L’indimenticabile Fullmetal Alchemist
“Don’t forget october the third. Do not ever forget it, lilttle brother. The day of our promise.” (Edward Elric)
Pioveva. L’estate se l’era svignata dalla porta sul retro da un giorno all’altro, lasciando la città in balia di un autunno prepotente che aveva fatto irruzione senza nemmeno bussare. Ero davanti al computer e ascoltavo le gocce che tamburellavano sulla siepe del giardino. Improvvisamente lo schermo del mio smartphone si illuminò: un messaggio vocale. Era Stefano. “Volevo solo dirti che tra poco è il tre ottobre…”. Mi lasciai sfuggire un sorriso: puntuale come ogni anno, lui, nel ricordarmi la ricorrenza che per noi nerd ha quasi la stessa sacralità di Pasqua e Natale. Il tre ottobre, il giorno che non deve essere dimenticato, il Fullmetal Alchemist Day.
Per chi non sapesse di cosa sto parlando, Fullmetal Alchemist è il titolo di un manga (un “fumetto giapponese” di quelli che si leggono al contrario, devo davvero spiegarvi tutto?) scritto e disegnato dalla mangaka Hiromu Harakawa tra il 2001 e il 2010. In seguito dal fumetto sono state tratti due anime shōnen (le nostre mamme li chiamerebbero “cartoni giapponesi violenti”), FMA e FMA: Brotherhood, che hanno riscosso un enorme successo a livello mondiale.
La storia, ambientata in un universo dal sapore steampunk, racconta di due fratelli, Edward e Alphonse Elric, i quali dopo aver perso la madre Trisha a causa di una malattia, decidono di infrangere il taboo supremo dell’Alchimia e di usare quella potente arte per cercare di riportarla in vita con una trasmutazione umana. Ma le cose purtroppo non vanno come previsto e durante il rituale a Edward vengono strappati un braccio e una gamba e Alphonse perde tutto il suo corpo. Solo la sua anima riesce a salvarsi, intrappolata dentro un’armatura. Dopo la tragedia, esattamente il 3 ottobre del 1911, i due fratelli bruciano la loro casa e decidono di partire insieme per un lungo viaggio nei regni di Amestris alla ricerca della leggendaria Pietra Filosofale, l’unico manufatto in grado di fargli riavere i loro corpi.
Ma facciamo un passo indietro.
Andavo ancora al liceo e non sapevo nulla di FMA, né tantomeno di anime, quando ho accettato di seguire il consiglio di Stefano, che mi implorava di guardare il primo episodio della serie Brotherhood (universalmente riconosciuta dai fan come la più fedele al manga originale). “Cominciala” mi diceva, quasi con le lacrime agli occhi, “Vedrai che non smetti più”. Così, un po’ per farlo smettere e un po’ per sincera curiosità verso una storia che mi veniva descritta come indimenticabile, un pomeriggio mi sono lasciato convincere e insieme ad alcuni amici abbiamo scovato il primo episodio, “L’Alchimista d’Acciaio”, e premuto play.
Sono rimasto immediatamente folgorato dalla frenetica sequenza d’azione in apertura, disegnata con quello stile così diverso da tutto quello che avevo visto fino a quel momento. Alle prime note della opening (“Kono omoi wo keshiteshimau ni wa…”, che ricordi) stavo già in fissa totale e avevo la certezza di aver fatto la scelta giusta a cedere all’insistenza di Ste.
Nei mesi successivi mi sono letteralmente divorato tutti e sessantaquattro gli episodi della serie, perdendo volentieri nottate intere di sonno pur di non staccarmi dallo schermo. I venti minuti di ogni puntata passavano senza che quasi me ne rendessi conto e strabordavano di combattimenti, magia alchemica, storie d’amore, mostri e avventure di ogni genere. La mia fantasia di scrittore, che è sempre stata parecchio fervida, in quelle storie ci si buttava a capofitto. Ma nonostante fossi soltanto un ragazzino che aveva appena scoperto gli anime, mano a mano che la trama si infittiva mi accorgevo che sotto la superficie di un intreccio molto ben congegnato, si celava ben più di un semplice racconto in stile giapponese.
Era un mondo. Un mondo in cui i valori (che in molti anime, agli occhi dello spettatore medio, risultano spesso assenti) c’erano eccome e rispecchiavano molti di quelli che già facevano parte di me. Non era solo avventura: FMA mi parlava di fede, amicizia, amore e aveva una visione profondamente umana della storia di ciascuno. Mi ha spinto a ridere a crepapelle, a mordermi il labbro per non piangere, a incazzarmi, a esultare, a spalancare gli occhi per lo stupore dopo un colpo di scena particolarmente efficace, a gridare di gioia. Tutto questo miscuglio di emozioni ha reso letteralmente indimenticabili le ore che ho passato davanti allo schermo, e a mio parere è uno dei motivi per cui la luce di FMA nella storia degli anime brilla ancora oggi.
Edward (il nanerottolo con qualche complesso di inferiorità), Alphonse, Riza (della quale sono stato innamorato per parecchi mesi), Huges, gli Homunculus, Winry, Mustang (no dico, Alchimia del Fuoco, ne vogliamo parlare?), Van Hohenheim, Scar, Nina (lacrime virili ogni volta che ripenso a lei), Zolf J. Kimbly, Armstrong e chissà quanti altri personaggi mi sono entrati nel cuore. E’ stato doloroso accettare che a serie finita avrei dovuto lasciarli, perché ciascuno di loro ai miei occhi aveva perso l’aura di finzione che lo circondava ed era quasi diventato reale. Erano scritti così bene (ma allora non sapevo nulla di sceneggiature e storytelling, quindi non ne ero consapevole) che parlavano alla mia vita e grazie a questo, qualcosa di loro è rimasto in me.
Ogni storia per meritarsi un posto dentro di noi, deve cambiarci un minimo la vita, ne sono sempre stato convinto. Non intendo chissà quali stravolgimenti eh, parlo anche di cose piccole: un po’ di coraggio in più, un briciolo di felicità o di speranza, la visione di un mondo migliore.
Lo dico senza nessuna esagerazione: nella serie di Fullmetal Alchemist ho trovato qualcosa di molto più grande di una semplice “bella storia”. Ho trovato insegnamenti di vita indimenticabili, che mi hanno fatto crescere e che per quanto mi riguarda rendono FMA: Brotherhood uno degli anime più belli di sempre.
L’importanza della famiglia e dell’amicizia.
Il senso della sofferenza e la necessità di sacrificarsi per qualcuno.
La voglia di combattere per amare, sempre.
Cose del genere, insomma. Per questo ogni volta che Ste mi ricorda l’arrivo imminente del tre ottobre, non posso fare a meno di sentirmi felice. Perché mi aiuta a non dimenticare.
Ora scusate ma come ogni anno c’è un rituale a cui non posso sottrarmi: lasciare da parte qualunque altro impegno, mettermi comodo e riguardare la prima puntata, anche se ormai la so a memoria.

Sei un nerd incallito, vero? Qui c’è qualcosa che può fare al caso tuo Life is Strange – Recensione (Spoiler free)
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Un pensiero riguardo “3 October 1911”