Il taxi si allontanò rombando nella notte, gli pneumatici che raschiavano l’asfalto bagnato dalla pioggia. Caleb gli volse le spalle e si diresse verso casa con il bavero del cappotto alzato nel vano tentativo di ripararsi dal temporale. Le gocce d’acqua scintillavano come aghi alla luce di plastica dei lampioni mentre l’investigatore attraversava il marciapiede e raggiungeva il cancello di ferro battuto del cortile. Estrasse le chiavi da una tasca, ma aveva le mani fradice e il metallo era scivoloso: gli caddero con un tintinnio metallico in una pozzanghera. Imprecò e si chinò a raccoglierle. Quel giorno non ne capitava una giusta.
Armeggiò per qualche istante con la serratura, poi finalmente il cancello si aprì cigolando. Caleb avanzo fra l’erba alta e incolta del giardino. Un lampo, un tuono assordante.
Il detective si immobilizzò, lo sguardo rivolto ad una delle finestre del terzo piano, il suo.
Alla luce cruda di poco prima, gli era sembrato di intravedere la sagoma di una ragazzina immobile dietro le tende. Aveva quasi quarant’anni, non era il certo il tipo che si faceva suggestionare così facilmente dalla propria immaginazione. Eppure rimase in mezzo al giardino, sotto la pioggia scrosciante, e non distolse lo sguardo finché non fu totalmente certo che dietro la finestra non ci fosse nessuno. Erano successi parecchi fatti inspiegabili quella settimana: tutti quegli omicidi…persino la polizia era diventata più cauta del normale. Doveva fare attenzione.
Una volta entrato nel condominio, non perse tempo e si avviò su per le scale lasciando dietro di sé una scia di impronte umide. Mentre passava davanti a una porta, sentì i gemiti di piacere di una giovane donna provenire da dentro l’appartamento. Alzò gli occhi al cielo. Ogni notte la solita storia. Tra non molto gli anziani coniugi che vivevano nell’appartamento di fianco sarebbero usciti inviperiti a sbraitare sulle scale all’indirizzo dei due “sporcaccioni”. Loro sarebbero usciti mezzi nudi gridando che avevano il diritto di scopare dove e come pareva a loro e che se ai due vecchietti non andava bene potevano sempre trasferirsi ed evitare di rompere, e l’intero condominio avrebbe perso il sonno per colpa di tutti e quattro.
Caleb si trascinò fino al terzo piano e inserì una chiave in una serratura per la terza volta consecutiva quella sera. Quando finalmente si chiuse la porta alle spalle, tirò un lungo sospiro di sollievo. Era arrivato a casa vivo nonostante la giornata di merda, poteva dirsi soddisfatto.
Accese le luci e appese l’impermeabile accanto alla porta, senza curarsi dei rivoli d’acqua che sgocciolavano pigramente sul pavimento, poi entrò in salotto. Illuminata dalla calda luce delle lampade, la finestra dietro la quale poco prima gli era sembrato di vedere un’ombra sembrava esattamente ciò che era: una finestra, coperta da una sottile tenda bianca. Il detective scostò il tessuto e si guardò nel vetro. Corti capelli grigiastri, occhi azzurri. La sua faccia infiacchita dall’età e dallo stress gli restituì uno sguardo malinconico, mentre dietro di essa brulicavano le luci della città, sfuocate sotto l’acquazzone. Sorrise per la propria ingenuità.
Niente mostri, niente spettri o killer in agguato nel riflesso. Soltanto lui: un vecchio investigatore che la vita aveva preso a pugni fin dall’infanzia.
