Cosa abbiamo in comune io, voi e un pub inglese.

C’è silenzio. La stanza è immersa nella penombra, le mie dita immobili sopra la tastiera, in attesa di cominciare. Ascolto il lieve ronzio della lampada che mi illumina, seduto di fronte al monitor e a questo abisso di bianco. Una pagina vuota, immacolata: a volte il terrore più grande di uno scrittore, altre volte l’unico posto in cui davvero ci sentiamo liberi, vivi, veri. La pagina bianca è come un blocco di marmo a cui lo scultore strappa la forma che ha in testa, è la tela su cui fiorisce il paesaggio sognato dall’artista, è lo spazio in cui le visioni, i personaggi, i mondi visti dallo scrittore prendono vita. La pagina in definitiva, è il luogo dell’immaginazione.
Immaginate una strada. I passanti avvolti negli impermeabili, i cani che sguazzano nelle pozzanghere, i bambini con il naso all’insù e le palpebre strette strette per proteggersi dall’acquazzone. Annusate l’aria che sa di pioggia e foglie umide, il fumo dei comignoli e lo smog delle automobili. State camminando e siete a Oxford, precisamente nel 1933. E’ una giornata grigia e monotona come certe vecchie signore inglesi, una pioggerellina fastidiosa ticchetta sul vostro ombrello e voi non sapete dove andare. Riesco quasi a scorgere le gocce che rotolano giù lungo i vostri abiti, la smorfia scontenta che avete sul viso dato che non vi aspettavate la pioggia. Ma hey, siete in Inghilterra…per caso speravate nel sole?
D’accordo, allora immaginate la stessa strada. I passanti sorridenti avvolti in abiti leggeri, i cani che si rincorrono sui marciapiedi, i bambini con il naso sporco di gelato e gli occhi sgranati per quanto è buono. Annusate la brezza calda, che sa di sole e asfalto bollente, i profumi delle aiuole e lo smog delle automobili. E’ sempre Oxford, siete sempre nel 1933. Ma la giornata di oggi è sorridente e luminosa come certe ragazze inglesi, un venticello leggero si impiglia tra i vostri capelli e non sapete dove andare, ma sono abbastanza sicuro di riuscire a scorgere l’espressione contenta che avete sul viso. Che ve ne pare?
Il punto di questi giochi creativi, comunque, è un altro. Non importa che piova o che ci sia il sole, quello che conta è che improvvisamente, sul bordo di quella strada lungo la quale state camminando, appaia un’insegna circolare: un’aquila ad ali spiegate che regge tra gli artigli un bambino in fasce.
The Eagle and Child è un locale che nel 1933 era molto più conosciuto di quanto non lo sia ora. Sapete, proprio in quegli anni ha avuto la fortuna di ospitare uno dei circoli letterari più famosi d’Europa: gli Inklings, fra i cui numerosi partecipanti spiccavano Lewis e Tolkien. Questi tizi avevano l’abitudine di ritrovarsi regolarmente ogni martedì a mangiare insieme e parlare per ore e ore della loro passione più grande: la letteratura. Libri, racconti, linguaggi, parole, idee…si poteva discutere di ogni cosa e lo si faceva insieme, con grande intelligenza, con leggerezza e soprattutto consci del fatto che la scrittura è prima di ogni altra cosa una relazione: dell’immaginazione con lo scrittore, dello scrittore con la storia e infine, della storia con i lettori.
Quindi eccoci al punto. Il nome del mio blog deriva da quel vecchio pub di Oxford. Vorrei che questo spazio online fosse esattamente questo: un luogo di ritrovo per chiunque voglia entrare a fare due chiacchiere (letterarie e non), a intavolare una discussione, oppure semplicemente a leggere quello che scrivo. Vorrei riversare qui la mia passione per la scrittura, con la speranza che le mie visioni e i miei sproloqui possano interessare a qualcuno. Come annunciato nel sottotitolo del sito, sono uno piuttosto incostante ma prometto che cercherò di condividere qualcosina ogni settimana.
A proposito, siete ancora fermi su quella strada a fissare quell’insegna che ondeggia nel vento. Che ne dite di entrare a dare un’occhiata?
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