Il filo conduttore nella narrazione, da Teseo a noi, passando per Cloud Atlas
Parliamo di fili. Non serve essere scrittori per accorgersi di quante espressioni letterarie siano connesse all’area semantica della tessitura: perdere il filo, tessere la trama, il fil rouge dell’opera e così via. Quelli di noi che amano raccontare lo sanno che creare un storia capace di catturare il lettore e farla vivere nel suo cuore richiede la stessa abilità e pazienza dei sarti (o dei santi certo, ma cerchiamo di rimanere umili). Per molti l’inchiostro è insidioso e spesso quelle file interminabili di parole sembrano invalicabili come le pareti del labirinto di Minosse.
Oddio, io adoro perdermi nei libri ok? Ma non sto parlando di quello, c’è modo e modo. Perdersi positivamente per me significa dimenticare: ad esempio, scordarsi di tutto ciò che mi circonda mentre leggo; oppure che ne so, dimenticare che siamo già a settembre e in lontananza si profila minacciosa la prossima sessione d’esami. Ma c’è un altro tipo di smarrimento, quello che porta a leggere un capitolo, poi un altro e un altro, fino a non capire più cosa si sta leggendo. Eventi scollegati, troppi personaggi da ricordare…e lentamente l’interesse va alla deriva. Al lettore dunque, che chiameremo Teseo, resta un sola via d’uscita: srotolare il filo dello scrittore, che chiameremo Arianna.
I fili narrativi sono come ancore per le storie. Fanno capire al nostro Teseo che è tutto intrecciato, permettono di inanellare eventi uno dietro l’altro come una collana perché non si disperdano nel nulla. Ovviamente, meno sono evidenti più è appassionante cercarli. Facciamo qualche esempio illustre.
J.R.R Tolkien, per citare l’ultimo arrivato: l’Unico Anello è il filo conduttore di ogni avvenimento della sua saga, senza di esso Il Signore degli Anelli si ridurrebbe ad una raccolta di racconti slegati fra loro. Qualcosa di più moderno e accessibile? Mio fratello rincorre i dinosauri di Giacomo Mazzariol, ha come filo conduttore della storia proprio i dinosauri. Oppure che ne so, D’Avenia e il suo Ciò che Inferno non è: uno dei fili riguarda una bambina e la sua bambola, che appaiono e scompaiono come fantasmi e senza che ce ne accorgiamo ci accompagnano lungo la narrazione.
Potrei andare avanti per ore, perché in ogni storia ben scritta c’è almeno un filo conduttore riconoscibile, e chissà quanti altri nascosti agli occhi del Teseo disattento, ma molto evidenti per chi sa guardare oltre e per l’Arianna che li ha intrecciati. Quindi tutto questo per dirvi cosa?
Qualche sera fa ho recuperato Cloud Atlas, film del 2012 scritto e diretto da Lana e Lilly Wachowsky e Tom Tykwer. Siete avvisati, si prenderà tre ore del vostro tempo, ma vi assicuro che se siete appassionati di cinema lo lascerete agire indisturbato. È tratto dal romanzo L’Atlante delle nuvole di David Mitchell (che a questo punto correrò a comprare appena possibile) e racconta contemporaneamente le storie di sei personaggi, ambientate in epoche e luoghi tutti diversi. Se non lo avete ancora visto vi consiglio caldamente di recuperarlo.
(Vi prego, ascoltate la colonna sonora: Cloud Atlas Sextet. E’ qualcosa di meraviglioso.)
Dicevo: sei storie, sei personaggi, sei epoche. Una bella sfida. Solitamente, più aumenta il numero di personaggi, più diventa arduo gestire il racconto. In un film per di più, si rischia di lasciare molte cose a metà. Non è questo il caso. Cloud Atlas rimane fedele al suo stesso nome e riesce a creare un vero e proprio atlante di storie tutte intrecciate fra loro. Per quanto esse non siano eccessivamente complesse, le Wachowski hanno intessuto una rete fittissima di fili narrativi che impediscono allo spettatore di perdersi e lo aiutano ad annodare tra loro gli eventi e i personaggi: tatuaggi, numeri, parole, persino gli attori stessi.
Penso che tutta questa complessità rifletta molto bene quello che siamo: intrecci. Siamo tutti connessi in qualche misterioso modo, e i fili artificiali delle connessioni Internet non sono certo gli unici in grado di farci sentire vicini. Ciascuno di noi è un atlante, fatto di incontri, persone, scelte, eventi, doni…ogni cosa ci mette inevitabilmente in relazione con altri da noi stessi. Nel presente, nel passato e, mi piace pensare, anche nel futuro.
Esattamente come nei libri, lungo il corso della nostra vita rischiamo spesso di inoltrarci in labirinti oscuri o di lasciarci trascinare dalla marea verso luoghi che non fanno per noi. La sola cosa che ci salva sono le relazioni con le persone che amiamo. Abbiamo tutti quel filo luminoso che ci impedisce di andare a fondo e che è sempre lì, chiede solo di essere afferrato. Allora teniamolo stretto, come i bambini stringono le mani intorno al filo dell’aquilone: è il solo modo che abbiamo per continuare a volare.
“La nostra vita non è nostra. Da grembo a tomba siamo legati ad altri, passati e presenti, e da ogni crimine e ogni gentilezza generiamo il nostro futuro.” (Sonmi 451)
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2 pensieri riguardo “Perdere il filo (e possibilmente ritrovarlo)”