L’attesa

Come restare bambini o imparare ad esserlo di nuovo

Sapete, se devo essere onesto non vedevo l’ora che arrivasse. L’ho aspettata per mesi e il non vederla cominciava a diventare un’agonia. Non potevo certo pretendere di incontrarla in Ottobre o in Novembre, soprattutto qui nella mia zona, dove gli autunni sono personaggi nebbiosi e tristi, con i vestiti impregnati di un’umidità infida, che si trascinano dietro tappeti di foglie marce e collose scie di fanghiglia. Però, non appena ho intravisto il limpido viso di Dicembre fare capolino (sappiate che me lo immagino come una bambina con le guance arrossate dal freddo, lunghi capelli argentei e un buffo cappello di lana calato fin sulle orecchie), come ogni anno ho cominciato a sperarci.

“Dai, è dicembre! E’ tipo il mese più bello dell’anno, deve arrivare per forza!” mi ripetevo ossessivamente. Intanto mia sorella appendeva balocchi colorati al malconcio albero di Natale, mio fratello strimpellava carole natalizie casuali con la sua chitarra in soggiorno e mia madre si arrabattava come poteva in un labirinto di pentole e fornelli, in preda ad una forma molto precoce di “ansia da cenone”. Mio padre invece saltellava di qua e di là con indosso un cappello da Babbo Natale completo di barba e pon pon, comprato al bazar dei cinesi qualche giorno prima. Per quanto riguarda me, girovagavo inquieto per casa o stavo acquattato sotto le finestre, immobile come uno squalo, scrutando il cielo. A volte era piatto e grigio come una lastra di piombo, altre volte celeste e striato di nubi vaporose, oppure ombroso e punteggiato di stelle. Eppure era sempre desolatamente vuoto, normale. Il solito cielo invernale. Bello quanto si vuole, per carità, ma io, che dopo ogni appostamento avevo le ginocchia paralizzate e gli occhi che bruciavano per lo sforzo, cercavo ben altro.

Attesi invano per tutto il mese, “stavo come d’inverno sul pavimento i giorni del calendario”, che uno dopo l’altro si staccavano inesorabilmente e scivolavano via senza che succedesse nulla. Arrivarono l’Avvento, la meritata pausa dalle lezioni universitarie e poi una splendida vigilia, il cenone, la messa di mezzanotte, il giorno di Natale e un indimenticabile Santo Stefano insieme alla mia ragazza. Poi Dicembre consegnò le chiavi a Gennaio sorridendo, si infilò la mantellina di pelo e le muffole, salutò tutti con un allegro tintinnio di campanellini e dopo qualche istante era già sparito chissà dove.

“Dunque, siamo a Gennaio. Tra poco si torna dalle vacanze e giuro che se non arriva neanche adesso faccio una strage” mi ripromisi rabbiosamente, imboscato fra le pieghe delle tende del salotto, e scoccai un’occhiata velenosa al cielo indifferente oltre il vetro. Le mie preghiere non furono ascoltate nemmeno quella volta. Eravamo ormai traslocati tutti nel 2018 e per le strade si respirava un’atmosfera di generale allegria. Sapete com’è, no? Voglia di novità, buoni propositi, restyling delle vecchie abitudini, eccetera. Ecco, io solitamente ero il primo ad andare su di giri per cose del genere. Ma non quella volta. La mia intera esistenza stava sprofondando nel buio, non mangiavo più, non parlavo con nessuno, le mie relazioni stavano rapidamente diventando come la temperature di quelle giornate: gelide e molto vicine allo zero. Stavo ormai perdendo le speranze. Quanto avrei dovuto aspettare?

Gennaio si avvolse nell’impermeabile e sollevò il bavero con una smorfia delle labbra sottili, come l’oscuro protagonista di un thriller. Si accese lentamente una sigaretta, tirò una lunga boccata e se ne andò a passi strascicati senza dire nulla, lasciando il posto libero ad un irriverente Febbraio. Cosa ve lo dico a fare? Credete forse che la mia attesa sia stata proficua? Macché. Ventotto giorni di nulla. Certo, la festa di carnevale, qualche piccolo successo negli esami…tutte cose che mi hanno reso felice, non dico di no. Eppure…mancava qualcosa.

Senza alcun preavviso, la sera del 28 febbraio tutto cambiò. Ne parlarono al meteo, la notizia rimbalzò sui giornali, finì online e in un batter d’occhio fremeva sulla bocca di tutti: a causa dei forti venti in arrivo dalla Siberia la temperatura era scesa in una vertiginosa picchiata verso il basso e il freddo si era improvvisamente intensificato. Stava arrivando, probabilmente quella notte stessa.

Alla sera mi infilai sotto le coperte e rimasi a lungo a fissare il soffitto scuro della mia stanza, pervaso da una segreta euforia. Non potevo crederci, dopo mesi e mesi finalmente una buona notizia. Come sarebbe stato? Immaginavo già il panico degli adulti, la gente irritata per l’improvviso cambiamento, gli allarmismi al telegiornale, le polemiche sulla poca prontezza delle istituzioni comunali nel risolvere il problema. Nessuno avrebbe capito, ma non mi importava. Dopotutto, a me sarebbe bastato poco: una tazza di cioccolata calda, una bella storia scritta davanti al fuoco, una lunga passeggiata con la mia ragazza, perso tra i suoi capelli, e sarei stato felice. Rimasi ad aspettare nel buio come un bambino che aspetta i regali con il fiato sospeso. Marzo si intrufolò di soppiatto nella notte, muovendosi in punta di piedi come un ladro. Nessuno lo vide. Leggero e invisibile, percorse la città e sparse in giro quello che i suoi predecessori si erano dimenticati di portare.

Quando la mattina dopo sentii la sveglia suonare, mi alzai di scatto e con la rapidità di uno squalo che si avventa sulla preda corsi alla finestra e spalancai le imposte. Per poco non urlai di gioia. Le strade, le auto, i marciapiedi, i lampioni, i muretti, le siepi, i vialetti, le aiuole, i giardini, i porticati, i cancelli, le case, i balconi, le terrazze, i tetti, le antenne, i comignoli. Tutto era bianco nel silenzio. Sopra ogni cosa, da un cielo che finalmente aveva smesso di essere fastidiosamente normale, cadevano lenti fiocchi di neve.

 


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