domanda dipendono la vita o la morte di personaggi, mondi, intrecci, parole che potrebbero cambiare la vita di qualcuno. Per questo è necessario (è proprio il caso di dirlo) che le parole siano esatte, non una di più, non una di meno. Perché noi scrittori non abbiamo niente, se non quelle.

Rileggete la frase di Hemingway.
For sale: baby shoes, never worn.
Di nuovo, forza, altrimenti non capite.
For sale: baby shoes, never worn.
Chiudete gli occhi, pensateci. Rivolgete a quelle sei parole le domande giuste, andate a fondo. Cercate le parole invisibili nascoste dietro quelle sei, tutto quello che Hemingway decide di non mostrarci. Ora ditemi, cosa vedete? Soltanto l’annuncio di un paio di scarpe in vendita?

Io no.

La brezza soffia fra i rami degli alberi spogli, gela le dita di Marisa, intrecciate a quelle di Alexander. La donna piange sommessamente, cerca invano di dire qualcosa, forse una preghiera che nessuno sembra ascoltare. L’uomo è immobile, a capo chino, un braccio inerte avvolto intorno alle spalle di lei. Tace. Sono soli, inginocchiati accanto alla piccola fossa che Alexander ha scavato qualche ora prima nel cortile sul retro. Sul mucchietto di terra smossa, una rozza croce di legno e un mazzo di crisantemi.
«Le avevo comprate per lei» mormora Alexander, senza sapere bene a chi.
Sa che è un pensiero stupido, egoista, ma non riesce a pensare ad altro. Non ricorda niente. La notte d’amore con Marisa, la curva del suo ventre che mese dopo mese diventava sempre più morbida, le giornate piene di promesse, i possibili nomi da dare alla bambina che loro due si sussurravano nel cuore della notte, tutti i sacrifici fatti negli ultimi mesi, la culla, i giocattoli, il mare di debiti ancora da saldare…tutto sparito. La sola cosa che ricorda è quel paio di scarpe piccoline con il fiocco, che già si immaginava sua figlia zampettare in mezzo alla neve del vialetto e ridere e inciampare e rialzarsi barcollando un po’ confusa e correre ancora con addosso quelle scarpette lilla, come se il senso della vita fosse tutto lì e non servisse a nulla cercarlo altrove.
Affonda il viso fra i ricci di Marisa e la abbraccia forte. «Non le ha nemmeno provate» singhiozza a denti serrati, incapace di trattenersi. «Non le ha nemmeno provate».

Questo è quello che vedo io. Sono certo che sia profondamente diverso da quello che vedrebbe qualsiasi altra persona, ma hey…è questo il bello, no? Di parole ne ho usate duecentosessantuno ma a Hemingway, che è uno dei più grandi romanzieri del mondo mica per niente, per essere autorevole ne sono bastate sei. Sei parole per raccontare la sofferenza più terribile che un padre e una madre possano mai provare. Sei parole sopra un tovagliolo, che rispettano alla perfezione la struttura di ogni narrazione esistente: un incipit di speranza, uno sviluppo barcollante, un’atroce fine. Per scrivere una storia che rimanga nel cuore non serve altro.

In quel ristorante nel cuore di Manhattan, davanti a William, James, Arthur e le due donne, per scardinare ogni stupida convinzione riguardo a tutte quelle cifre esibite come certificati di validità di un’opera, erano necessarie esattamente quelle sei parole. Non esisteva nessun modo più semplice e chiaro di quello. Era tutto lì.

La ragazza bruna lo ha capito. Già me la vedo, quella sera stessa, sdraiata fra le lenzuola alla luce calda di una lampada, a guardare quel tovagliolo sporco d’inchiostro come si guarda un dono. Come se Hemingway fosse accanto a lei e le dicesse: «Fidati di me, non ti lascerò cadere nel vuoto. Promesso».

P.S. C’è anche un risvolto giocoso, in tutto ciò: spulciando in rete, mi sono imbattuto in un sito in cui ciascuno di noi può improvvisarsi un novello “romanziere della necessità” e scrivere la propria flash-fiction in sei parole. Un esercizio di autorevolezza molto stimolante, direi. Lo trovate qui.

Domani provo per vedere se riesco.

 


Se non sei parole non ti bastano, leggi anche: Cloud Atlas e i fili narrativi

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