Il Saggio Breve, l’incubo di molti studenti, l’estasi per quelli come me. Avete presente no? Una traccia da seguire che non è quasi mai quella che vorresti, fogli divisi a colonne, documenti da consultare per forza, righe e righe da riempire d’inchiostro. Fra medie e superiori ne avrò scritti a centinaia. Quanto li amavo: era sempre una sfida tirare fuori qualcosa dalla penna, qualcosa che emozionasse il professore e lo spingesse ad alzarmi la media generale, inevitabilmente rovinata dai voti in matematica. Finito il liceo ho presto cominciato a sentirne la mancanza, ma non ho mai avuto l’occasione di riscriverne uno. Così questa settimana, fra un esame universitario e l’altro mi sono detto: “Perché non dare un’occhiatina alle tracce della prima prova della Maturità di quest’anno? Magari scopro qualcosa di interessante”. E così è stato: sono tornato liceale per qualche ora e ho scoperto che nonostante tutto, non è molto diverso da prima. E’ ancora una gran ficata.
Tipologia B. Ambito Socio-Economico: la creatività è la straordinaria dote – squisitamente umana – di immaginare; risultato di una formula complessa, frutto del talento e del caso.
Aprite il vostro armadietto dei medicinali e prendete una scatola di medicine qualsiasi, noterete che sulla confezione è presente una scritta che recita “Tenere lontano dalla portata dei bambini”. Immagino l’abbiate vista centinaia di volte un po’ ovunque, non solo sui farmaci. Quella scritta ci avverte che quella cosa, qualunque essa sia, nelle mani sbagliate, può essere pericolosa. E’ un avvertimento molto chiaro che permette alla nostra società di adulti di tutelare i più piccoli per evitare che si facciano del male. Perché dunque parto da queste ovvietà per parlare di creatività? Analizziamo il comportamento dei bambini. Il bimbo nasce privo di filtri, la sua conoscenza del mondo e la realtà non si sono ancora incontrate e tutto appare ai suoi occhi come un immenso parco giochi senza pericoli né insidie. Non conosce paura, né tantomeno il dolore e si lascia guidare soltanto dalla propria incontrollabile curiosità. Non sa che ci sono barriere che è meglio non superare, non distingue le cose buone da quelle cattive (“Non accettare caramelle dagli sconosciuti”, è una citazione perfetta per questa occasione) e se non è custodito da qualcuno più grande di lui, rischia seriamente di mettersi nei guai. E’ letteralmente incosciente, nel senso di “privo di coscienza”: non si rende pienamente conto della realtà che lo circonda perché non ne ha mai fatto esperienza. Per molti versi i bambini ci sembrano pazzi, perché iniziano ad urlare ad orari impensabili della notte, parlano con una nutrita schiera di amici immaginari e compiono azioni apparentemente fuori da ogni logica. Il bambino è l’essenza del secum morari di cui parla Seneca, ossia quella capacità di “dimorare con i propri pensieri”. I bambini si piacciono, si accettano per come sono e non tengono in minima considerazione quello che noi “grandi” pensiamo di loro.
Ecco il punto. Credo che essere creativi significhi esattamente questo: creare qualcosa senza preoccuparsi delle conseguenze. “Così il cervello ha l’opportunità di “creare”. Verbo affascinante, che apre spiragli straordinari, connessi alla capacità umana di immaginare”, scrive Carlo Bordoni ne “La noia creatrice”. Questa è la chiave: l’immaginazione. Vietiamo ai bambini di entrare a contatto con i flaconi dei detersivi sotto al lavandino perché nella loro testa, quei detersivi diventerebbero pozioni che se bevute permettono di volare; nascondiamo i fiammiferi perché potrebbero scambiarli per bacchette magiche e probabilmente darebbero fuoco al salotto. Ma per quanto sia sacrosanto imporre divieti che li proteggano da questi eccessi di immaginazione, non dobbiamo dimenticarci dell’altra faccia della medaglia. Ci sono mille altre cose che viste attraverso la fantasia di un bambino hanno da insegnarci qualcosa di straordinario: un noioso viaggio in scuolabus si trasforma in una traversata oceanica a bordo di un vascello pirata, un pupazzo di neve diventa un alleato nella lotta contro gli alieni, una bambola una figlia da accudire, un pennarello una spada. Pensiero divergente, lo chiamano quelli che se ne intendono, e noi cosiddetti “adulti” lo stiamo perdendo.
