Finito il liceo non avevo idea di cosa avrei fatto della mia vita. Mi sentivo sull’orlo del classico baratro pronto ad inghiottire tutti quelli sbarcati alla fine della stupenda estate della Maturità. Considerati il mio odio atavico per le materie scientifiche e la passione viscerale per la letteratura, l’univeristà di Lettere mi sembrava la sola via percorribile, quindi l’ho imboccata. Parallelamente ad essa però, grazie ai miei genitori sono venuto a conoscenza di un’altra realtà che avrebbe potuto fare al caso mio: il Servizio Civile Nazionale. Non ne avevo mai sentito parlare, ma la mia indole spericolata mi ha spinto a buttarmi nel vuoto e oggi, a quasi tre anni dalla fine del mio servizio come “Civilista”, posso dire senza giri di parole che quell’esperienza è stata una delle più belle della mia vita. Le relazioni che ho intrecciato con i miei colleghi in servizio durano tutt’ora e la bellezza di quello che ho sperimentato in quei 365 giorni mi ha cambiato profondamente rendendomi migliore. Personalmente ritengo che chiunque dovrebbe farla. Tutto questo per dire che ho deciso di pubblicare qui sul mio blog il saggio con cui ho partecipato al concorso “Racconta il tuo Servizio Civile” a marzo del 2016. Io e gli altri sei vincitori, come premio siamo stati convocati al Palazzo del Quirinale da Sergio Mattarella in occasione del quindicesimo anniversario dell’istituzione del Servizio Civile Nazionale.
Quando ho scelto di partecipare alla realizzazione del progetto “Immigrazione e Accoglienza” ho subito pensato all’Africa, alle lotte intestine tra etnie diverse, alle migliaia di persone che sbarcano sulle nostre coste ogni giorno o che ogni giorno perdono la loro vita in mare, tentando di scappare dai conflitti e dalla povertà. Subito mi sono accorto però di non sapere nulla di quei conflitti, di non poter parlare delle guerre da cui quelle persone fuggono, delle tragedie che colpiscono i loro barconi o dell’inferno burocratico che devono attraversare prima di avere diritto a una casa o a un lavoro. La mia piccola e tranquilla realtà cittadina appartiene quasi a un altro mondo, un mondo che è lontano da sofferenze così grandi, troppo distante perché si possa capire davvero cosa hanno dovuto affrontare tutti quelli che arrivano qui. Vedevo in televisione o sui giornali migliaia di persone in difficoltà, e mi sono spesso chiesto che cosa avrebbe potuto fare un ragazzo di vent’anni come me per aiutarli. E’ stato quando ho cominciato a rendermi conto che quelle persone esistevano vicino a me, al di fuori degli schermi e delle fotografie, che ho capito che qualcosina potevo farla anch’io.
Ho cominciato il Servizio Civile il 15 settembre 2015, prestando servizio all’interno dell’oratorio parrocchiale come educatore al doposcuola. Frequento l’oratorio da quando ero bambino, posso dire di aver sempre vissuto lì, tra casa mia e la parrocchia. Eppure solo durante questi sei mesi di servizio quotidiano, mi sono reso veramente conto di cosa sia l’oratorio e di quanto in questi ultimi anni sia cambiato. I bambini e i ragazzi italiani che vanno bene a scuola, che abitano in una bella casa e che sono amati dai propri genitori, non frequentano quasi più il nostro oratorio. O meglio, lo frequentano ma in misura molto minore rispetto a ragazzi di altre etnie e nazionalità. Noi ragazzi del Servizio Civile aiutiamo a fare i compiti ai bimbi ghanesi ed indiani, giochiamo a palla avvelenata con gli ivoriani, i tunisini e gli arabi. Ogni giorno attorno ai tavoli del ping pong e del biliardo si riuniscono marocchini, senegalesi, albanesi, tutta gente che, per quelli che vengono dall’esterno, non suscita una buona impressione. Ragazzi che si vestono in modo diverso, guardano le persone in modo diverso, parlano in modo diverso e spesso in modo volgare. C’è chi ha occhi pieni di rancore, chi sa di fumo, chi invece di studiare viene in oratorio a passare il pomeriggio. Molti lanciano critiche all’apertura dell’oratorio agli immigrati e sollevano polemiche sul fatto che ci vuole più selezione. E’ il solito spinoso problema dell’aprire le porte a tutti o solo a pochi. Noi che ci siamo dentro però, vediamo le cose in modo diverso. Anzi, non le cose: le persone.
Perché è di questo che stiamo parlando, di esseri umani. Anche se i piccoli si offendono tra di loro e non obbediscono fino a quando non urli. Anche se i più grandi bestemmiano e scrivono parolacce sul muro. Per chi non li conosce risulta molto facile lasciarsi guidare dal pregiudizio e dimenticare quello che si cela dietro i loro comportamenti. Vederli ogni giorno, fermarsi a scambiare due chiacchiere, rende più attenti. Prima vedevo solo la loro voglia di infrangere le regole, di insultare e di sfidare l’autorità, ora vedo anche le loro insicurezze, le loro fragilità e i valori sbiaditi a cui tentano di aggrapparsi. Guardandoli vedo il vuoto lasciato da genitori troppo distanti, l’incapacità di fidarsi di qualcuno, la rabbia di non essere fortunati come gli altri. Non sono clamorosi eventi da prima pagina, ma storie con cui entro in contatto ogni volta che metto piede in oratorio. Storie che nessuno pubblicizzerà mai, ma che non hanno bisogno di nessuna pubblicità per essere accolte.
E’ la nostra sfida, imparare ad accogliere: le lacrime di chi a dodgeball perde sempre, i mille problemi di cuore che affliggono anche chi ha appena iniziato la terza elementare, il sorriso e gli occhi vivaci di qualcuno contento di vederci. Accogliere deriva dal latino collìgere, che significa raccogliere. L’accoglienza è un’apertura: ciò che viene raccolto viene fatto entrare. In un gruppo, in un oratorio, in noi stessi.
Alessandro, Mamanfa, Stefania, Youssef e tutti gli altri sono ormai entrati dentro di me. Di loro posso prendermi cura. Posso aprire nella mia vita uno spazio fatto apposta per loro, in cui le critiche non arrivano e dove i problemi si affrontano insieme. Perché a volte, vedere qualcuno che ha il coraggio di prenderli semplicemente per mano è tutto quello di cui hanno bisogno.
Ho partecipato anche ad altri concorsi, sai? Li trovi qui: Tutto il fiato che resta
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2 pensieri riguardo “Un posto per loro”