Casa d’aste Sotheby’s, Londra, venerdì cinque ottobre. La sala è gremita di persone tappate in vestiti eleganti, intente a parlottare e filmare con gli smartphone i quadri appesi alle pareti mentre il banditore annuncia il prossimo lotto: “Girl With Balloon”, famosissima opera di Banksy che raffigura una ragazzina che tende la mano verso un palloncino a forma di cuore. Un anonimo acquirente telefonico si aggiudica il quadro per 1,2 milioni di dollari e l’ultimo colpo del martelletto sancisce la fine della trattativa. In quel preciso istante, la tela comincia a scivolare verso il basso. Cala il gelo, il brusio cessa all’improvviso e i presenti non possono fare altro che sgranare gli occhi e rimanere immobili a fissare metà dell’opera uscire dalla cornice ridotta a un ammasso di striscioline.
Prima di fare qualsiasi considerazione in merito all’accaduto, vale la pena spendere due parole per spiegare chi sia Banksy. Compito non facile in realtà, in quanto l’identità del famoso street-writer di Bristol rimane tutt’oggi un mistero (in rete si vocifera che il suo vero nome possa essere Robin Gunningham, ma questa teoria non è mai stata confermata). Di lui si sa poco o nulla e ciò non ha fatto altro che aumentare la sua leggenda, ma di certo vi sarà capitato di imbattervi in qualcuno dei suoi graffiti. Banksy proviene dalla scena underground britannica e fin dall’inizio della sua attività, intorno agli anni ’90, si è sempre contraddistinto per l’uso degli stencil (che garantiscono rapidità ed efficacia esecutiva), la semplicità delle scene rappresentate e la profonda denuncia sociale che lega ogni sua opera. I temi ricorrenti della sua produzione sono la satira, la critica alla guerra, al consumismo, all’abuso dei media e più in generale la riflessione sull’eccessivo materialismo e la vuotezza della società moderna.
Banksy si è sempre scagliato contro ogni forma di mercificazione dell’arte ed è proprio per questo motivo che come supporto per i suoi dipinti ha scelto i muri. “Un muro è una grande arma. È una delle cose peggiori con cui colpire qualcuno” ha detto. La distruzione di “Girl With Balloon” rappresenta l’apice della sua ribellione. Il segreto di questo atto, apparentemente inspiegabile agli occhi di tanti, è stato poi svelato dall’artista stesso in un video sul suo profilo Instagram, poche ore dopo l’accaduto. “Qualche anno fa ho segretamente inserito un tritacarte in un quadro, nel caso venisse mai messo all’asta” spiega, mentre qualcuno inquadra la fila di lame d’acciaio applicate alla cornice. La dinamica dell’accaduto non è ancora del tutto chiara, ma il web si è già riempito di possibili teorie sulla presenza di Banksy stesso tra gli acquirenti o di un suo accordo segreto con il milionario che ha acquistato l’opera. Complottismi e polemiche a parte, credo che questo gesto non possa lasciarci indifferenti.
“L’urgenza di distruggere è essa stessa un’urgenza creativa” ha detto Pablo Picasso, e non è un caso che questa frase sia stata poi scelta dal writer britannico come testo di corredo al video del suo ultimo “coup de théâtre”. Nei secoli passati l’arte veniva associata ad una serie di regole e schemi che l’artista, se voleva essere definito tale, doveva seguire. A partire dai grandi sconvolgimenti del ‘900 però, il panorama artistico ha subito un cambiamento radicale. I profondi mutamenti della società moderna hanno spinto gli artisti (scrittori, pittori, registi, street-writers…) a rompere con la tradizione e a oltrepassare i rigidi confini considerati inviolabili fino a quel momento.
Sono nati così il ready-made di Marcel Duchamp, celebre per l’orinatoio firmato, o i tagli di Lucio Fontana, che squarciava le proprie tele per poi esporle, o ancora le disturbanti performance alla Gina Pane. Con l’avvento delle nuove tecnologie poi, che permettono di riprodurre digitalmente qualsiasi opera, le opere pittoriche (ma vale anche per qualsiasi altra creazione) hanno irrimediabilmente perso il fascino che avevano un tempo.
Lasciate che generalizzi per essere più incisivo: nessuno entra più nei musei perché è tutto online, i quadri li guardiamo solo dallo schermo dei nostri cellulari e in generale tenere gli occhi fissi troppo a lungo su qualcosa ci rompe le palle. Sentiamo continuamente la necessità di guardare sempre altro e liquidiamo ogni esperienza artistica con una scrollata dei feed di Instagram. Ormai non siamo più capaci di vivere l’arte per quello che è: l’emozione di restare a guardare.
In un mondo in cui tutto è riproducibile infinite volte, e più cose hai più piaci agli altri, la brama di consumo non ci mette poi troppo a impossessarsi delle persone. L’opera d’arte viene ridotta ad un trofeo da esibire come vanto, nell’assurda convinzione che basti comprarla per poter dire di averla capita davvero. A differenza della vita però, l’arte può permettersi di non seguire nessuna regola. Non possiamo imporre a un’opera limiti differenti da quelli scelti da chi l’ha creata, è la prima legge della creatività, e la performance distruttiva di Banksy ce lo conferma.
Piuttosto che permettere che la sua arte cada nelle mani di chi non la merita, decide di distruggerla, e il tritacarte compie il miracolo. I nostri occhi saettano verso il quadro che va in pezzi, cala il silenzio. Per qualche istante si sentono solo i battiti dei nostri cuori inevitabilmente turbati. Come se quella bambina e il suo palloncino ci avessero appena spiegato che cos’è l’arte.
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2 pensieri riguardo “Banksy e l’urgenza del trita(c)arte”