Flashback. Torniamo indietro a quando ero ragazzino: alto abbastanza perché la mia testa fosse perennemente tra le nuvole, magro come un chiodo, bastava un libro a rapirmi per ore. Tutto il contrario di quelli della mia età, come potrete immaginare. Loro si vestivano bene, giocavano ai videogiochi di corse automobilistiche e non parlavano d’altro che di sport. A me invece non è mai fregato niente del calcio, né delle auto, figuriamoci della moda. Passavo ore e ore a leggere storie di eroi, orchi e draghi e grazie al cielo non ero l’unico: gli amici più stretti che ho tutt’ora fanno parte di quella piccola Compagnia dell’Anello che si è formata all’epoca, fra mondi immaginari e battaglie sanguinose per difendere il nostro onore di “fantasiani” dagli oppressori conformisti.
“Oggi ci troviamo al campetto dopo i compiti e facciamo un partitone!” schiamazzavano gli “altri” all’uscita da scuola. Il “Campetto di Via Sangio”, che bei tempi: si radunavano tutti lì ogni pomeriggio e l’intero quartiere risuonava per le grida dei giocatori e l’incitamento dei tifosi. A suo modo era un campo di battaglia anche quello, ma non rispettava i canoni che avevo in mente io. Così uscivo di casa lasciando dietro di me una scia di compiti mutilati, montavo sulla bici come Mike di Stranger Things e sparivo. Dato che quello in cui vivevo non era un paese per elfi, andavo a cercare un posto che potesse diventarlo.
La piccola cittadina in cui abito ancora oggi non mi ha mai offerto chissà quali panorami mozzafiato in cui dare vita ai miei sogni letterari, così ho imparato ad accontentarmi. Raramente andavo lontano: bastavano i profili delle montagne all’orizzonte, un lembo di terra con qualche albero, un semplice cortile. Radunata la Compagnia, ripassavamo l’ambientazione e le poche regole basilari e armati di bastoni davamo inizio alla nostra avventura senza curarci troppo di quello che avrebbero pensato gli “altri”. Eravamo bambini ma ci sentivamo eroi: in quegli anni abbiamo scoperto un mondo parallelo in cui gli alberi prendevano vita, enormi mucchi di terriccio si trasformavano in fortezze inaccessibili e le vie del quartiere si popolavano di mostri spietati che nessuno degli “altri” poteva vedere.
Io e il fantasy ci siamo conosciuti così. La vita che vivevo allora non mi bastava e la riempivo con la letteratura e l’immaginazione. Divoravo tutto ciò che avesse un sapore anche solo vagamente fantastico: romanzi, giochi di ruolo alla D&D, videogames, gruppi musicali (qualcuno ha detto Rhapsody of Fire?), fumetti, persino i lego. Il seme da cui è sbocciata questa passione sconfinata ovviamente risiede in J.R.R. Tolkien (è stato fondamentale anche per questo blog, ne parlo in Nomen Omen ). L’autore dell’universo narrativo della Terra di Mezzo ha saputo creare un immaginario così potente che possiamo a tutti gli effetti parlare di un fantasy “pre-Tolkien” e “post-Tolkien”.
Io ho vissuto più o meno la stessa frattura: nessuno dei libri letti prima di Tolkien ha avuto un impatto così profondo nella mia vita come Il Signore degli Anelli, Lo Hobbit e Il Silmarillon. In quei romanzi colossali, che alla mia età ben pochi avevano avuto il coraggio di leggere, ho trovato la prima fonte d’ispirazione per le mie storie, ma non sono certo stati gli unici. Le Cronache di Narnia, di C.S. Lewis, una saga di sette romanzi che ho letto e riletto fino a consumarne le pagine. Poi Christopher Paolini con il Ciclo dell’Eredità, la cui pubblicazione tra il 2003 e il 2011 mi ha letteralmente visto crescere a dorso di drago insieme a Eragon. Ancora, J.K. Rowling, perché se per anni ho desiderato abitare mondi che non esistono è soprattutto grazie a Harry, Ron e Hermione.
Pensando invece agli anni delle superiori non posso non menzionare Silvana de Mari e la Saga dell’Ultimo Elfo, una delle opere fantasy che ha cambiato la mia vita e quella di alcuni amici. Altra scrittrice degna di nota è Licia Troisi, che mi ha visto correre al fianco di Nihal e Dubhe per tutto il Mondo Emerso. Le Cronache dell’Assassino del Re, di Patrick Rothfuss; i due romanzi dedicati ai Bastardi Galantuomini di Scott Lynch, di cui sto ancora aspettando il seguito; le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, di George R.R. Martin e infine l’indimenticabile Saga di Geralt di Rivia, nata dalla penna di Andrzej Sapkowski, probabilmente la serie di romanzi che più mi è entrata nel cuore tra tutte quelle che ho elencato.
