Linkin Park: amore e crepacuore

Io e il mio migliore amico Piergiorgio avevamo un sogno. Un sogno tutto sommato normale, che ci accompagnava da anni e che era sempre vivo dentro di noi, uno di quelli che sai che prima o poi realizzerai: vedere un concerto dei Linkin Park. Il piano era semplice: attendere l’annuncio ufficiale di una data italiana del tour, fiondarsi sul primo sito di prevendite e sborsare qualsiasi cifra pur di accaparrarsi due biglietti. Esattamente un anno fa, il 20 luglio 2017, il nostro sogno si è infranto insieme ai nostri cuori e a quelli di milioni di altri fan in tutto il mondo. Chester Bennington, leggendario frontman della band, è stato trovato impiccato nella sua casa di Palos Verdes Estates. Siamo rimasti sconcertati dalla notizia, non volevamo crederci. “Chess è morto, si è suicidato”, “Impossibile, è una bufala” dicevamo. Nessuna bufala, solo la cruda verità. Oltre alla sofferenza che, pur non conoscendolo di persona, ci ha colpito e oltre alla consapevolezza che una delle voci più belle della storia della musica si era spenta per sempre, ho avuto modo di riflettere sull’impatto che quell’uomo e la sua band hanno avuto su di me come persona. Un impatto così profondo che mi spinge a considerare le loro canzoni, anche attualmente, l’official soundtrack della mia vita.

Tutto è iniziato con The Catalyst. Era un pomeriggio come tanti altri ed ero alle medie. Improvvisamente squillò il telefono. Era sempre lui, Piergiorgio. “Jaco, ho scoperto una nuova band che fa canzoni da urlo. Vieni da me ad ascoltarli?” In meno di un secondo avevo mollato i compiti ed ero schizzato in strada pedalando come un forsennato verso casa sua. La prima canzone che abbiamo ascoltato è stata appunto The Catalyst. I fan sfegatati come me si ricorderanno di certo il videoclip ufficiale: un oscuro Mike Shinoda incappucciato come uno Jedi, gli altri della band (di cui onestamente non ho mai saputo i nomi) in mezzo ad un fumo verdastro in stile Fallout e poi lui, Chester Bennington, che affoga e cerca disperatamente di riemergere cantando a squarciagola. Una ficata unica, nel 2010 come nel 2018. È stata la prima di tante, perché subito dopo ci siamo sparati New Divide, In The End, Leave Out All The Rest, Breaking The Habit e decine e decine di altre. Ho cominciato così con i Linkin Park, quasi per gioco: non sapevo niente di note, né di sofferenza, né di fragilità, né di rabbia, eppure quel giorno ho cominciato ad amare la loro musica e non ho ancora smesso.

Anno dopo anno, ho continuato ad ascoltarli e a spolpare fino all’osso ogni loro album: Hybrid Theory, Meteora, Minutes to Midnight, A Thousands Suns, Living Things, The Hunting Party, e l’ultimo nato One More Light. Ultimamente avevano lasciato un po’ indietro la loro titanica anima nu metal in favore di altre sonorità più commerciali e variegate attirandosi critiche aspre, ma per me non è mai stato un problema. Li ascoltavo alle medie, alle superiori e anche ora che sto frequentando l’università e i miei gusti musicali sono molto più eterogenei, non faccio fatica ad ammettere che nella mia classifica personale nessuna band riesce a raggiungere il posto che occupano loro. Sempre, ciclicamente, anche dopo mesi di rock n’roll, country, pop, rap, torno ad ascoltare Castle Of Glass, Until It’s Gone, Burn It Down… E se è normale che da ragazzino ti ficchi due cuffie nelle orecchie e premi play senza neanche pensarci, è altrettanto normale che crescendo cominci a farti qualche domanda. Che cosa c’è, mi sono chiesto, nella musica dei Linkin Park che mi provoca questo bisogno viscerale di ascoltarli ancora e ancora?

Una constatazione che molti potrebbero trovare amara è che se sono felice e spensierato difficilmente li ascolto. Nelle note dei loro brani c’è sempre qualcosa che io associo al dolore. Basta conoscere qualche parola di inglese e il passato tormentato di Chester per capire che quelle lyrics sono impregnate di sofferenza, grondano sangue. Ci sputano in faccia la disperazione umana in modo crudo e spietato, vivido.

Un figlio che parte in guerra.

Una storia d’amore che finisce.
Una catastrofe naturale.
La morte di qualcuno che amiamo.

Non esattamente le tematiche più adatte ad ogni momento della giornata. Se fosse tutto lì però, sarebbero soltanto una banda di depressi e ascoltarli trascinerebbe in una spirale di disillusione senza uscita. Quindi c’è un secondo elemento fondamentale di cui vorrei parlare: la luce. In ogni singola canzone che ho sentito non ho mai, e dico MAI, percepito rassegnazione o sconfitta. Ogni strofa, ogni singolo suono diventa un pugno feroce al muro della sofferenza dentro cui troppo spesso ci rinchiudiamo. Come in The Catalyst, la voce graffiante di Chester è quella di un uomo che sta annegando ma continuamente riemerge e lotta con tutta la forza che ha per non lasciarsi sopraffare. Prende il male e lo trasforma in qualcos’altro. Rabbia incontenibile e furiosa, la voce diventa un urlo lacerante che si scaglia in mezzo al buio come un atto di ribellione. La musica, ferita, sporca, sguaina la spada e si rialza per combattere contro i demoni più crudeli dell’anima, come in un romanzo fantasy. Poi, dopo la sconfitta, la morte, dopo la fatica di una battaglia durata ore, la voce di Chester diventa una carezza. Un sussurro, una presenza sicura che protegge dalla tempesta, una luce fragile che brilla nel buio. Dal crepacuore all’amore nello spazio di un ritornello. Sembra quasi dirti: “Hey, lo so che stai passando un periodo di merda, ma passerà. Ci sono qua io, fidati di me. Sii forte.”

Non ho mai ascoltato i Linkin Park nei momenti di gioia perché la gioia l’ho sempre scoperta alla fine delle loro canzoni. Quando sono stato male erano lì. Erano lì a prendersi cura del mio cuore ferito da una ragazza che ha scelto di non lasciarsi amare, erano lì a raccogliere i pezzi dopo una violenta litigata con un amico, a illuminare le nottate troppo buie, a guarirmi dalla rassegnazione, dalla malinconia, dallo schifo di certe giornate, a farmi coraggio prima di una scelta importante. Erano lì. E nonostante tutto, nonostante l’assurda resa di Chester, nonostante il futuro ancora tragicamente incerto della band, ho la certezza assoluta che la loro musica continuerà ad esistere.

Perché là fuori ci sono circa cento milioni di copie vendute che ci hanno insegnato a ricominciare.

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“Make Chester Proud”, from Deviantart

#MakeChesterProud

#320ChangesDirection


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