Scosse la testa per liberarsi da quei pensieri e aprì il frigorifero alla ricerca degli avanzi della sera prima. Riuscì a scovare chissà come un paio di tranci di pizza freddi e gommosi e una mezza bottiglia di birra. Mentre scaldava la pizza nel forno a microonde, stappò la birra e si sedette in poltrona davanti alla televisione. “…salgono a quota nove gli omicidi compiuti questa settimana” stava dicendo un giornalista, “Fra le quattro e le cinque del mattino infatti, un passante ha rinvenuto il cadavere di un ragazzo ispanico sui vent’anni in un canale di scolo della periferia. Non sono stati trovati documenti di nessun tipo né portafogli sul corpo della vittima, ma la sconcertante brutalità delle ferite rinvenute sull’addome e la gola ha spinto le forze di polizia a scartare fin dall’inizio delle indagini la possibilità di una semplice rapina a mano armata. L’arma del delitto sembra essere la stessa usata in precedenza, un paio di grosse forbici da sarta. Nei prossimi giorni chiederemo…”
Caleb spense il televisore e chiuse gli occhi. Non ne poteva più di vedere gente uccisa, aveva bisogno di una vacanza. Magari avrebbe potuto risentire Jocelyn per chiederle di accompagnarlo. Chissà se si ricordava ancora di lui…dopotutto erano passati soltanto due anni dalla loro relazione e Caleb non toccava una donna da allora. Si alzò a fatica e tirò fuori la pizza fumante dal microonde, poi si sedette al tavolo della cucina e cominciò a mangiare. La mozzarella scottava, ma il sapore non era così malvagio. Quando ebbe finito ripulì le briciole con un tovagliolo, tracannò gli ultimi sorsi di birra e si diresse verso il bagno. Aveva decisamente bisogno di una doccia. Puzzava di fumo di sigaretta e sudore, l’umidità di quella sera d’estate gli si era incollata addosso insieme al sapore di asfalto.
Si spogliò ed entrò nella doccia. Girò la maniglia e l’acqua si riversò su di lui con uno scroscio. Caleb lasciò che il getto gli schiarisse la mente e lavasse via tutta la stanchezza accumulata durante la giornata. Le foto dei cadaveri che aveva visto a decine, le mille domande sui possibili moventi o sulle identità dell’assassino: tutto gli scivolò lungo la pelle e venne risucchiato nello scarico ai suoi piedi. Chiuse gli occhi, godendosi quei brevi attimi di pace interiore.
Poi qualcosa cambiò.
L’acqua, prima tiepida e piacevole, divenne gelida e viscosa. Il detective sentì sulle labbra un acre sapore di rame. Spalancò gli occhi.
Sangue, ovunque. Usciva a fiotti scarlatti dagli stessi buchi da cui pochi attimi prima usciva l’acqua, colava su di lui come un velo appiccicoso avvolgendolo in un rivoltante sudario. Il sangue aveva allagato il piatto della doccia e si riversava gorgogliando giù dallo scarico. Caleb boccheggiò e sputò schizzi scarlatti sulla parete, si strofinò il viso con le mani lorde tentando di pulirsi e indietreggiò per uscire dalla doccia. Inciampò e cadde con violenza sul pavimento, sbattendo la testa. Strinse i denti per il dolore lancinante alla tempia e provò a rimettersi in piedi. Si appoggiò al bordo del lavandino, imprimendo sul candore del marmo un’impronta insanguinata. Non riusciva a respirare, il sangue gli era strisciato in gola come una serpe e si era annidato dentro di lui per soffocarlo. Rantolò in preda ai conati, sopraffatto dall’odore nauseante che ammorbava l’aria. Tossì, sputò di nuovo strabuzzando gli occhi, e la vide ferma immobile sulla soglia del bagno.
Era una ragazzina dai grandi occhi neri e i piedi nudi. Nella mano destra impugnava un lungo paio di forbici arrugginite.
Fuori, aveva smesso di piovere. Gocce d’acqua piovana imperlavano i cornicioni, tremolavano appese a fili di ragno, nell’aria umida.
Puoi trovare il video di “Sangue” qui: Sangue – Immersive Creepypasta
Qui invece trovi un’altra bella storia: Alidiluna
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