Grazie anche al Ciclo di Shannara, L’Orda del Vento, Il Guardiano della Città Perduta, la Saga di Mistborn e chissà quanti altri titoli di questo calibro la mole di pagine che avevo sulle spalle ha continuato a crescere, e raggiunta una certa maturità di pensiero mi sono ritrovato a farmi strada in una giungla di stereotipi che tutti noi impallinati del fantasy prima o poi dobbiamo attraversare. Mio nonno, che vanta una conoscenza letteraria sterminata, mi accusava dicendo che leggevo storie mediocri, romanzetti di scarso valore capaci solo di intrattenere senza insegnare nulla. I miei compagni di scuola più grandi li giudicavano racconti da bambini, stupidi sogni ad occhi aperti e ci criticavano quando, come piccoli Don Chisciotte, “giocavamo alla guerra con i bastoni”.
Con il passare del tempo i suddetti bastoni ho dovuto appenderli al chiodo e le mie letture si sono diversificate parecchio, eppure, nonostante tutto, non ho mai smesso di amare il fantasy. Cosa c’è, mi sono chiesto allora, che mi attrae così tanto in questo particolare genere letterario? Quei racconti mi avevano accompagnato nella mia crescita personale e li associavo ai sogni che avevo da bambino, d’accordo…ma non poteva essere tutto lì.
Le Dama del Lago che mi ha consegnato la risposta neanche fosse Excalibur, è stata proprio Silvana de Mari nel suo saggio Il drago come realtà. Quella stessa risposta l’ho poi riconfermata il mese scorso, quando ho avuto il piacere di incontrare la De Mari in occasione di una conferenza che ha tenuto dalle mie parti. Alla domanda “Come mai lei, che è un medico chirurgo, ha scelto di scrivere di fantasy?”, con la prontezza che la contraddistingue, la scrittrice ha replicato che nella sua professione ha sempre valorizzato molto la persona, e sostiene che non ci sia un altro genere letterario che descriva l’essenza dell’uomo meglio del fantasy. Il motivo di questa affermazione, ha spiegato, è molto semplice: il racconto fantastico non è altro che il risultato della fusione di due generi letterari d’eccellenza, il poema epico e la fiaba, che racchiudono in essi rispettivamente i valori propri del maschile e del femminile.
L’epos parla di guerra, sacrificio ed eroismo. I versi dei poemi sono solenni come un esercito in marcia, violenti e sanguigni, trionfali come lo squillo di trombe dopo un assedio. Il marito promette alla sua sposa che combatterà e se necessario morirà per lei, affronterà la paura della morte a testa alta e non si tirerà indietro neanche davanti agli dei stessi. Pensiamo a Menelao, re Artù, Orlando: uomini valorosi che lasciano la loro patria e scelgono di combattere in nome di qualcosa di molto più grande di loro.
La Fiaba invece fa molto meno rumore: ha il suono di passi che si allontanano sotto la luna, voci soffuse che raccontano storie segrete davanti al fuoco. Questo tipo di narrazione nasce dal popolo, senza nessuna pretesa se non rendere meno brutale la realtà delle classi sociali più povere grazie al potere della magia. Le storie fiabesche sono intime, a volte malinconiche, non descrivono la sofferenza stoica degli eroi, ma la fragilità dei piccoli, degli orfani, di chi non può vivere senza amore.
Fin dagli albori però, fra le pagine di questi racconti i narratori hanno nascosto anche i mostri, le paure più profonde dell’animo umano e l’indicibile orrore della morte. Ma se nelle grandi epopee non sempre si assiste al lieto fine, nella fiaba è essenziale che ci sia: il povero si riscatta e scopre una ricchezza inattesa, l’orfano finalmente trova un posto da chiamare casa e la fanciulla ferita incontra sempre un innamorato che si prenda cura di lei.
Da Tolkien a Martin, il fantasy è stato capace di sintetizzare in sé stesso le caratteristiche di entrambi questi generi e grazie alla leggerezza universale della letteratura, ha dato vita ad una tipologia unica di narrazioni che custodiscono tutta la meraviglia dell’esistenza umana. Guerra e viaggio, dolore e amore: per ogni storia, reale o fantastica che sia, non serve altro.
Quando finalmente l’ho capito mi sono accorto che non sempre è la letteratura che deve riempire la vita, ma che molto più spesso è la vita, con tutto quello che comporta, a dover riempire la letteratura.
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