Può un libro cambiare la vita? La risposta a questa domanda non è facile da trovare, ma credo che ogni lettore in cuor suo dovrebbe cercarla. Personalmente sono convinto che se leggi un libro e quando lo hai finito ti accorgi di essere rimasto uguale a prima, allora forse hai perso tempo. Il motivo per cui apprezzo così tanto Alessandro D’Avenia infatti, è che in un modo o nell’altro le sue storie non mi hanno mai lasciato indifferente. Fin dall’esordio con “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, passando per “Cose che nessuno sa”, nel suo modo di raccontare ho sempre trovato qualcosa di prezioso che rimaneva in me anche dopo aver chiuso il libro. “Ciò che Inferno non è” però, il suo ultimo romanzo, è andato decisamente oltre e mi ha scritto sul cuore una storia che non dimenticherò mai.
Palermo, 1993. La città è oppressa dalla calura estiva e spasima sotto il sole accecante. Federico è un adolescente profondamente innamorato della letteratura, giunto ormai alla fine del quarto anno di liceo. La sua media scolastica è abbastanza alta da garantirgli un’estate di mare, ragazze e una vacanza-studio in Inghilterra. Un giorno però, qualcosa cambia. Incontra un uomo, Don Pino, che gli propone di passare un pomeriggio nel Centro Padre Nostro fra i ragazzi del quartiere. Incuriosito, Federico accetta e da quel momento in poi la sua vita non sarà mai più la stessa.
L’Inferno di cui scrive D’Avenia si annida nel cuore di Brancaccio, uno tra i quartieri più poveri della città, avvelenato ancora oggi dalla violenza mafiosa. Le persone vivono oppresse dai ricatti, sfinite dalla miseria e da decenni di interminabili faide intestine. Bande di ragazzini scorrazzano per le strade come cani di bancata, attratti dai facili guadagni che Cosa Nostra promette loro. Tutti coloro che osano alzare le voce per sbriciolare il muro dell’omertà vengono pestati a sangue o fatti sparire e il terrore dilaga per le strade paralizzando ogni tentativo di ribellione.
Ma non Don Pino Puglisi, lui no. 3P non si lascia fermare da nessuno e testardo com’è, continua ad inseguire il suo sogno di far fiorire un giardino nel deserto di Brancaccio, nonostante le ripetute minacce. La chiesa di San Gaetano e il Centro Padre Nostro sono come un faro in mezzo al mare del male, e da sempre raccolgono le anime di coloro che ancora combattono sperando in un mondo più giusto: Francesco, Maria, Dario, Totò, Serena…persone che non si sono arrese e che, nonostante vivano all’Inferno, non smettono di credere in ciò che Inferno non è.

Tempo dieci minuti e la storia mi aveva già trascinato via con sé. Ero senza parole: ogni pagina apriva squarci immensi che riflettevano come specchi la mia vita e mi svelavano la parte più profonda e vera di me. Nemmeno cinque giorni dopo l’avevo finito. L’ho vissuto come un onda di marea che sommerge la riva, e che quando si ritira lascia sulla spiaggia decine di conchiglie. Quelle conchiglie sono come storie: grandi e piccole, alcune sporche, molte spezzate, tutte preziose. Avevo i piedi nudi sulla sabbia molle e le guardavo rotolare cullate dalla risacca. Quelli come me non sono abituati a lasciar perdere una bella storia, così mi sono chinato e le ho raccolte. Dopotutto ho il cuore di uno scrittore, che cosa avrei dovuto fare?
La prima manciata di conchiglie erano i ragazzi di Brancaccio, “bambini simili a semi sparsi in un campo che le spine vogliono soffocare”. Espressioni spavalde, si fingono duri per non far vedere agli altri quanto in realtà siano fragili. Gaetano, Francesco, Salvo…tutti in cerca di un padre, un amico, qualcuno che si faccia loro vicino e li ascolti “come se avessero cuori di carne e non di asfalto”.
La seconda conchiglia è poco appariscente, quasi anonima, eppure scorre sotto i polpastrelli, levigata da anni di obbedienza alle correnti, senza crepe. Don Pino, un sacerdote dallo sguardo limpido e la testa pelata per “sfondare i muri più duri”. “Uno che rompe le scatole in cui ti nascondi, le scatole in cui ti ingabbiano, le scatole dei luoghi comuni”. I capitoli dedicati a lui parlano di Dio, di quanto sia difficile sorridere anche quando non si ottiene risposta, di quanto sia immensa la vita di chi sceglie di avere fede e si sacrifica ogni giorno per opporsi al male.
Poi lei. Mi è capitata fra le mani quasi per caso, ma appena l’ho raccolta un brivido di emozione sulla schiena mi ha confermato che avrei dovuto portarla con me. Guscio luminoso, elegante anche se spezzato sul bordo. Lucia, una ragazza coraggiosa, fatta di luce. Ha sofferto, perché non è facile proteggere i sogni quando cresci a due passi dall’Inferno. Eppure lei ha scelto di restare, e il suo è il sorriso di chi desidera fare la differenza. “Il profilo di lei in quella stanza sovraffollata sembra un porto”: credo sia superfluo aggiungere che sia io che Federico ce ne siamo innamorati praticamente subito.
Infine, ho trovato la conchiglia di Federico, la mia conchiglia. L’amore viscerale per la letteratura, il senso di inadeguatezza, il silenzio che a volte cala nell’anima. La ricerca, il coraggio, il dolore, l’amore: Federico sono io. “Mi piace cercare le parole giuste. Le parole e il loro suono mi salvano. […] Con le parole metto l’àncora a tutte le cose che se ne vanno alla deriva nel mare che è dentro il cuore”. Mi ha spinto a cercare le cinque parole, “quelle che dicono come respiri”, e leggendo la sua storia ho scoperto che era la mia.
Ho letto “Ciò che Inferno non è” per la prima volta nel giugno del 2016, ma periodicamente mi lascio avvolgere dalla necessità di rileggerlo. Nei momenti in cui non so più dove andare, in cui rischio di perdere la mia stessa identità, come un bambino corro a rituffarmi fra le braccia della Palermo d’inchiostro e rimango lì, fra luci e ombre, tuttoporto e spasimo, conchiglie e storie, finché non sono sicuro di essermi ritrovato.
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