Non deve stupirci. A differenza dei nostri piccoli, noi abbiamo sperimentato eccome la realtà. Abbiamo imparato a calcolare, a misurare il guadagno, a rispettare regole e orari, sappiamo cosa vuol dire odiare e soffrire e per naturale istinto di conservazione imponiamo a noi stessi limiti da non superare per evitare che succeda ancora. Conosciamo bene le conseguenze del fallimento, il sapore velenoso del giudizio degli altri, la paura di non essere all’altezza delle aspettative, di essere sconfitti: tutte queste cose un bambino non le ha mai provate sulla sua pelle. Per questo quando si parla di creatività, a differenza loro noi giustamente ci andiamo con i piedi di piombo. Cerchiamo di essere lucidi e razionali più che possiamo, ma questo invece di farci del bene spesso ci porta a trincerarci dietro un muro invalicabile di paure. E allora cominciamo a lamentarci perché le cose non sono più come prima, critichiamo il diverso, evitiamo ogni forma di cambiamento, e non ci accorgiamo che lentamente diventiamo fossili, vecchi dentro, incollati su noi stessi e sulle nostre convinzioni come il muschio sulle rocce, prigionieri della nostra quotidianità poco creativa. Diciamocelo: una vita così è davvero triste. Forse è più comoda, più sicura, meno a rischio. Ma di certo non più bella.
Michel Serres, nel suo “Il Mancino Zoppo”, lo direbbe così: “Metodica e ordinata, la ragione segue delle leggi, mentre l’invenzione esodica […] va come il tempo del mondo”. L’approccio puramente metodico alla vita non è totalmente sbagliato, perché definisce un rigore e se è basato su precedenti successi garantisce un risultato. Ma se tutti seguissimo dei metodi prestabiliti da qualcuno, nessuno inventerebbe più nulla. Non ci sarebbe creazione, né scelta di nessun tipo se non quella di conformarsi a ciò che non è veramente nostro. Di fatto, rinunceremmo alla nostra unicità. L’esodo invece richiama l’uscita da se’, impone di rompere quel muro e di camminare con lo sguardo, la mente e il cuore verso il non ancora pensato, il non ancora creato. “Se c’è una parola che non esiste nel vocabolario di chi crea è pericolo”, mi ha detto una volta un mio zio scrittore (che tra l’altro ringrazio, perché questo ragionamento sull’incoscienza creativa è quasi tutta farina del suo sacco). Dobbiamo buttarci, se vogliamo rinnovarci. Ecco la parola che cerchiamo: innovazione. Ne parla Enrico Moretti ne “Il Neolavoro”: “La competizione globale sarà incentrata sulla capacità di attrarre capitale umano e imprese innovative.” Questo manca, ma sempre più sarà richiesto, e non solo a livello economico: la voglia di innovare, il pensiero divergente, la creatività. Ce lo ha insegnato Darwin tempo addietro: chi non si adatta ai cambiamenti, muore. Nelle aziende che navigano in questa nostra società liquida, è impensabile credere che rimanere immobili e ottusamente ancorati al “già visto” possa essere una buona idea. Lo stesso vale per ogni altra realtà, piccola o grande che sia. Piuttosto, via le ancore e buttiamoci nel mare inesplorato delle cose nuove. I bambini lo farebbero senza pensarci due volte, perché noi no?
Con questo non voglio generalizzare troppo né darvi l’impressione di essere un rivoluzionario che vuole il cambiamento a tutti i costi ed urla a gran voce che ogni cosa nuova è buona di per se’. Lascio che sia Didi-Huberman a spiegarvi un po’ meglio: “La doppia vita di ogni ricerca […], starebbe in questo: non perdere la pazienza del metodo […], ma non perdere neppure […] l’imprevisto degli incontri”. Per come la vedo io, si tratta dunque di fare una sintesi, di trovare il giusto equilibrio. L’esperienza accumulata con l’età adulta deve abbracciare la dimensione incosciente dell’infanzia, per permetterci di vivere con creatività la nostra esistenza quotidiana senza farci schiavizzare dalle catene spesso troppo fredde della razionalità. Lo studio della tecnica, l’analisi dei rischi e dei guadagni, la concretezza oggettiva della realtà, non devono oscurare il nostro sguardo ma piuttosto indicarci una strada, tracciare una rotta che non sia campata per aria ma abbia radici ben salde a terra. Tutti i filtri, le ansie, le paure che chiudono il cuore alla creatività e alla meraviglia delle cose nuove, dobbiamo toglierli. Lasciamoci meravigliare senza preoccuparci delle conseguenze, vi scongiuro: lasciamoci stupire ancora.
“Infatti il poeta è una cosa leggera, alata e sacra, e non è in grado di poetare se prima non abbia perso il senno.” (Platone)
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2 pensieri riguardo “Meravigliarsi ancora”